La terza edizione del Festival Trasparenze di Teatro Carcere, organizzata dal Teatro del Pratello, si è recentemente svolta nelle città di Ferrara, Reggio Emilia, Parma, Bologna, Forlì, Ravenna e Modena. Il Festival ha coinvolto il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, un’associazione formata da tutte le compagnie e associazioni che operano con progetti teatrali presso le carceri della regione. La manifestazione, oltre a diverse iniziative collaterali, ha visto la messa in scena di una decina di spettacoli nelle carceri, con l’ingresso del pubblico all’interno dei diversi istituti di pena. Il tema comune di tutti gli spettacoli, declinati liberamente da ogni singola realtà, è stato “Miti e utopie – Errare/Perdono/Comunità.”.

Di questa importante e vasta iniziativa abbiamo parlato con Paolo Billi, regista e drammaturgo, presidente della cooperativa Teatro del Pratello di Bologna e con Cecilia Di Donato, responsabile della scuola del Centro Teatrale MaMiMó di Reggio Emilia.

Archivio Teatro Nucleo (Ferrara)

Chiedo a te Paolo, qual è l’obiettivo primario di questo Festival?

Il Festival, sostenuto dal Ministero della Cultura, ha l’obiettivo di aprire le carceri in occasione degli spettacoli affinché la cittadinanza possa entrare dentro a questi luoghi per vedere del teatro, realizzato insieme ai detenuti con la guida di compagnie professionali. È un’esperienza che tende a professionalizzare i detenuti, che infatti vengono assunti come attori nelle giornate di spettacolo. È un’attività formativa che permette alla persona che partecipa di costruire rapporti positivi con se stessa e con gli altri, realizzando l’impresa artistica di uno spettacolo in cui, il più delle volte, emergono potenzialità e capacità del tutto sconosciute.

Archivio Teatro del Pratello (Bologna)

Come nasce l’idea del Coordinamento Teatro Carcere?

Il coordinamento è nato dieci anni fa su indicazione dell’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna. A fronte di una nostra richiesta di sostegno alle attività in carcere ci è stato proposto di costruire una rete formalizzata in coordinamento tra le varie realtà, e di proporsi alla regione non come tanti singoli ma come soggetti che, come dire, concorrono a una progettualità unitaria. Questa è stata l’occasione di mettere insieme esperienze differenti e di creare del valore aggiunto, e ci ha dato inoltre la possibilità di lavorare su temi comuni, di sostenere dei momenti pubblici dedicati alla cultura del teatro in carcere e del Teatro Carcere dentro la città. Il coordinamento pubblica anche una rivista scientifica, diretta da Cristina Valenti, Quaderni di Teatro Carcere. È un momento importante di riflessione e di confronto. E ce n’è bisogno, perché a volte ci si approccia al Teatro Carcere in maniera casuale, pensando che saper fare teatro possa portare automaticamente a interventi positivi all’interno di una struttura dove invece ci vuole una grande preparazione e una grande resilienza.

"OlmO. Io corro per vendetta" - Lady Godiva Teatro Aps (Ravenna)

In generale qual è il tuo approccio al lavoro teatrale in carcere?

Primo, non lavoro mai sull’autobiografia. Per me è proprio una scelta di campo, non mi interessa la loro storia, non mi interessa assolutamente quel che hanno fatto, tutto rimane sempre costantemente fuori dalla porta. Non se ne parla proprio. Tu sei qui, chiaramente hai compiuto un reato, ma “che cosa hai fatto?” io non te lo chiederò mai. Questo è il mio approccio. Davanti a una persona che ha commesso le nefandezze più grandi non sta a me, non devo essere “pre-giudicato”. E questa è la cosa più difficile del lavorare in carcere: non pregiudicarsi da soli nei confronti della persona. Se cominci a pensare: “ah questo è un assassino”, immediatamente ti rapporti con quella persona in un certo modo, oppure “questo è uno stupratore seriale”… a me non interessa. Devi conquistare questa capacità fondamentale di ascoltare le persone che hai di fronte, per quello che sono.

Archivio Teatro Nucleo

Che problemi incontri nel tuo lavoro con i minori?

Nel carcere minorile oggi come oggi è tutto molto complicato. Dopo il decreto Caivano gli istituti di pena non sono mai stati così pieni, stanno scoppiando perché in galera entrano tanti ragazzi che sino a poco tempo fa, con il reato commesso, non ci sarebbero entrati. Il problema è che i ragazzi stranieri non accompagnati ritornano a essere in numero preponderante, e con loro è estremamente difficile costruire dei percorsi positivi con loro. Ci sembra di lavorare sulle sabbie mobili, ma non perché sono stranieri, attenzione, non perché c’è un problema di lingua. È proprio perché tutto si fonda sulla volatilità, sul fatto che queste creature in realtà non sanno neanche di aver commesso un reato, c’è una mancanza di qualsiasi tipo di consapevolezza.

"Città sul filo ....." Prodotto da Con..tatto Aps e Malocchi & Profu.mi Aps

Per il Festival Trasparenze invece hai lavorato con le detenute del Carcere della Dozza. Ci parli dello spettacolo che ne è scaturito?

Maman Boxing Club è il frutto di un anno di lavoro. Su quel titolo di riferimento iniziale si gioca il fatto che è la storia di un piccolo gruppo di donne che decide di dar vita a un’esperienza di box popolare, al femminile, e quindi fondano la loro palestra, tirando di box, imparando di box. Vivono rapporti, conflitti, vivono il tradimento di una che ha fondato questa avventura ma che a un certo punto si ritira, contribuendo al suo smantellamento, fino ad arrivare al momento finale in cui a questa esperienza viene posta la parola fine. È un testo costruito con loro, e chiaramente la palestra di box diventa una metafora della loro situazione.

