In un fitto bosco di querce, in mezzo a cespugli spinosi, all’improvviso si apre una profonda voragine da cui esce un soffio di aria fresca e carica di umidità: siamo nel cuore del Parco dei Gessi Bolognesi, giustamente definito una “Microregione” per la varietà e le particolarità di ambienti geologici, botanici e faunistici in completo equilibrio tra loro. Fino agli anni ’70 del secolo scorso questi paesaggi avevano subito un vero e proprio scempio da parte dell’azione demolitrice delle cave di gesso, ma per la caparbietà e la tenacia dei gruppi naturalistici locali e specialmente per l’azione martellante dei gruppi speleologici bolognesi (GSB-USB), dopo alcuni decenni sono stati tutelati fino ad essere dichiarati Parco Naturale ed infine inseriti nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 2023.

Grotta Novella - foto U. Calderara.

Tra San Ruffillo e San Lazzaro di Savena esiste, infatti, un territorio dove ancora la Natura domina in tutta la sua affascinante e misteriosa bellezza nonostante la vicinanza alla città di Bologna. Qui le formazioni di luccicanti cristalli di gesso, depositatisi sul fondo di un Mar Mediterraneo evaporato circa 6 milioni di anni fa per la chiusura con l’Atlantico, sono state erose e corrose dai cambiamenti climatici di un periodo dominato da fasi meteorologiche estreme. Neve, gelo, piogge sono stati i “costruttori” dell’ambiente che osserviamo oggi, di cui il carsismo, in superficie e nel profondo, testimonia lo straordinario risultato.

Fu il fondatore del Gruppo Speleologico Bolognese, Luigi Fantini (nato proprio accanto alla Grotta del Farneto), che iniziò ad esplorare decine e decine di cavità alla Croara, al Farneto, e in altri luoghi del bolognese. Oggi se ne contano oltre un centinaio di cui il complesso Spipola-Acquafredda è il maggiore, con oltre dieci chilometri di sviluppo. Negli ultimi anni, nelle colline gessose del Farneto, squadre di speleologi del GSB-USB hanno esplorato centinaia di metri, di grotte, gallerie e saloni, mai visti prima dall’uomo. Ancora oggi si cerca di risalire il corso d’acqua da cui ha avuto origine la famosa grotta che allora venne chiamata “dell’Osteriola”.

Famosa perché nel 1871 Francesco Orsoni, un giovane allievo di Giovanni Capellini (uno dei maggiori geologi e paleontologi italiani, ndr), la scoprì, trovando al suo interno un grande numero di reperti lasciati da gruppi umani durante tutta l’Età del Bronzo. Orsoni cercò di reclamizzare queste inedite testimonianze preistoriche prendendo contatti con i personaggi della cultura bolognese dell’epoca tra cui Giosuè Carducci, Enrico Panzacchi, Alessandro Albicini e lo stesso Capellini.

Grotta del Tempio - foto U. Calderara

Altri materiali preistorici, in parte analoghi a quelli del Farneto, furono trovati nel 1964 da speleologi del GSB nella Grotta Serafino Calindri. L’uomo preistorico, infatti, conosceva bene tutto il territorio collinare bolognese già dal Paleolitico. Fantini raccolse oltre 4000 campioni di manufatti in diverse zone tra le valli dell’Idice e del Reno. In questi ultimi anni sono stati scoperti, in altre cavità, alcuni resti di ossa umane dell’Età del Rame. Uno dei ritrovamenti più significativi proviene da una caverna situata sul fondo di una cavità a pozzo (Grotta Loubens) in una dolina dell’altopiano del Farneto. Si tratta del cranio di una giovane donna. La mancanza di altre parti scheletriche potrebbe far supporre un’uccisione rituale, ma l’argomento è ancora molto dibattuto.

Accanto alla Grotta del Farneto, tra l’altro, esisteva un sottoroccia in cui Luigi Fantini estrasse numerose ossa umane: era un sepolcreto ipogeo dell’Età del Rame, il cui villaggio era poco distante. Sono in corso studi genetici da parte dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Bologna, per stabilire se possa esistere una famigliarità con il teschio della ragazza scoperta nella Grotta Loubens ed i numerosi ritrovamenti del sottoroccia oggi ormai distrutto.

L’altopiano gessoso del Farneto, essendo in gran parte pressoché disabitato, è stato dichiarato Area Integrale del Parco. Qui s’incontra ancora un ambiente praticamente intatto, con piante sopravvissute dalla fine delle epoche glaciali, dove le faune hanno ritrovato un loro equilibrio ecologico. Già da diversi anni persino il lupo si è riprodotto tra i fitti boschi di questi Gessi.

