In questo numero la rubrica sopralluoghi si occupa della pietra fosforica bolognese e della sua fantastica storia. La rubrica propone l’incontro con angoli poco conosciuti della nostra regione. Un viaggio per immagini alla ricerca di spunti, suggestioni, anche di nuove idee per futuri documentari, mossi dalla curiosità di scoprire luoghi nascosti che, se si ascolta attentamente, possono raccontarci storie affascinanti. 

«Si racconta della pietra di Bologna che, se la si lascia al sole, ne assorbe i raggi e per un certo tempo splende nell’oscurità.». 

Da “I dolori del giovane Werther” di J.W. Goethe (trad. A. Spaini – Einaudi 1974 , pagg. 48-49)

Bosco sul Monte Paderno. Foto Marco Mensa

Nel 1602 il ciabattino bolognese Vincenzo Casciarolo, alchimista dilettante, scoprì una strana pietra alla base del Monte Paderno, sui colli di Bologna. La pietra, che dopo l’esposizione ad alte temperature rilasciava luce solare per un certo periodo, attirò l’interesse scientifico. Fu chiamata Pietra di Bologna o luciferina, ma anche pietra di luna o fosforica.

Secondo Camillo Galvani, studioso vissuto quasi due secoli più tardi, il Casciarolo in realtà “…si dilettava di travagliare nelle cose chimiche…” e, passeggiando sui colli bolognesi “… per divertirsi da qualche sua naturale malinconia…”, raccoglie la strana pietra che lo ha incuriosito…

I calanchi di Paderno. Foto Marco Mensa

Anche gli ultimi alchimisti furono molto incuriositi dalle strane proprietà della Pietra di Bologna, così come lo furono Galileo Galilei e J.W. Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia”, racconta la spedizione alla ricerca del minerale prodigioso…

Una gita a Paderno

Bologna, 20 ottobre 1786, sera.

Mi par d’essere Anteo, che si sentiva sempre più saldo in forze quanto più veniva a contatto con la madre sua, la terra. Ho fatto un’escursione a cavallo, a Paderno, dove si trova la così detta pietra bolognese (spato pesante); dalla quale si ricavano quelle pietruzze, che, essendo calcinate, risplendono all’oscuro, pur che prima sian rimaste esposte alla luce, e che qui sì chiamano senz’altro fosfori.

Mi sono poi inerpicato su per i burroni della montagna decomposta in blocchi, lavati dagli acquazzoni recenti e con mia soddisfazione ho trovato lo spato pesante, che cercavo, in abbondanza; per lo più in forma non perfetta di uovo, in parecchi punti del monte in via di decomposizione; in parte abbastanza puro, in parte ancora tutto circondato dall’argilla in cui stava incastrato. Che non si tratti di detriti, si può convincersi a prima vista. Per decidere poi se si siano formati contemporaneamente agli strati di ardesia o soltanto in seguito alla loro tumefazione o decomposizione, occorrerebbe un esame più accurato. I pezzi da me ritrovati si approssimano, dal più al meno, a una forma d’uovo imperfetta; i più piccoli assumono anche una forma cristallina non ben precisa. Il pezzo più pesante da me trovato, è di 17 lotti (=170 gr). Nell’argilla

stessa ho trovato anche dei cristalli di gesso, perfetti, sciolti. Dati più precisi sapran dedurre i competenti dai pezzi che porto con me. Ed eccomi un’altra volta carico di pietre: di questo spato ne ho messo nelle mie valigie per una dozzina di libbre (= 4 Kg.)!

(trad. E. Zaniboni in A. Sorbelli – Bologna negli scrittori stranieri, Atesia – Bologna, 1973, pagg.180-181)

La fosforescenza, termine che racchiude vari fenomeni fisici, indica l’emissione di una luce pallida, non attribuibile alla combustione. Fu coniato dai fisici per descrivere la capacità di alcune sostanze di illuminarsi dopo essere state esposte alla luce.

La Pietra fosforica bolognese (Lapis illuminabilis bononiensis) è una varietà di Baritina (Solfato di Bario, BaSO4) a struttura fibroso-raggiata e concentrica. Questa pietra, mediante calcinazione (cioè l’esposizione prolungata al calore), si trasforma in Solfuro di Bario (BaS) che diviene fosforescente, acquisendo la capacità di trattenere la luce del sole e di riemetterla per un certo tempo. Altre sostanze luminose, denominate “fosfori”, furono scoperte successivamente.

Pietra fosforica cava (120x90 mm). © Università di Bologna - Sistema Museale di Ateneo | Collezione Di Mineralogia "Museo Luigi Bombicci" |ph. Francesca Bargossi;

La vera fosforescenza, il suo tocco magico, si manifesta quando i corpi, al richiamo della luce, si accendono autonomamente, anche solo per un breve istante. Nel vasto regno della “luminescenza”, dove ogni corpo può diventare fonte di luce senza fiamma.

Foto Giuseppe Rivalta

Si ritiene che l’energia della luce, quando esposta a un corpo fosforescente, venga immagazzinata in forma di tensione energetica e successivamente emessa durante un recupero lento da questo stato di tensione.

Orme di ungulato nell'argilla, nei pressi di Paderno. Foto Marco Mensa

Ma la pietra fosforica non è l’unica sorpresa dei Calanchi di Paderno. Nell’area dei Poggioli Rossi, dove affiorano red beds oligocenici (alternanze di arenarie, siltiti e argille rosse per ossidi di ferro), sono stati ritrovati in passato addirittura alcuni denti di squalo. Meraviglie naturali delle colline bolognesi, tutte da esplorare…

Dettaglio dei calanchi presso Paderno. Foto Marco Mensa

In copertina: Pietra fosforica segata e levigata in superficie (130 mm)  (dettaglio) © Università di Bologna – Sistema Museale di Ateneo | Collezione Di Mineralogia “Museo Luigi Bombicci” | ph. Francesca Bargossi