Pastoraccia e gli errori della fabbrica umana

Appunti su Quasi nessuno ha riso ad alta voce di Pastoraccia.

Edito da Canicola nel 2022, Quasi nessuno ha riso ad alta voce, libro d’esordio di Pastoraccia, va sicuramente annoverato tra i migliori fumetti pubblicati di recente.

C’è la sagoma di una donna, inanimata, che giace ai margini della laguna, come fosse una chiazza, e nulla sembra dire del proprio passato. C’è un uomo quieto, segnato da una stanchezza che pare congenita. Tutt’intorno, una luce fioca barcolla incerta sulla pianura e porta con sé uccelli dagli occhi gelidi e una lieve foschia, utile affinché il cielo non sappia davvero quanto si soffre sulla terra. A scuotere questa calma disperazione è una specie di beffa del destino: quella che conduce due carabinieri a bussare alla porta di Stefano. Hanno da comunicargli che sua sorella è morta. Stefano, però, di avere una sorella nemmeno lo sapeva.

La trama di Quasi nessuno ha riso ad alta voce ci proietta subito, senza inutili esitazioni, nel cuore di una vicenda dallo sfondo noir: una donna è stata assassinata ed il suo corpo è stato abbandonato nella laguna di Goro.

Stefano, incollando i frammenti come se si trattasse di un vaso che si è rotto dopo essere caduto a terra, ricostruisce pian piano la traiettoria che ha seguito la vita di sua sorella, ne riavvolge il filo, fino a capire che prima del giorno in cui è stata privata persino del battito del cuore, tanto altro le era stato già sottratto.

Pastoraccia, con la sicurezza di un narratore già sapiente, indirizza lo sguardo del lettore verso quel che più gli interessa raccontare: l’uccisione della donna e il ritrovamento del suo cadavere sono, in fondo, soltanto il pretesto che utilizza per buttarci dentro a una storia che è lo spaccato di una società retrograda, che ha ingabbiato per secoli le passioni di chi provava passioni, predicando una morale tanto soffocante quanto ipocrita.

“Matilde, io e i tuoi genitori abbiamo parlato a lungo e abbiamo preso alcune decisioni per aiutarti…”: questa frase che a un certo punto pronuncia il dottor Mayer (un personaggio apparentemente secondario) a me pare il cuore pulsante di tutto il racconto, il punto verso cui tutto tende e da cui tutto si dipana.

Non è lontano il tempo in cui all’istituzione psichiatrica veniva affidata la “malacarne” di tutte quelle donne che non sapevano accettare il ruolo che lo Stato, la chiesa e la famiglia avevano loro riservato: spesso, anche di fronte a un semplice accenno di stravaganza, veniva brutalmente praticata la terapia della reclusione, con l’apparente intento di liberarle da condotte che confliggevano con l’idea imperante di normalità, ma, in realtà, per nascondere alla vista degli altri queste presunte anomalie della femminilità, per evitare, in definitiva, che il fiore della ribellione potesse sbocciare. Medicalizzare “gli errori della fabbrica umana” trasformò l’assistenza psichiatrica in uno strumento di repressione al servizio del regime. Nei diari clinici delle donne internate troviamo un repertorio di aggettivi che potrebbe persino farci sorridere, se non fosse la cornice di quel dramma che per secoli, e fino a pochi anni fa, è stata la pretesa di realizzare una sorta di “bonifica della femminilità” (è questa l’infame espressione che veniva utilizzata nel ventennio fascista): loquace, smorfiosa, capricciosa, erotica, stravagante, insolente, clamorosa…

La gioventù di Matilde, la sua bellezza, la sua passione per la vita, la cruenta repressione dei suoi istinti, lo sguardo basso di Stefano, il suo evidente desiderio di starsene appartato, la scoperta di una dolorosa vicenda familiare, la vita di Matilde che viene spezzata, la vita di Stefano che sterza bruscamente: l’elenco degli ingredienti di cui si compone il libro di Pastoraccia è semplicemente sterminato e anche ad essere in grado di completarlo non si riuscirebbe a dar conto veramente della sua sorprendente capacità di offrire al lettore una storia insieme intima e politica

 

Guardando la tua nota biografica direi che non nasci uomo d’acqua dolce. Come arriva in laguna la storia? So che rischia di essere una semplificazione un po’ grossolana, ma vorrei chiederti se hai pensato prima all’ambientazione o alla trama.

Sono nativo cittadino bolognese a tutti gli effetti ma la “bassa” padana, quella ferrarese nello specifico, l’ho girata per decenni in lungo e largo per motivi sportivi. Sono luoghi e paesaggi che ho attraversato in modo costante in ogni fascia oraria e condizione atmosferica. Questo vissuto personale, e quindi l’ambientazione, è stato successivo alla creazione della trama. Nei primi disegni il corpo di Matilde morto era sul margine di un acquitrino, ma l’ambiente lagunare del Po è arrivato successivamente. C’erano dei luoghi, delle atmosfere e delle sensazioni che ricercavo e avevo bene in mente che avrebbero costituito il vestito giusto per la storia

È inevitabile che io ti chieda di Gianni Celati, di Luigi Ghirri e del cammino verso la foce che hanno percorso insieme.