Grotta Calindri - foto U.Calderara

 

Anche nell’area della vicina Croara il carsismo ha creato fenomeni importanti. Tra questi la Dolina della Spipola, un enorme catino di circa un chilometro di diametro e profondo un centinaio di metri, classificata come la maggiore d’Europa scavata nel Gesso. Si tratta di un vero “mostro” geologico che ha incorporato altre doline minori e inghiottitoi, allargandosi a dismisura. 

Tra questi sprofondamenti, dal lato orientale, si apre la voragine del Buco dei Buoi, così chiamato per una leggenda secondo la quale nel suo profondo imbuto precipitarono due buoi con il relativo carro. Comunque in questo inghiottitoio, per la sua caratteristica morfologia conica, si possono addirittura seguire le diverse fasi dell’evoluzione delle piante, scendendo verso il fondo ricco di umidità dove la luce del sole arriva molto attenuata. Infatti dal bordo esterno in cui crescono le piante evolutivamente più recenti, a fiori (Angiosperme) presenti già 135 milioni di anni fa, si entra nella fascia delle Felci (Pteridofite) comparse 400 milioni di anni prima, nel Paleozoico. Scendendo ancora di qualche metro iniziano i Muschi (Briofite), vere piante pioniere terrestri comparse 460 milioni di anni fa. Sul fondo, dove la luce è ormai ridotta e l’umidità è altissima, s’incontrano le Alghe verdi-azzurre, molto primitive ed antiche, che formano patine violacee sulle pareti all’ingresso delle grotte. Poi troviamo il mondo di quei microrganismi per i quali la fotosintesi è impossibile per assenza della luce solare. In poche decine di metri si percorre quasi un miliardo di anni della vita sulla Terra e… non è una cosa banale!

Sempre alla Croara vi è un inghiottitoio che ci racconta altre vicende che hanno interessato i nostri territori bolognesi. Si tratta dell’importantissimo sito paleontologico della ex “Cava a filo”. In questo inghiottitoio intercettato (e poi distrutto!) dai lavori di cava, eseguiti con la tecnica del filo diamantato elicoidale (tipico delle Alpi Apuane), sono venuti alla luce centinaia di reperti ossei di faune vissute durante le ultime fasi climatiche del Quaternario. Nei quasi dieci metri di sedimenti sono stati estratti abbondanti quantità di ossa di Bisonte (Bison priscus) e di Megacero, un cervide gigante con un palco di corna che poteva avvicinarsi ai tre metri d’ampiezza. 

Grotta Calindri Stalattiti gesso - foto U. Calderara

Recenti scavi eseguiti sotto la direzione del Prof. Gabriele Nenzioni (direttore del “Museo della Preistoria Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena) hanno portato alla luce resti antichi di Lupo (animale di maggiori dimensioni rispetto a quelle attuali) e prime evidenze di Cane. Gli scavi hanno anche restituito una vertebra di bisonte con segni di macellazione da parte dell’uomo e non è l’unico caso trovato. Oltre a queste megafaune il sito ha evidenziato le presenze di micromammiferi (insettivori e roditori) ed un centinaio di specie di uccelli tra cui le aquile e molto altro. Queste faune sono distribuite nelle diverse sequenze stratigrafiche corrispondenti a fasi diversificate di clima a partire dall’Ultimo Massimo Glaciale (25.000 anni da oggi) al successivo Tardiglaciale.

Ma le sorprese non mancano anche in altri ambiti scientifici. Infatti all’interno delle grotte dei Gessi Bolognesi, con il passare dei millenni, si è creato un vero e proprio ecosistema ipogeo, rappresentato da alcune centinaia di specie più o meno adattate alla completa oscurità oltre che ad una elevata e costante umidità. Questi, tra l’altro, sono habitat in cui il tempo scorre molto lentamente. Nonostante tutto, tra i diversi attori di questo strano mondo la vita procede similmente come se si fosse alla luce del sole. Infatti, per questi abitatori sotterranei, grazie ad un adattamento fisiologico molto più semplificato e ridotto, la ricerca di cibo è favorita dallo sviluppo sensoriale dell’olfatto, che percepisce la presenza di molecole chimiche rilasciate dalle sostanze nutrienti che si trovano nel suolo anche a considerevoli distanze. Ad esempio le deiezioni dei pipistrelli rappresentano un pabulum paragonabile ad un nostro supermercato alimentare perché, nella Natura, nulla viene buttato, ma tutto trasformato.

