Dagli Appennini alla Patagonia

A colloquio con Giacomo Agnetti, animatore, documentarista, amante della natura e degli spazi aperti, dalla sua casa sull’Appennino parmense fino alle lande sperdute della Patagonia.

Giacomo Agnetti in Patagonia

Raccontaci un po’ di te…

Abito in un paesino in Appennino di circa 800 persone, in provincia di Parma, Berceto. Siamo proprio sul crinale, vicino al Passo della Cisa. È abbastanza anacronistico che ci sia una casa di produzione che fa documentari e cartoni animati in un luogo così piccolo. Per un periodo ho studiato cinema a Milano e ci ho anche vissuto, però poi mi sono reso conto che erano ritmi troppo sostenuti per me. Quindi mi sono costruito lo studio qui e attualmente riesco a lavorare da qui sugli argomenti che più mi interessano, come il documentario antropologico e ambientale. Lavoro molto anche per i parchi nazionali.

Di base sono un montatore cinematografico, ma all’interno del corso di cinema che ho seguito c’era una piccola parte dedicata all’animazione, e dato che disegno da sempre ho provato anche questa strada, e ha funzionato. Da lì è partito il mio lavoro di animatore, sin dal 2007. Alcuni lavori sono andati molto bene: il primo che facemmo andò in cinquina al David di Donatello, arrivò secondo ai Nastri d’argento, e partecipò anche ad Annecy, un festival di animazione molto importante che si tiene in Francia.

Vista su Berceto (PR)

Sei nato proprio a Berceto?

In realtà sono nato a Parma ma solo perché qui a Berceto non c’è più l’ospedale! Poi però sono cresciuto qui. Visto che il paese si trova proprio sul crinale c’era la possibilità di andare dall’altra parte, in Toscana, a studiare, perché qui siamo più vicini alla Toscana che a Parma. E quindi noi siamo cresciuti tra queste due culture simili, ma anche diverse: da una parte c’è la Lunigiana, che è una zona particolare della Toscana, e dall’altra parte c’è l’Appennino Emiliano. Per me questa è una grandissima ricchezza.

Cosa rappresentano per te queste montagne?

Bella domanda… Da qualche tempo lavoro anche come guida, accompagno le persone in montagna. Nel fare questo si è rafforzata una mia convinzione: che chi vive a stretto contatto con una specifica area naturale arriva a conoscerla in profondità, e la cosa più bella che può fare è trasmettere a una persona che viene lì per un giorno quello che tu hai imparato in tutta la vita. È un vero privilegio. Ricordo un’amica americana che venne a trovarmi. Dopo un mese passato qui le chiesi cosa le era piaciuto del luogo e lei mi disse: “il fatto che avete trasformato tutto il paesaggio in una casa”. Perché andavamo a dormire in tenda, sapevamo esattamente dove sorgeva il sole e a che ora, sapevamo quando pioveva e quando non pioveva, dove incontrare alcuni tipi di animali. È un livello di conoscenza molto profondo che mi lega a questo luogo, e che mi dà anche le chiavi di lettura per leggere tutti gli altri luoghi.

Ad esempio io sono appassionato di Patagonia… la Patagonia ha spazi enormi, come la steppa patagonica. Invece se vai nella parte cilena ci sono valli strette, fiordi, è una situazione un po’ più simile alla nostra: una zona montuosa, fatta di piccole comunità.
Anche se non conosci bene la natura di quei posti non ti senti mai totalmente fuori luogo, perché sai quando un temporale sta arrivando, sai come come orientarti, e così via.
In Patagonia ho trovato dei collegamenti con l’Appennino: ci sono situazioni climatiche assolutamente simili e anche un paesaggio simile: valli, laghi, montagne innevate ma non troppo… Solo le dimensioni sono maggiori: se qui da noi cammini quattro ore per andare in un posto, lì ne cammini otto. E poi non c’è il segnale della linea del telefono, se non vicino ai centri urbani. E questo succede anche in Appennino!

Vista sulla Baia di Tortel in Cile

Parliamo dei tuoi documentari girati in Patagonia.

La Patagonia l’ho scelta perché ci sono stato tante volte e ormai mi ci sono affezionato, ma il motivo principale è che essendo molto ampia, con queste piccole comunità sparse qua e là, è molto facile incontrare storie, come se fosse una “mega mediateca” di storie umane. La maggior parte degli abitanti sono figli di emigrati, tantissimi hanno alle spalle vicende incredibili, lunghi viaggi per potersi insediare in un determinato luogo, o storie di resistenza per riuscire a sopravvivere in quell’ambiente così duro. Questo è il motivo per cui ho scelto la Patagonia: perché quando vado lì ogni persona è un link per portarmi ad altre dieci persone che hanno storie altrettanto interessanti. Bisogna solo scegliere quella che ti interessa di più.

I due documentari sono stati girati in due aree molto diverse: in una delle regioni più piovose del mondo, e in un ambiente desertico. Il primo si intitola Il popolo del cipresso, ed è ambientato a Caleta Tortel, un paesino fondato dai madereiros, cioè quei lavoratori immigrati in Cile per poter tagliare un certo tipo di pianta, il cipresso delle guaitecas. È un albero che cresce molto lentamente: pensa che una pianta di 400 anni come larghezza equivale ad un pino dei nostri di 80 anni. Il legno è estremamente denso, non si bagna mai, neanche se rimane sott’acqua. La parte centrale resta sempre asciutta e non marcisce. Questo ha fatto sì che il governo cileno ne richiedesse enormi quantitativi per costruire i pali telegrafici, le traversine dei treni, e molto altro.

