Parlami di Elena racconta l’incredibile vita di Elena Samperi, artista femminista che scandalizzò il mondo negli anni ’80. La storia viene raccontata attraverso le lettere spedite ai suoi genitori e alle voci delle persone che l’hanno conosciuta. Un percorso di vita che porta da un minuscolo paese dell’Appennino, fino a Londra, centro attivo del movimento femminista di quegli anni, e ai confini con il Mato Grosso, in Brasile. Ne abbiamo parlato con il regista Giacomo Agnetti.

Fotogramma tratto dal documentario "Parlami die Elena"

Come sei arrivato a conoscere la figura di Elena Samperi? 

Per puro caso! Io e la mia compagna Maria Molinari avevamo appena finito di fare la presentazione estiva di Martin J, un documentario su Martino Jasoni, artista originario dell’Appennino parmense emigrato a New York agli inizi del 1900. Al termine della proiezione Gabriella Bussandri dell’Associazione Elena Samperi si è avvicinata a noi dicendoci che sarebbe stato interessante lavorare sulla storia di Elena. Sia io che Maria siamo cascati dalle nuvole perché non l’avevamo mai sentita nominare, ed era davvero strano, dato che le era stato addirittura dedicato un museo, proprio nella valle adiacente alla nostra.

Alla sera ho fatto una ricerca online e già dalle prime righe della bio e dal primo quadro, mi sono reso conto che c’ero finito dentro: il film era da fare.

Che chiave narrativa hai utilizzato?

Non avevo molti elementi da utilizzare, quindi ho provato a proporre un titolo (Parlami di Elena) che già di per sé suggeriva la struttura del film. Alla fine era la cosa più onesta da fare, dato che era proprio quello che ci stava succedendo: stavamo scoprendo il carattere di Elena attraverso gli incontri con le persone che l’avevano conosciuta. Raccontare l’arte di Elena invece, era tutto un altro paio di maniche. I pareri erano discordanti, perché Elena era una surrealista, quindi non rappresentava mai la realtà, ma anzi la piegava, riducendola in simboli. Per alcune persone del paesino, molto semplicemente Elena non sapeva disegnare, e questo mi fece sorridere, dato che quella loro compaesana era riuscita a scomodare critici d’arte da tutto il mondo. Queste dichiarazioni però mi hanno fatto rendere conto che c’era bisogno di “costringere” il pubblico a soffermarsi sui quadri, ed è per questo che ho deciso di fidarmi dei dettagli dei quadri e dell’intuito del pubblico. Ecco, diciamo che la regola “show, don’t tell” è stata utilizzata.

C’è un legame di Elena con l’Appennino, con la sua terra d’origine?

Il legame c’è eccome, un filo lungo e resistente che Elena non poteva permettersi di sciogliere, perché questo avrebbe significato perdere il collegamento con i suoi genitori che vivevano a Mossale, in provincia di Parma. Credo che non si trattasse di un filo che la collegava solo ad un luogo geografico, ma anche ad un luogo della mente, ad uno stato d’animo più tranquillo e meditativo. Dopo vari documentari e interviste a migranti, mi rendo conto che questa sensazione sia comune a molte persone. Alcune volte mi sono domandato quale sarebbe stata l’evoluzione della vita di Elena se non fosse scomparsa prematuramente. Chissà, forse alla morte dei suoi genitori avrebbe scelto di tornare a Mossale, anche se fatico a crederlo, perché per mantenere quell’esplosione di energia aveva costantemente bisogno di confrontarsi, esibirsi, scoprire cose nuove. L’Appennino va bene per molti aspetti della vita, ma non per quelli.

Chi ha sostenuto la produzione?

La cosa meravigliosa è che è stata un’operazione tutta al femminile! A parte me che mi occupavo della parte artistica e di leggere tutto quel che c’era da leggere negli scritti di Elena, tutta la produzione è stata seguita dalla collaborazione tra Gabriella Bussandri dell’Associazione Elena Samperi, Laura Saccani del Comune di Corniglio, Barbara Vernizzi dei Parchi del Ducato e Maria Molinari con la nostra casa di produzione Magic Mind Corporation. Insieme abbiamo presentato il progetto alla Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo, sempre pronti a promuovere le storie di emigrazione.

Ci ha sicuramente avvantaggiato il fatto che spesso mi occupo di quasi tutti gli aspetti creativi di un film, dalla scrittura alle animazioni, fino alle musiche originali, e questo ci permette di portare a termine le produzioni anche quando i budget sono molto contenuti.

Come è stato recepito questo documentario? Che percorso sta facendo?