Grotta Spipola - foto U. Calderara

Alla base di questa piramide ecologica troviamo il mondo microscopico delle popolazioni batteriche e dei funghi. Il GSB-USB da oltre quarant’anni studia questo mondo invisibile nella Grotta Laboratorio “Novella” sull’altopiano del Farneto. La cavità, rimasta chiusa al pubblico da sempre, ha permesso di campionare e riconoscere i microrganismi che vivono nel cuore dei Gessi, lontano da inquinamenti antropici o agricoli, trovandosi nel cuore del fitto bosco. Lo studio è importante per valutare l’andamento e lo spostamento delle specie microbiche presenti a seconda delle stagioni e la relativa mancanza di patogeni per l’uomo. Anche in questo caso sarà importante, col tempo, valutare le conseguenze del cambiamento del clima in atto con l’eventuale riduzione o spostamento di alcuni organismi. Nella grotta della Spipola nel 1992 furono eseguite quasi 400 misurazioni delle temperature poco prima che questa cavità venisse resa turistica. Ad oltre trent’anni di distanza il GSB-USB ha in progetto di effettuare un nuovo monitoraggio per verificare eventuali cambiamenti avvenuti negli anni nell’aria di questa lunga cavità.

Il popolamento delle grotte avviene grazie ad un graduale passaggio dal terreno ricco di humus del sottobosco a quello ipogeo. Infatti il sottobosco è, in ultima analisi, l’anticamera del mondo cavernicolo, perché tra le foglie cadute, legni in marcescenza, ecc., questo habitat è ricco di umidità e quasi buio. Da lì all’entrata in fessure della roccia ed in grotta il passo è breve. Per questa ragione troviamo moltissimi organismi che hanno avuto origine proprio nel sottobosco. Inoltre vi sono specie che, con la fine delle crisi climatiche del Quaternario, avvenute poche migliaia di anni fa, hanno trovato in questo nuovo habitat il luogo a loro adatto per sopravvivere.

Tra gli invertebrati, molto caratteristici, sono i Niphargus, piccoli crostacei ciechi e depigmentati, dalla vita lunghissima. Nel laboratorio della Grotta Novella abbiamo allevato alcuni di questi diafani crostacei, che dopo più di 13 anni non avevano ancora raggiunto le dimensioni dell’adulto! Sono organismi che vivono nelle falde acquifere le quali, quando vengono intercettate da una grotta, proiettano all’interno questi Niphargus che si adattano ottimamente al nuovo ambiente. La loro presenza è indice di acque prive di qualsiasi inquinamento.

Grotta Coralupi - il missile - foto U. Calderara

Non meno curiosi sono dei grilli (genere Dolichopoda) dalle appendici smisurate e privi di pigmentazione e di ali. Questi Ortotteri mostrano ancora abitudini che ricordano quando, in origine, vivevano all’esterno. Infatti, durante le notti molto umide, spesso escono nei pressi degli ingressi dove trovano buone quantità di cibo nel terreno del sottobosco.

Altri elementi delle biocenosi cavernicole sono le oltre venti specie di pipistrelli che frequentano le nostre cavità. La loro presenza dimostra, ancora una volta, l’equilibrio biologico esistente nel sottosuolo dei Colli Bolognesi. Questi straordinari mammiferi volanti occupano la parte alta della “piramide ecologica” ipogea. Sono carnivori e divoratori d’insetti e aracnidi in quantità pari al loro peso (anche se di pochi grammi) che catturano durante le battute di caccia notturne esterne. Nei mesi freddi vanno in letargo, abbassando la temperatura corporea insieme ai battiti cardiaci ed alla respirazione. Il genere Miniopterus si raduna, in inverno, in grandi colonie che nelle grotte, ma specialmente in alcune cave abbandonate della Croara, superano i quattromila esemplari.

Per queste e molte altre ragioni, dopo decenni di lotte degli speleologi del GSB-USB spinti dalla volontà di ottenere la salvaguardia di questi meravigliosi e misteriosi ambienti sotterranei, i nostri Gessi sono stati inseriti dall’UNESCO nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità. Con questo riconoscimento del 2023 oggi tutto il mondo è stato messo a conoscenza della straordinaria esistenza dei nostri Gessi, dove la Natura ha allestito una “mostra” di sé, uno scrigno di gemme nascoste nel buio umido di un mondo scientifico ancora tutto da scoprire e studiare.

Inghiottitoio del BUCO dei BUOI - Croara - Foto G.Rivalta

In copertina: Grotta del Ragno – foto U. Calderara