Durante le riprese de "ll popolo del cipresso"
La biologa Kyla Zaret durante le riprese de "Il popolo del cipresso"

Il film racconta la storia di persone che lavoravano con il taglio del cipresso, un mestiere che ora non si fa più. Tra l’altro c’è un team di biologi americani, guidato da una mia cara amica, Kyla Zaret, che sta studiando da tempo queste piante, e gestisce un progetto per la loro salvaguardia. Nel documentario ho raccontato la storia di questo progetto di recupero e anche le incomprensioni che ci sono state tra i madereiros e le istituzioni, quando il cipresso è stato dichiarato protetto ed si è proibito il taglio. Oggi Caleta Tortel si sta trasformando in una località turistica, è un posto molto bello.

La Baia di Tortel

L’altro film si intitola Patagonia via radio, è ancora in costruzione ed è nato in maniera un po’ strana. Una volta mi sono dovuto fermare in mezzo alla Ruta 40 (la strada che percorre tutta l’Argentina da Nord a Sud), per fare benzina. Mentre facevo rifornimento mi sono reso conto che, a differenza degli altri villaggi, tutti i muri di questo paesino erano dipinti con una mano particolare. Sembravano dei fumetti che copiavano i cartoons della Walt Disney. Molto curioso! Allora ho chiesto a una signora: “Scusi ma chi è l’artista che fa questi murales?” e lei mi ha risposto: “Come non conosci Julio? Devi conoscere Julio!” e ha messo in moto tutta una rete di persone. Insomma, nell’arco di cinque minuti ero davanti a questo omone di un metro e novanta, tutto sporco di pittura. Gli ho detto che ero interessato a quello che faceva e lui mi ha raccontato che lavorava anche in radio, e mi ha recitato una poesia in diretta. Allora gli ho detto: “Cavolo! Sarebbe bello fare un documentario su di te!”. Mi ricordo che lui mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: “Giacomo, sono 40 anni che aspetto che qualcuno mi scopra!”. E così è nato questo progetto, sono tornato lì altre tre volte e Julio mi ha fatto capire come funziona il mondo delle radio. È uno strumento fondamentale per la comunicazione tra le persone che vivono in quei paesini isolati a 300- 400 chilometri l’uno dall’altro. La frequenza radio non arriva tanto lontano, quindi si creano molte emittenti. È una rete.

Julio Cesar Oliva, protagonista di "Patagonia via radio"
La località di Rio Mayo, in Argentina

Quindi sono proprio radio locali. A che distanza arriva il segnale?

La portata FM non supera i 30 chilometri, invece l’AM ce l’hanno solo in pochi. Solo la Radio Nacional ha una portata più ampia, e trasmette via web. La maggior parte di quelli che lavorano nelle radio non sono pagati, lo fanno per pura passione: sono cresciuti tutti con la radio. Ti devi immaginare un ambiente in cui tira sempre un gran vento, che per noi sarebbe veramente insopportabile. È fortissimo e non ti fa sentire nulla. Quando arrivi a casa e ti puoi ascoltare un po’ di radio è un momento di grande sollievo. Si ascoltano i programmi di informazione, ma anche i balletti e le opere. La televisione non è molto diffusa, tuttora ce ne sono pochissime. Mi ha interessato molto ad esempio la storia del Mensajero rural, un programma radiofonico che permette alle persone di comunicare con i loro cari nei posti più remoti. Come se Radio DJ bloccasse le trasmissioni per un quarto d’ora al giorno per lasciare spazio ai messaggi personali. Tutti sanno che in quel quarto d’ora c’è il Mensajero rural. Tua nonna ad esempio può rientrare in casa dai campi, ascoltare la radio e accertarsi se tu, che magari vivi a Buenos Aires, hai un messaggio per lei. Questa pratica mi ha ricordato un mondo agricolo che era presente anche nelle aree interne di Italia fino a qualche anno fa, in cui le comunicazioni tra le persone lontane avvenivano in modi molto diversi dall’oggi.

Leonardo Alberdi, insegnante elementare a Rio Mayo

E cosa ti affascina nel paesaggio della Patagonia?

È un paesaggio molto suggestivo, sono pianure talmente infinite che ci si può perdere, non ci sono sentieri, si è molto isolati. Gli attraversamenti sono resi difficili dalle intemperie, specialmente in inverno quando c’è neve e quel vento terribile che quasi ci puoi lasciare le penne in mezz’ora. Ma anche d’estate il vento è molto forte, ed è difficile trovare acqua buona da bere lungo il percorso. Il primo pensiero che sorge spontaneo è: “Ma questo è un inferno!” Addirittura c’è una guida della Lonely Planet che dice: “Non fermatevi a Rio Mayo, gli unici che passano la notte qua sono i militari e i guanacos (una specie simile ai lama).” Ma quando li osservi con più attenzione, i posti cambiano. La cosa che mi ha affascinato sono le grandi distanze, e la solitudine che si genera nelle persone. Una solitudine che non equivale per forza alla tristezza, non ho incontrato persone tristi in Patagonia, ma che ti spinge a farti delle domande, a impegnarti per la tua comunità, perché è l’unico contesto in cui puoi lavorare. Tutti investono molto nella propria comunità, è una dimensione veramente “a chilometro zero”. Chi vive in città tende a vedere le situazioni di paese come piccole o molto limitate. Io invece credo che in quelle situazioni limitate si possano creare dei rapporti che ci fanno sentire molto meno soli.

La zona intorno a Rio Mayo

In copertina: Fotogramma tratto dal documentario Patagonia via radio di Giacomo Agnetti.

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Regista documentarista, è tra i fondatori di Ethnos.

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