BilBOlbul è un festival  che pone la sua ricerca sull’espressione dei linguaggi del fumetto, realizzato dall’associazione culturale Hamelin,. Dopo 15 edizioni, il festival interrompe la sua continuazione, considerando il contesto molto cambiato dal 2007, anno della prima edizione. Dario Sostegni racconta di questa evoluzione. 

Molte sono le evoluzioni del linguaggio, e molti sono i festival nati su ispirazione di BilBOlbul. Ciò che contraddistingueva BilBOlbul dalle altre manifestazioni era porre l’attenzione sul ruolo delle sue autrici e dei suoi autori e non, come accadeva al tempo, prevalentemente sui personaggi delle loro storie. Grazie ai numerosi incontri, il lavoro autoriale veniva esplicitato, mostrando il suo aspetto teorico e le sue intenzionalità narrative, e legandosi permanentemente all’immaginario degli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Il festival ha sempre avuto un legame inscindibile con il corso di fumetto e illustrazione, ed è stato non solo motivo di interesse e approfondimento, ma per molti anche spunto metodologico, di approccio al contesto artistico, e di ideale di vita rispetto al personale rapporto con il mondo del fumetto. Nei suoi primi anni, BilBOlbul ha raccolto e creato una certa unità con la scena fumettistica italiana, aprendosi nel corso delle edizioni sempre più al contesto estero. La sua ricerca autoriale è stata parallela alle evoluzioni editoriali nel tempo a venire, lo si può notare con l’affermazione del graphic novel nell’immaginario e nel mercato editoriale.

La sua ultima edizione si chiude con un interrogativo che ripercorre tutto il processo del festival: lo stato del graphic novel dopo venti anni, dall’inizio del suo arrivo in Italia.

Opera di Lisa Mouchet
Allestimento di "Ad occhi aperti"

Dopo l’ultima edizione nel 2021, nasce nel 2023 la manifestazione Ad occhi aperti che torna alle origini, non nasce come evento ma si sviluppa, fin dal lavoro di curatela, come un’indagine. Più che un festival vuole essere un discorso, un estendere le considerazioni affrontate dal gruppo di lavoro alla comunità. In questa direzione, l’idea è svincolarsi dal fumetto e dalle novità pubblicate nel presente, per raccontare invece il presente con il fumetto, spostando l’attenzione sul contemporaneo e i suoi temi sensibili. La stessa voce autoriale si estende a voce collettiva.

Ad occhi aperti è un festival tematico, e l’abitare è la materia della prima edizione. La mostra principale è intitolata Qui? come abitare oggi? e prende spunto dal famoso fumetto di Richard Mcguire Qui, dove per tutta la durata del libro viene ripreso il medesimo angolo del salotto della casa dei genitori, facendo interagire sulla stessa pagina porzioni della stanza ritratte in epoche diverse. Se convivono tempi e persone diverse, si tratta comunque della genealogia dell’autore, un luogo identitario, una estrema eterogeneità che non mette in discussione l’affermazione di un proprio qui. Il titolo gioca proprio su questo riferimento, e lo mette in discussione, ponendolo come interrogativo: quali sono le forme di disorientamento nel nostro modo di rapportarci con lo spazio esterno e come le si può raccontare? Il fumetto è da sempre uno specchio del nostro modo di abitare. Disegnare significa necessariamente creare uno spazio, ma accanto a questo c’è l’epoca dell’incertezza sull’abitabilità a lungo termine del pianeta; della dialettica tra spazio reale e virtuale; della frattura nel rapporto tra spazio pubblico e privato generata dalla pandemia; della trasformazione di tante città che si offrono al mercato della mobilità di massa. In che modo il disegno racconta questi mutamenti? Quanto sono presenti nelle storie che leggiamo? Ad occhi aperti vuole accentuare la vocazione all’approfondimento culturale attraverso la scelta di un tema principale che diventa lente per leggere sia il presente che viviamo sia il modo con cui esso si riflette nel lavoro degli artisti e delle artiste di oggi.

Partendo da questi presupposti, l’idea è stata abbandonare mostre monografiche per concentrarsi su due mostre collettive principali, coordinate dal gruppo di ricerca, e unite dal tema dell’abitare.

Inaugurazione di "Ad occhi aperti"

La prima, Qui? Come abitare oggi?, è una collettiva di cinque autrici e autori esteri: Jerome Dubois, Sammy Stein, Marijpol, Erik Svetoft, Lisa Mouchet. La seconda, intitolata Senza essere visti, è l’incontro tra due autrici residenti a Bologna, Valentina D’Accardi e Eliana Albertini.

Le due mostre si sono tenute nelle grandi sale del Baraccano, una di fronte all’altra. Le opere sono poste sulle pareti, fatta eccezione per quelle di Sammy Stein la cui natura, più vicina alle installazioni museali, è posta al centro. In entrata sono stati raccolti alcuni libri essenziali per il nostro processo di ricerca, una personale bibliografia che comprende indistintamente fumetti e saggi. Affiancato alla mostra è presente un saggio con nome omonimo, scritto dal gruppo di ricerca, per espandere i ragionamenti sulle poetiche autoriali.

