Si è tenuta a Marzabotto, in un rifugio nel Parco storico di Monte Sole, la quinta edizione della Scuola di Video Partecipativo di ZaLab, un laboratorio culturale e collettivo audiovisivo con sedi a Roma e Padova. Scopriamo questo particolare approccio al cinema documentario grazie alle parole di Michele Aiello, direttore della Scuola e regista del collettivo audiovisivo.

“Sin dall’inizio una ventina di individui avevano capito che la strada non era quella di Hollywood, che lo spettacolo cominciato sui boulevards dei Lumière era il principio del male. (…) Urgeva invece impadronirsi del mezzo ad un costo così esiguo da metterlo alla portata di molti, degli individui, come la carta, l’inchiostro, i colori, introdurre nelle case pellicole ed obiettivi, come la macchina da cucire.”

(Cesare Zavattini)

Cos’è il video partecipativo e a chi si rivolge?

Il video partecipativo è una pratica laboratoriale che permette alle persone coinvolte di realizzare un prodotto audiovisivo che risponda a delle esigenze, delle urgenze di racconto proprie di una comunità o degli individui di un gruppo.
Si decide di raccontare un’unica storia condivisa o più storie personali (questo dipende da laboratorio a laboratorio), che abbiano però una tematica e un obbiettivo comune. Così, attraverso una serie di attività e di giochi, queste persone imparano a filmare, a intervistare, a prendere appunti sulla realtà per dar vita a un racconto audiovisivo.

Noi di ZaLab lo usiamo principalmente in chiave documentaria, ma ci sono diverse modalità in cui può essere sfruttato. Ad esempio, nella finzione si cerca di rimettere in scena un episodio importante per la comunità interessata. Alcune organizzazioni invece usano il video partecipativo per fare advocacy rispetto alle proprie priorità socio-culturali, per cui il gruppo che partecipa al progetto realizza delle clip da inviare direttamente al ministro o al sindaco della sua città.
Sono nate anche esperienze di giornalismo partecipativo in cui un gruppo di abitanti di un quartiere decide su cosa fare un’inchiesta e poi la realizza, andando a parlare direttamente con un sindaco, un assessore o a un ministro.

Quindi viene utilizzato per generare un cambiamento…

Il video partecipativo, se è preso come tecnica di apprendimento ed espressione, può anche non portare direttamente a un cambiamento, ma quando viene applicato in un contesto di marginalità sociale, dove lo stigma è molto forte e i mezzi di rappresentazione sono in mano ad altri, allora il video partecipativo offre uno spazio di parola, che diventa poi uno spazio di potere.

È ovvio che la distribuzione e la disseminazione di questo messaggio sono molto importanti, ma anche solo il fatto di fare queste esperienze comporta la possibilità di un cambiamento. Fosse anche “solo” un cambiamento di prospettiva, di un punto di vista, di un’idea, di uno stigma, sia per chi guarda da fuori, ma anche per chi ci è dentro.

Il singolo individuo fa un percorso a volte terapeutico, a volte professionale – perché magari qualcuno diventa veramente un videomaker – mentre per qualcun altro è una finestra di curiosità sul mondo.

Parlando di cinema del reale, in cosa si differenzia il video partecipativo dal documentario?

Il documentario presuppone che ci sia un autore o un regista che ha uno sguardo sulla realtà, un suo punto di vista, che racconta attraverso un taglio inedito e autoriale. Il video partecipativo invece riesce a coinvolgere degli amatori e facilita la produzione di un loro cortometraggio, sviluppando quindi il loro punto di vista.

Questa metodologia ha a che fare con una asimmetria di potere e sapere, per cui l’autore – che naturalmente conosce meglio il mezzo audiovisivo – non impone la sua visione della realtà, piuttosto sceglie di fare un passo indietro e dire “questa storia non la racconto io, ma metto a disposizione il mio sapere per fare in modo che la racconti chi è direttamente coinvolto”.

In che contesti può essere utilizzato il video partecipativo? E che benefici porta?

Nella storia di ZaLab sono stati realizzati laboratori sia in cooperazione internazionale, cioè nei Balcani, in Palestina, in Tunisia, con progetti come Immagini oltre il muro e Liberi Segnali dal deserto, che nelle periferie delle città europee come a Barcellona, Trieste, Roma, con la produzione di documentari partecipativi come “Il deserto e il mare”, “Trieste è bella di notte” e la collaborazione con le scuole come in “La Città Perduta: memorie di due fiumi”. Spesso veniamo invitati, altre volte è capitato che abbiamo deciso di fare un intervento in un territorio e siamo riusciti a finanziarlo noi.

Essendo un collettivo di autori non sempre abbiamo accesso ad alcuni contesti, per cui l’alleanza con altri attori che operano nel territorio è importante. C’è bisogno di un gatekeeper, che ci apra il cancello e ci permetta di entrare in una realtà, facendoci un po’ da garante: è fondamentale avere un patto di fiducia che può essere creato solo se hai una continuità su un certo territorio, cosa che noi non abbiamo. Per questo costruiamo sempre progetti in collaborazione con mediatori culturali e sociali, con cooperative, ONG o associazioni.

Il video partecipativo è l’officina delle storie. I laboratori di ZaLab si rivolgono a chi vive al margine e normalmente non si esprime con il video, ma che grazie al percorso laboratoriale può diventare autore di racconti inediti sulla realtà.

(dal sito di ZaLab)

Come vengono individuati o formati i gruppi che partecipano ai laboratori?

Si può trattare di gruppi formati ad hoc, per cui le persone motivate a partecipare aderiscono a una call pubblica promossa dalle organizzazioni che lavorano sul territorio. Potenzialmente è un gruppo che vive in una stessa area, i cui partecipanti spesso non si conoscono e hanno età ed esperienze diverse.