Con Ghirri e Celati c’è un legame forte per lo sviluppo di Quasi nessuno ha riso ad alta voce. Sono stati, e lo sono anche ora, due architravi della mia formazione da adulto. In particolare, ci sono due elementi che caratterizzano le loro opere: la fantasticazione e la sospensione del tempo. Elementi che nel loro viaggio emergono fortemente. Ma a Ghirri affiancherei anche il lavoro di Guido Guidi. L’elemento della sospensione del tempo mi ha fatto inoltre da ponte con il Realismo Magico dei primi anni Venti del secolo scorso. Sono passato da Grazia Deledda a Massimo Bontempelli. In tutti loro ho trovato un filo comune nel narrare storie molto legate al quotidiano, alla dimensione popolare e aneddotica, dove irrompe sempre un elemento straniante, assurdo o imprevedibile. L’intreccio di questi mondi che si sono costituiti hanno sviluppato due stati emotivi: la nostalgia e il déja vu.

Ci sono atmosfere che rendi palpabili, che ci portano dentro il cinema che ha immortalato la piccola provincia padana, quella incastrata tra il mare e il Po. In questo viaggio hai pescato nell’immaginario di autori anche cinematografici? Hai voglia di citarne qualcuno in particolare?

Dai sopracitati documentari di Celati c’è un percorso che spazia in varie direzioni lungo il quale mi sono mosso all’interno del mondo cinematografico. Da Nodo alla gola di Alfred Hitchcock e Ascensore per il patibolo di Louis Malle a La isla Minima di Alberto Rodriguez e Non è un paese per vecchi dei fratelli Cohen fino alla prima stagione della serie tv True Detective di Nic Pizzolatto.

Sembra esserci nel tuo lavoro anche una passione per le rovine e i ruderi, di cui è disseminato il paesaggio emiliano, così come per l’archeologia industriale fortemente connotativa della provincia di Ferrara. Quanto ti ha guidato nello sviluppo della sceneggiatura questa attenzione ai luoghi delle memorie industriali così evocativi di passato recente?

Tanto. Mi affascina molto ciò che non è più vissuto ma di cui si percepisce ancora una storia, una storia che è al contempo calda e distante. Di frequente mi chiedo cosa hanno rappresentato determinati luoghi per le persone che li hanno abitati. L’intero territorio italiano è disseminato di rovine o luoghi abbandonati. In diverse occasioni mi è capitato di visitare questi luoghi e di trovare oggetti abbandonati, questi “reperti” sussurrano tracce di vite vissute.

Ci sono anche casi dove luoghi dismessi nella loro prima natura si sono trasformati ad altro uso. Ricordo di una fabbrica dismessa nel riminese poi diventata deposito di auto d’epoca.

A questo si aggiunge anche la capacità da parte della natura di riappropriarsi degli spazi abbandonati e mi rifaccio al saggio Manifesto del terzo paesaggio di Gilles Clément.

Ci sono mestieri difficili da raccontare, ma che i più audaci sperimentano, forse per noia o per arrotondare i magri guadagni di una provincia con un’economia depressa. L’imbalsamatrice è una pura invenzione letteraria o ci rimanda ad un filo rosso da seguire?

L’imbalsamazione, o nello specifico come mi piace definire ciò che svolge la signora Cappelli, la porcellanizzazione, è stato un escamotage per cercare di rianimare la vita inetta e piatta di Stefano. Una soluzione illegale che a tratti mostra il lato morboso di Stefano verso il corpo di Matilde ma anche verso la parola “sorella” che cambia il significato di quel corpo a lui prima sconosciuto. Stefano si ritrova così a desiderare di trattenere a sé qualcosa che è sfuggito alla sua vita. Tutto questo dipana in un’atmosfera che diventa sempre più decadente. La caratteristica di questo materiale in questa storia assume un duplice significato: il valore materiale e la sua natura fragile. Inoltre, si caratterizza per il suo strato lucido, vitreo su cui specchiarsi e mischiarsi con l’oggetto/immagine di fondo. Il sarcofago di porcellana diventa così non il semplice contenitore di un corpo ma un contenitore di sentimenti, pensieri, vissuti che lo vanno a ricoprire. Si crea così un dilemma su cosa sia vero e cosa no, forse neanche chi lo commissiona è in grado di decifrare, o probabilmente non vuole, ma si ferma alla propria immagine riflessa.

Approfondimenti:

Pastoraccia (al secolo, Alessandro Pastore) è nato a Bologna nel 1984. Visual designer e fumettista, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Cofondatore del marchio di gadget e prodotti illustrati Pastoraccia. Ha collaborato con Internazionale e Domani Fumetti. Dal 2020 pubblica a episodi sulla rivista Nuovi Argomenti (Mondadori) la storia Parada. Quasi nessuno ha riso ad alta voce (Canicola 2022) è il suo libro di esordio.

Le immagini sono tratte da “Quasi nessuno ha riso ad alta voce” di Pastoraccia, Canicola 2022

About Author /

Disegnatore e avvocato, vive a Bologna. Ha pubblicato "Mio zio pioppo" con Sigaretten.

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