"Maman Boxing Club"

Tu hai sempre fatto teatro civile. Qual è la tua motivazione personale?

La mia formazione teatrale risale ai primi anni ’80 a Pontedera, sono stati anni in cui lavoravo in una certa immagine di teatro che non era evidentemente teatro di convenzione. Andando avanti mi sono sempre più disinnamorato del teatro, il teatro attuale mi piace assai poco. Ho cercato le ragioni fondative in territori che mi facevano sentire che il mio agire teatrale incidesse sulla realtà, e sono convinto che quello che ho fatto nelle patrie galere non sarei mai riuscito a farlo con gente libera…

"Maman Boxing Club"

Veniamo a te Cecilia, e al tuo lavoro nel Carcere di Reggio Emilia…

Lavoriamo attualmente in due reparti. Uno è il reparto delle detenute transgender, il cosiddetto reparto “Orione” (a Reggio Emilia ogni reparto ha il nome di una costellazione!). E poi lavoriamo anche con i detenuti comuni maschili, che in realtà sono la stragrande maggioranza. Una delle forze del Coordinamento Teatro Carcere è proprio che nell’essere formato da artisti che fanno questo di mestiere, dei professionisti del teatro, che si mettono alla prova col palcoscenico continuamente, che conducono questi laboratori all’interno del carcere.

Quali difficoltà incontri?

Noi a Reggio Emilia siamo fortunati perché comunque il Comune ci sostiene, ma è ovvio che servirebbero molte più risorse per poter finanziare tutti i corsi di teatro di cui ci sarebbe bisogno. E l’altra cosa molto importante sono gli spazi, perché il carcere è pensato per ricordarti in ogni momento che sei recluso. La creazione di spazi idonei all’attività culturale, in generale l’attività teatrale, aiuterebbe sicuramente i detenuti a fare un’esperienza differente.

Archivio Teatro dei Venti - Modena

Come nasce il vostro spettacolo “Il Cerchio di storie”, presentato all’interno del Festival?

È una genesi interessante. Noi della Compagnia MaMiMó, grazie al Comune di Reggio Emilia, lo abbiamo sviluppato con la ricercatrice Sara Uboldi, prendendo spunto dal protocollo educativo Pre-Texts dell’Università di Harvard. Questo protocollo prevede l’incontro con un autore, Erri De Luca, e l’analisi di uno dei suoi testi, Tre cavalli. Dall’incontro con questo libro è nato uno spettacolo con le detenute del reparto “Orione”. Il gruppo ha generato delle storie, che a mio parere sono incredibilmente poetiche. Adesso questo materiale andrà in mano a un drammaturgo, che lo trasformerà in un testo teatrale, che dovrebbe debuttare in contemporanea con il libro che Erri De Luca curerà su questo progetto. Un percorso veramente interessante.

Archivio Centro Teatrale MaMiMò

Qualche storia che sta dentro al vostro spettacolo?

Alcune sono storie di quando le detenute erano bambine, storie del loro viaggio, del viaggio con cui sono arrivate in Italia (molte di loro vengono dal Sud America), delle promesse che sono state fatte loro per poi non essere mai mantenute, dell’essere state spedite sulla strada. Hanno raccontato del loro vissuto. Tante storie che erano piene della speranza in un futuro diverso. E sono sempre storie piene d’amore. Una delle più interessanti è quella di una di loro, che faceva la prostituta, che nella storia trasforma l’amore mercenario in amore vero. È stata veramente interessante questa trasposizione dall’amore comprato all’amore donato, come se si volesse sottolineare la dignità che riconoscono in questo loro lavoro.

Qual è secondo te il valore del lavoro teatrale in carcere?

È stato dimostrato da tantissime ricerche, studi universitari e non solo, che i benefici del teatro (e della cultura in generale) in carcere sono indiscutibili. Cioè il numero di recidive è decisamente inferiore. L’acquisizione di strumenti lessicali, espressivi, la trasformazione del sé, il vedersi anche diversi da quelli che si è sempre stati, la capacità di mettersi nei panni degli altri… Il teatro fa questo, il teatro ti porta a essere la persona che hai sempre condannato, oppure la persona che hai giudicato malamente per mille motivi. E sicuramente è una pratica possiamo dire terapeutica, che tutti i reparti richiedono. Le detenute lo attendono con ansia, attendono l’incontro con il personaggio, con la poesia, con il lavoro su loro stesse. Lo strumento dell’attore è se stesso, non è un pennello, una tavola, non è uno strumento musicale, è il proprio corpo, la propria anima.

Uscendo dalla sequenza di porte blindate dello stabilimento ho saputo che attraverso quel programma le persone partecipanti in cerchio salvavano parte del loro tempo di pena, partecipando a una ricostruzione di se stesse.

(Erri De Luca)

In copertina: “Amleto” – Archivio Teatro dei Venti (Modena)

Note: Il Festival è organizzato dal Teatro del Pratello Cooperativa Sociale in collaborazione con il Coordinamento Teatro Carcere Emilia- Romagna ed è sostenuto dal Ministero della Cultura.

Le attività annuali negli Istituti Penitenziari dell’Emilia Romagna sono realizzate nell’ambito del Protocollo tra Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, Regione Emilia-Romagna, Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e Centro Giustizia Minorile dell’Emilia Romagna, con il contributo della Regione Emilia Romagna (L.R. 13/99).

Le attività di produzione del Teatro del Pratello rivolte a minori e giovani adulti in carico alla giustizia e alle detenute della casa Circondariale di Bologna sono inoltre sostenute dal Comune di Bologna, dalla Regione Emilia Romagna e dal Centro Giustizia Minorile Emilia Romagna e Marche.