Direi molto bene, anche oltre le nostre aspettative. Al termine delle proiezioni nascono sempre domande dal pubblico che vuole sapere di più sulla vita di Elena, sui suoi amori, le sue opere. Credo che queste reazioni nascano dall’impatto che il pensiero di Elena ha sulla gente. Era molto moderna nella sua idea di femminismo e di provocazione. Direi che era un’artista alla ricerca del dialogo, invece che dello scontro, con il mondo maschile. Sosteneva che gli uomini avessero perso il contatto con il loro lato femminile e credo che questo pensiero sia molto moderno. Per quanto riguarda la distribuzione vedremo come andrà, attualmente ho firmato un contratto di opzione con una casa di distribuzione, la ADR Distribution, con cui collaboro.

Ritratto di Elena Samperi - Archivio Associazione Elena Samperi

Quali sono state le difficoltà incontrate nel raccontare un personaggio così poliedrico, così vitale, provocatorio?

Avevamo solamente una video intervista in inglese di Elena, registrata in VHS e riportata su un DVD che non si riusciva a trovare da nessuna parte. La versione del filmato a disposizione era un file digitalizzato che ho ritenuto davvero inutilizzabile. Adesso compare solamente alla fine del film, con un grande impatto, dato che è l’unico momento in cui si vede Elena ancora in vita.

Comunque sia, la difficoltà maggiore stava nell’organizzazione del materiale a disposizione. Avevamo l’accesso ad una stanza a fianco dell’esposizione di Elena, a Corniglio, dove c’erano diversi cartoni contenenti i suoi oggetti. Abbiamo passato settimane a leggere e a catalogare tutto. È stato un percorso intimo e viscerale che ci ha fatto rendere conto di quanto preziosa sia la memoria di ciascuna persona, che in silenzio accumula idee, ricordi, grandi illuminazioni e grandi tristezze. Era come poter accedere alla cartella segreta nel computer di qualcuno. Attraverso quel materiale e soprattutto dalle lettere che Elena scriveva al padre abbiamo ricostruito una cronologia degli avvenimenti, che era la cosa difficile da fare, perché per il resto era Elena stessa a raccontarsi. Scriveva tantissimo. Si auto interrogava costantemente, compilava fogli con i pro e i contro per le decisioni più importanti. Il problema era dare una voce a tutti quegli scritti, perché non sapevo con che tono Elena parlasse. Così ho contattato una mia cara amica, Maria Giulia Guastalla, perché ero certo che avrebbe funzionato. Dato che la registrazione doveva sembrare di bassa qualità facemmo tutto via telefono. La voce di Giulia è quella che sentite nel documentario, registrata e interpretata al primo colpo.

Ritratto di Elena Samperi - Archivio Associazione Elena Samperi

In che modo ti sei messo in gioco in quanto uomo per raccontare così da vicino la storia di una donna, di una femminista?

È una domanda pertinente, anche se devo ammettere di non averci minimamente pensato. Quando si tratta di arte o di capire un artista non mi pongo la questione, è come se diventassi miope apposta per concentrarmi su quel che conta, ovvero su quello che una persona ha da dire. Elena stessa nei suoi scritti sostiene questo concetto, ovvero che non vedeva l’ora che le “donne artiste” potessero uscire dal “ghetto” delle “donne artiste”, per poter essere considerate semplicemente “artiste”. Ammetto però di aver fatto più attenzione del solito, perché questo tipo di argomenti stimolano molto il dibattito, ed è facile cadere in situazioni scomode o fare dichiarazioni che vengono male interpretate. La strada giusta è sempre la sincerità, ma con un pò di attenzione in più.

Cosa ti ha colpito di più nella figura di Elena Samperi?

Direi la lucidità. Aveva una grande capacità di auto analisi, era come se dentro di lei ci fossero sempre almeno altre quattro persone: l’Elena introspettiva e solitaria, la buffona energica e provocatoria, l’organizzatrice manager di sé stessa e infine la figlia unica combattuta tra il senso di colpa dettato dalla lontananza dai genitori e la voglia di fare esperienze.

Fotogramma tratto dal documentario "Parlami die Elena"

Qual è secondo te il messaggio che emerge dal film?

Penso che ognuno tragga un messaggio diverso ma noto che sono soprattutto le donne a percepire l’impatto di questa storia. Non so se considerarli veri e propri messaggi, ma credo che i suggerimenti che emergono siano soprattutto due: una è l’introspezione e l’autoanalisi, che possono portarci a fare quel che facciamo con un’etica e una sincerità che avranno un effetto sulle altre persone.

L’altro messaggio è la consapevolezza di non essere eterni, quindi ognuno nel suo piccolo dovrebbe darsi da fare per dire quel che deve dire, perché la vita è imprevedibile.

Elena era sempre alla ricerca, sempre pronta a cambiare.

Mi viene in mente un detto indiano: gli alberi hanno le radici ma gli esseri umani hanno le gambe, e possono migliorare la propria condizione.

Ritratto di Elena Samperi - Archivio Associazione Elena Samperi