Qualcosa di straordinario accade a Campogalliano alla fine degli anni ’80: la rinascita dello storico marchio di vetture sportive Bugatti. Davide Maffei e Alessandro Barbieri lo hanno raccontato nel loro film documentario La fabbrica blu

L'edificio sala prove motori. Foto Davide Maffei

Raccontiamo per i lettori di emiliodoc la storia di “La fabbrica blu”, un film che sicuramente ha segnato un punto importante del vostro lavoro…

La fabbrica blu racconta una singolare parabola industriale e umana che si è svolta a Campogalliano (MO) nei pochi anni che vanno dal 1987 al 1995: l’imprenditore Romano Artioli decise di far rinascere lo storico marchio italo-francese Bugatti impiantando la nuova realtà produttiva in Emilia e cercando di accaparrarsi i migliori tecnici provenienti dalle altre case automobilistiche della Motor Valley. L’impresa culmina nel 1990 con l’inaugurazione dell’avveniristico complesso di Campogalliano e nel 1991 con la presentazione della supercar Bugatti EB110, il massimo per l’epoca in termini di prestazioni e tecnologia. Dopo pochi anni però l’azienda si trova in difficoltà finanziarie e inaspettatamente nel settembre 1995 viene posta in fallimento. Il film documentario racconta la parabola di questa meteora automobilistica che però ha lasciato un segno indelebile nella storia e nei suoi protagonisti. 

Il custode Ezio Pavesi cura il prato della fabbrica. Foto Davide Maffei
La Bugatti EB110 davanti allo stabilimento. Foto Nicola Xella

Come è nata l’idea di realizzare questo documentario?

Dopo la nostra opera prima Villaggio Eni, un piacevole soggiorno nel futuro, abbiamo continuato a coltivare un interesse per le storie che connettono industria, design e architettura. Un giorno del 2014 mi sono imbattuto sulla stampa locale in un articolo dedicato ad un festeggiamento organizzato dagli ex dipendenti Bugatti presso lo stabilimento, abbandonato dal 1995 e da allora curato amorevolmente da Ezio Pavesi (custode della fabbrica dagli anni ’90 al 2022). Il giorno successivo mi imbucai alla festa e mi resi conto che l’atmosfera era incredibile: 200 persone venute da tutta Europa per l’anniversario si incontravano di nuovo dopo 25 anni per ricordare un periodo indelebile della loro vita, non solo professionale, ma umana. Questo grande trasporto emotivo, unito alla straordinarietà architettonica della struttura industriale, magistralmente progettata dall’architetto Giampaolo Benedini, hanno fatto scattare in me l’idea di raccontarne la storia.

Romano Artioli. Foto Alessandro Barbieri

Qual è il taglio narrativo che hai scelto per raccontare la storia della Fabbrica Blu?

Da subito ci siamo resi conto che il vero valore di questa storia era l’apporto dell’umanità che vi aveva partecipato, per cui siamo partiti realizzando numerose interviste a collaboratori ed ex dipendenti, senza distinzione di ruoli, dalle segretarie fino all’architetto Benedini e allo stesso Romano Artioli, la cui testimonianza è stata ovviamente essenziale. Le parole dei protagonisti sono state la linea guida dell’intero film, a cui è stato possibile aggiungere preziosi materiali d’archivio, molto spesso forniti con entusiasmo dai protagonisti stessi: VHS, fotografie e documenti che erano rimasti sepolti per anni sono stati recuperati e digitalizzati andando a formare il nucleo di un patrimonio culturale che si stava perdendo. Per poter far comprendere al pubblico l’importanza che ha avuto questa vicenda, al tempo quasi sconosciuta sia in Emilia-Romagna che in Italia, siamo andati all’estero per raccogliere testimonianze di appassionati e operatori del settore in Giappone, Francia e Inghilterra, ritrovando sempre lo stesso stupore e la stessa passione di fronte ad un’avventura tanto epica quanto anomala nel mondo del motorismo mondiale.

EB110 all'interno della fabbrica Bugatti. Foto Nicola Xella

Qual è stato l’elemento centrale su cui hai lavorato, il sentimento ricorrente, il messaggio che hai voluto sottolineare?

Siamo sempre affascinati dalle storie poco conosciute, spesso sepolte dal tempo o condannate per varie ragioni ad una damnatio memoriae, non sempre per motivi connessi al loro intrinseco valore, ma semplicemente per superficialità o per mancanza di interessi economici. Al tempo ricordo bene i commenti di molte persone che ritenevano una perdita di tempo parlare di una vicenda finita male, un’azienda che era fallita. Non siamo mai stati d’accordo con questo approccio che premia solo i vincenti, coloro che nel sistema economico riescono a farcela, senza approfondire come e a che prezzo. Il contributo che si dà all’evoluzione tecnica o sociale di un settore quasi mai ha a che fare con le questioni finanziarie. Romano Artioli e tutti i lavoratori della Bugatti Automobili hanno avuto intuizioni geniali, che sono diventate la norma solo dopo molti anni: come spesso accade, essere troppo avanti rispetto al proprio tempo non sempre paga. Per dirne una, l’idea di avere una fabbrica esteticamente superlativa non solo per i clienti e la stampa ma specialmente per le persone che ci lavoravano, era un concetto sconosciuto al tempo nelle altre fabbriche automobilistiche del comprensorio. Bisognava risalire alle realizzazioni di Enrico Mattei o Adriano Olivetti per vedere altrettanta cura e attenzione verso le persone. Dalle testimonianze emerge chiaramente l’orgoglio di averne fatto parte, anche se per pochi anni.