L’idea espositiva non è stata tanto mostrare il lavoro identitario di ciascuno, ma, creare un percorso comune, fluido e con possibilità di incrocio, cercando di far risuonare il tema nel lavoro di ciascuna e ciascuno.

Marijpol è una fumettista di Amburgo, e dedica grande cura e attenzione ai suoi personaggi. Utilizza un tratto di matita grosso, tagliente ma dolce, apparentemente grezzo e veloce, che non lascia spazio alle approssimazioni. I corpi sembrano nascere da un criterio particolare a ciascuno ed esprimono emozioni complesse con i loro movimenti. Sono espressione di comunità queer che proliferano nelle zone d’ombra e negli spazi interstiziali dove le narrazioni, le istituzioni e i progetti abitativi si dimenticano di loro. Protagoniste un gruppo di tre donne che abitano insieme costruendo i loro percorsi identitari in autonomia, finché non irrompono nella loro vita i bambini loro vicini di casa, tre fratelli che vivono badando a se stessi a causa di una madre single che spesso non c’è. Il loro arrivo apre un discorso sulla cura: la reticenza iniziale delle donne diventa presto un rapporto di interdipendenza, queste riescono a creare uno spazio in cui lə sei si prendono cura lə unə dellə altrə in un modo che esula dalle dinamiche stereotipate e dai discorsi femminilizzanti e sulla maternità che le spaventano, come nei rapporti uno a uno in cui l’impegno emotivo e fisico è univoco e isolante.

Opera di Eric Svetoft

Contrariamente, Erik Svetoft, fumettista svedese, costruisce storie dove al centro non sono tanto i personaggi quanto il luogo inscenato, metamorfico e pulsante di vita propria. In Spa mette in scena una “Zona”, un’area circoscritta, stabile in se stessa, in cui regna l’imprevedibilità. Possiamo trovarla in Stalker, il film diretto da Andrej Tarkovskij, oppure nella surreale e perturbante poetica di David Lynch.

Il fumetto racconta di una SPA in cui clienti e personale sembrano essere intrappolati. In una serie di brevi storie interconnesse il dirigente, l’inserviente appena assunto, un cliente o il massaggiatore assistono alla progressiva trasformazione del resort in uno spazio alieno e mostruoso. Il progetto e la forma dell’opera non diventano più leggibili in modo tradizionale. Quando sia il piano visivo che quello linguistico non sono più affidabili, il lettore deve procedere per intuizioni e dubbi. Lo spazio creato e la circolarità narrativa (lo si può tranquillamente rileggere subito dopo averlo finito) rendono l’intera opera un sorta di spazio simulato, indirizzato, da cui i personaggi, ignari o meno della loro condizione, non possono uscire. Come spiega Alberto Falco nel suo articolo Zone e realtà, una zona non è uno spazio con una volontà, ma un campo di potenzialità, un organismo composto dagli stessi fenomeni che vi prendono vita.

Anche Lisa Mouchet, altra partecipante alla collettiva, mette in campo una zona con Le Mystère de la maison brume. La casa, la Maison Brume, sembra disabitata e tre degli abitanti delle case attorno iniziano a domandarsi cosa possa nascondere al suo interno. Decidono di entrarvi in modo abusivo, ognuno coi suoi motivi e le sue proiezioni rispetto a ciò che la casa potrebbe nascondere e riservare. In generale tutti la vedono come innocua, pronta ad essere esplorata, conquistata, profanata. I tre sguardi corrispondenti alle persone entrate per visitarla sono in prima persona, come un videogioco, senza mostrare mai i corpi nella loro interezza. Le differenze tra loro sono definite non solo dalle tecniche, tutte diverse, e dai font, ma anche da come vengono disegnati oggetti e spazi, corrispondenti quindi a modi diversi di rappresentare gli spazi della casa. Ma se fosse la casa ad adattarsi a loro, a prendere delle forme riconoscibili per ingannarli? Come Hill House, anche la Maison Brume sembra essere consapevole di chi osa sfidarla. Diventa chiaro dopo poche pagine che entrare nella casa significa perdersi, rimanere soli e intrappolati. Lysa Mouchet ci catapulta in una esplorazione di spazi liminali, confondendo i nostri piani di realtà.

Dalla casa ci apriamo alla città con il lavoro di Jerome Dubois, apparentemente il più legato al fumetto tradizionale, ma sempre capace di porne i limiti e le sue peculiarità in termini di linguaggio. È sufficiente muovere un passo all’interno di Citéville, la città a suo modo protagonista del dittico Citéville/Citéruine per sentirsi estraniati. La città perde i suoi connotati umani, antropologici, non è più una città abitata ma fatta “a forma di città”. Più precisamente, all’ideale di città, come in un disegno architettonico, fatta di strade pulite, linee precise, supermercati enormi. La città non è solo entità, riconducibile a ciò che dicevamo sulla zona, ma assume connotati metaforici, dove tutta un’umanità distaccata e atomizzata, lontana nelle relazioni e insensibile agli affetti, vive una vita prettamente inabitabile, perché mai agente diretta di un suo mutamento. L’umano è una manifestazione della metropoli, e non viceversa, ed è qui che emerge la percezione di una riflessione che dal narrativo sfocia nell’ontologico e nel politico.