Una volta mi è capitato di lavorare con un gruppo molto ristretto ma molto motivato, e c’erano due quindicenni, una ventenne e due trentenni, di cui alcuni avevano figli. In questo caso bisogna organizzare attività molto precise per costruire un gruppo che condivida il medesimo obbiettivo.

In quel caso qual era il tema?

Il tema era raccontare le cose belle che accadono nelle loro vite. Delle volte i temi sono molto semplici perché sei talmente schiacciato da una rappresentazione che ti è calata addosso, per cui dalle volte da un’idea semplice poi racconti cose complesse. La ragazza che vuole fare poesia, la ragazza che vuole salvarsi, riuscire a farcela, a realizzarsi nonostante i problemi del quartiere.

Si può d’altra parte lavorare con un gruppo molto omogeneo, composto per esempio dai quindicenni di un campo rom, o dai minori non accompagnati di un centro di accoglienza.
In quel caso è più facile trovare un obbiettivo comune dato che tutti condividono la stessa esperienza nello stesso momento e luogo, ma ci sono comunque alcune criticità.
Spesso infatti bisogna cercare di scardinare alcune gerarchie presenti, magari c’è il ragazzo più carismatico e sicuro degli altri, o c’è quello che parla poco, ed è necessario mitigare questi aspetti per avere un racconto corale.

Il video partecipativo è una pratica di produzione audiovisiva condivisa. Come tipologia di azione sociale riconosciuta dall’UNESCO, offre strumenti di espressione a gruppi marginalizzati e normalmente esclusi dai mezzi di comunicazione di massa.

(dal sito di Zalab)

Dato che avete lavorato un po’ ovunque, da cosa deriva la scelta di fare una scuola di video partecipativo a Monte Sole?

Noi eravamo alla ricerca di un posto, un rifugio, dove si potessero fare delle attività intensive e in cui tutti potessimo dormire insieme per staccarci dalla vita della città: questo, oltre a rendere tutto meno dispersivo, garantiva una maggiore concentrazione del gruppo e più occasioni di condivisione.
Abbiamo varato diverse opzioni, tra cui la Casa Laboratorio Cenci di Franco Lorenzoni e la scelta è poi ricaduta su Il Poggiolo Resistente, immerso nel monumento storico di Monte Sole e gestito dagli amici del Binario 69 (un music club in Bolognina).

Qual è stato il progetto formativo offerto dalla Scuola di Video Partecipativo?

La scuola di video partecipativo è una formazione dedicata a coloro che vogliono conoscere come lavoriamo sul video partecipativo per poi potenzialmente usare gli strumenti appresi nel proprio contesto.
Si svolge in cinque weekend in cui i partecipanti simulano le attività di un laboratorio: si tratta di una formazione esperienziale in cui mentre ti insegno come realizzare un laboratorio, lo fai.

Nella scuola ci sono tre grandi linee di apprendimento: quella in cui impari a fare un laboratorio di video partecipativo ascoltando i casi studio e portando avanti un’idea creativa con un piccolo gruppo di compagni, per arrivare poi alla produzione di un piccolo cortometraggio proiettato al termine del corso.

C’è poi una parte legata alla co progettazione di un laboratorio, quindi sulle modalità di scrittura di un progetto, dall’individuazione del contesto in cui si vuole operare a come poterlo finanziare.

Un’altra esperienza proposta è quella che chiamiamo dei non pitch, (i pitch sono le presentazioni di circa sette minuti con cui si presenta un progetto ai mercati audiovisivi) per cui chi ha un’idea di documentario può allenarsi a preparare un pitch, prima davanti a noi, poi davanti a una piccola platea di produttori emiliani.

Come nasce il soggetto di un cortometraggio?

Il primo giorno facciamo il gioco delle interviste incrociate, e da alcuni oggetti personali scelti dai partecipanti si apre una riflessione creativa, si individuano dei temi da cui far partire delle ricerche. Ad esempio, uno dei gruppi quest’anno si è fissato con un paesino dell’Appennino in cui i gatti scompaiono, quindi hanno fatto tutto un corto su questo strano fatto di attualità, un documentario in chiave comica.

Che sfide o ostacoli avete affrontato in questo percorso?

Tra la prima e la quarta edizione, la difficoltà è stata perlopiù quella di far capire la differenza tra video partecipativo e documentario. Abbiamo quindi programmato un incontro a metà percorso in cui si parla proprio di quelle esperienze che sono nate da laboratori di video partecipativo e sono diventate dei documentari con fondi ministeriali, fondi regionali e una vita in sala e nella distribuzione.
Abbiamo aumentato anche i momenti di confronto libero: due ore previste dal programma in cui invece di esserci una lezione c’è uno spazio per discutere di ciò che si sta imparando o lavorare insieme agli altri sul tema.

Quali sono gli orizzonti futuri della Scuola?

Per noi la scuola è importante per far conoscere il video partecipativo e sensibilizzare le comunità all’uso sociale di questo mezzo audiovisivo, ma non è facile. Le linee di finanziamento sono poche o assenti e spesso le amministrazioni non vedono il potenziale di questo strumento.

Spesso è difficile lasciare carta bianca ai cittadini per raccontare il proprio territorio, senza avere controllo su ciò che verrà fuori, però poi quando gli amministratori vedono la proiezione e i corti rimangono molto colpiti. Quindi sicuramente i Comuni possono ricevere tantissimo da questo tipo di prodotti.

Nota: Tutte le immagini sono state cortesemente fornite da ZaLab, e si riferiscono a diversi progetti di video partecipativo realizzati negli ultimi anni.