Dettaglio motore EB110. Foto Nicola Xella

In che modo questo film può contribuire a mantenere viva la memoria di un percorso imprenditoriale e umano così particolare?

Devo dire inaspettatamente, il film ha contribuito nel suo piccolo ad un percorso di progressiva riscoperta di questa vicenda e ad un rinnovato interesse anche verso la fabbrica. Uno degli aspetti più straordinari è il ruolo di Ezio Pavesi, che ha “vegliato” sulla fabbrica dagli anni ’90 al 2022, lavorando instancabilmente nel suo tempo libero per mantenere in buono stato quello che restava dell’immobile dopo il fallimento e nei passaggi di proprietà successivi. L’erba era sempre tagliata, e vedendo l’edificio dall’autostrada non si sarebbe certo detto un immobile inutilizzato. Come ci capita spesso rimaniamo attaccati sentimentalmente alle vicende che raccontiamo, al di fuori delle dinamiche strettamente legate al film, e negli anni seguenti alla presentazione del documentario abbiamo aiutato Pavesi e la sua famiglia ad organizzare eventi presso la fabbrica; nel corso degli anni la partecipazione è cresciuta esponenzialmente e oggi la Bugatti Automobili è considerata unanimemente un esempio luminoso di imprenditoria e di qualità estetica e progettuale. Recentemente Ezio Pavesi e suo figlio Enrico, insieme a Lorena Dondi e ad altri amici hanno fondato l’Associazione Culturale Bugatti Automobili Campogalliano, con l’intento di promuovere e mantenere viva la memoria di questa straordinaria esperienza imprenditoriale e umana. La fabbrica è stata recentemente acquisita e ha subito pesanti interventi, peccato che non ci sia stato un interesse pubblico nel conservarla come avrebbe meritato. L’intento attuale dell’Associazione è quello di attivare un museo, speriamo che qualche istituzione sia sensibile e si impegni in tal senso.

Dettaglio dell'EB110. Foto Nicola Xella
EB110 all'interno della fabbrica Bugatti. Foto Nicola Xella

Diciamo qualcosa sull’iter produttivo. Come avete realizzato il film e che distribuzione ha avuto?

La produzione è stata curata da Serena Mignani, come peraltro tutti i nostri documentari fatti finora, con la quale abbiamo un rapporto speciale di stima e fiducia. Al tempo Serena era socia di Imago Orbis di Bologna e il film è stato prodotto con risorse proprie. Anche le ‘piccole produzioni indipendenti’ riescono in sforzi produttivi importanti se fortemente motivate. Lo sforzo è stato però ripagato in termini distributivi, grazie a numerose proiezioni sia in Italia che all’estero, tra cui anche un’edizione di DocinTour che ricordiamo con particolare piacere per lo stupore di tanti emiliani davanti ad una storia così affascinante ma per loro totalmente sconosciuta. Il film è stato tradotto in più lingue e il suo DVD è diventato quasi un oggetto da collezione per i Bugattiani, poiché – ahimè – la memoria storica del luogo fisico sta per essere soppressa e solo restano queste riprese come testimonianza. È distribuito attraverso diverse piattaforme italiane ed internazionali, anche nei circuiti educational all’estero, dopo premi e proiezioni in molti Paesi stranieri.

Steve Bernaud, ufficio stile Bugatti, nell'ufficio in stile Bugatti. Foto Alessandro Barbieri

Tu hai una passione per l’automotive. Come nasce?

Direi che è una passione giovanile che ho sempre mantenuto in parallelo ad altri interessi. Sicuramente vivere a Modena ti consente di essere in un punto di osservazione privilegiato rispetto ad altri. In questo caso sono riuscito ad unire la mia grande passione per l’architettura con l’interesse verso l’automotive, e questo ha motivato molto il percorso nella realizzazione del film. Ricordo che da bambino negli anni ’90 il modellino della Bugatti EB110 era sempre nelle pubblicità sul retro di Topolino, ed emanava naturalmente un grande fascino. In questo film c’è anche un riflesso di ricordi d’infanzia condivisi della mia generazione.

Avete in mente altri progetti sulla Motor Valley?

Successivamente a La fabbrica blu ci siamo dedicati ad altri documentari sempre legati alla triade industria-design-architettura (due film su Olivetti e uno sull’architetto Angelo Mangiarotti prodotti dalla casa di produzione bolognese Airpixel) e recentemente ci siamo riavvicinati ad un tema su cui riflettevo da alcuni anni: la storia di un altro geniale imprenditore del settore automobilistico che, come tutti i rivoluzionari, ha saputo attirare su di sé critiche ed elogi in egual misura. Siamo già in fase di sviluppo, sostenuti dai giovani produttori bolognesi con cui collaboriamo con successo da qualche anno, certi di poter replicare le soddisfazioni e la visibilità ottenute con i nostri precedenti lavori. L’intento è documentare un altro pezzo di storia della Motor Valley che riteniamo sia importante recuperare e che crediamo possa interessare un pubblico non solo italiano ma internazionale.

 

In copertina: Romano Artioli alla presentazione della EB110 ad Hyde Park, 1993. Foto Alessandro Barbieri