"Citéruiine" di Jerome Dubois

Nelle storie di Citéville, le vite dei suoi abitanti sono alienate: bambini compilano moduli per aver la possibilità di venire adottati (e poi abbandonati) da genitori che li scelgono in grandi e asettici showroom; si lavora per finta in parchi divertimento dove l’attrazione è cucire scarpe e venire sgridati dal capo; gli autobus hanno i capolinea ma viaggiano nel vuoto, come se il mondo non fosse renderizzato durante il percorso; e l’ospedale e fabbrica metallurgica sono parte integrante l’uno dell’altra. Ma è in Citéruine che Dubois dilata le parti concettuali della sua opera, un compagno che conferisce all’opera nel suo complesso un peso sublime che, pur nella densità di simboli e metafore e riferimenti, il solo Citéville non avrebbe potuto raggiungere. Citéruine ricalca in modo identico e perentorio Citéville, ogni disegno e ogni tavola, privandolo però dei suoi abitanti, i personaggi. Sembra una contraddizione: da una parte l’invenzione di uno spazio, dall’altra il suo annientamento. Dubois sembra palesare ciò che con Citéville potevamo solo intuire: la città si autodetermina narrando se stessa, al di là di ogni presenza umana, mostrandoci quanto in realtà i personaggi erano solo delle comparse. Si accenna solo a qualche disturbo, ammaccature, vetri rotti e locali svuotati, indizio di un passaggio temporale che lascia spazio a ipotesi catastrofiche. Gli stessi elementi grafici che contraddistinguono il fumetto, dopo la privazione dell’umano che ne determina delle coordinate, si fanno astratti, comunicando in termini prettamente di linguaggio fumetto attraverso una narrazione astratta, decostruita. Non è facile immaginarsi Citéruine senza averlo sotto mano: un libro per sua natura alieno, strano, ben lontano da ogni forma di storia con personaggi, come normalmente siamo abituati a leggere.

"Visage tu temps"di Sammy Stein

Il rapporto con narrazioni dove l’umano è assente sono molto presenti nella microeditoria, soprattutto estera, e con autori che hanno un forte legame con la narrazione breve e la stampa di fanzine. Sammy Stein si comporta come un modellista riproducendo un mondo apparentemente naturale posto in un altrove dall’aspetto freddo e ostile, ma allo stesso tempo carico di ironia. Priva i suoi fumetti di qualsiasi individuo agente e crea condizioni di dialogo tra essenze materiali (non sempre reali), invitando a percepire la realtà attraverso nuove forme sensoriali. Gli ambienti del suo mondo sono contaminati da rovine che prescindono ormai dall’associazione con significati, abitudini o progetti riconducibili agli umani che presumibilmente le hanno generate. Stadi dove la nostra autocoscienza è messa a tacere sono attivamente ricercati in alcune forme di meditazione, o in alcune espressioni musicali. Vi è come un placido e arcaico senso di pace nelle storie di Sammy, se si è disposti a perdere le nostre coordinate. Viene definito “artista formalista”. L’interesse si sposta dal narrativo a quello processuale e formale. In questo senso la sequenzialità non è mai forzatamente cinematica, di una serie di personaggi o oggetti che si muovono nello spazio. Spesso e volentieri è di natura concettuale, con il tentativo di evocare il senso del tempo nel mondo statico del fumetto.

Sammy Stein è il più svincolato dalla forma fumetto, e i suoi lavori possono essere riconducibili alle installazioni museali. Per la mostra, sono stati stampati grandi tessuti incorniciati a tela di ragno, posti conseguentemente uno dopo l’altro, raffiguranti fotografie di grotte e arcaiche architetture. Leggere questi grandi tessuti sembra simile a leggere grandi vignette. Legata all’installazione, una fanzine, che espande la dimensione concettuale dell’opera. Ogni mezzo creativo, dal disegno alla fotografia, fino alla scultura, viene messo così a disposizione della narrazione. Il lavoro di Stein si muove lungo i binari della memoria, quasi archeologico nel suo catalogare rovine (se di natura umana non ci è dato saperlo). C’è, dietro un’apparente impossibilità di abitare, la volontà di sfidare le quattro mura radicate al suolo, la messa in pratica del nomadismo come forma di conoscenza e contatto con la porzione di mondo che si sta occupando, le sue risorse, i suoi frammenti, l’esplorazione del margine e delle possibilità che offre.

Nota:

La mostra “Ad occhi aperti” è a cura di Hamelin con Valeria Cavallone, Alberto Falco, Marco Libardi, Dario Sostegni