A pesca nei padelloni

In questo numero la rubrica sopralluoghi si occupa dei tipici capanni da pesca emiliano-romagnoli: i padelloni, detti anche “bilancioni”. La rubrica propone l’incontro con angoli poco conosciuti della nostra regione. Un viaggio per immagini alla ricerca di spunti, suggestioni, anche di nuove idee per futuri documentari, mossi dalla curiosità di scoprire luoghi nascosti che, se si ascolta attentamente, possono raccontarci storie affascinanti. 

Il padellone, o bilancione, è un tipico capanno da pesca con rete a bilancia utilizzato dai pescatori presso le basi o le zone di cattura fluviali, vallive, lagunari o costiere dell’Emilia-Romagna, soprattutto nel ravennate e nelle zone umide del Delta del Po.
La tecnica di pesca utilizzata è quella cosiddetta “a bilancia”, ossia con una grande rete quadra immersa nell’acqua e sollevata periodicamente per raccogliere il pesce pescato.

Valli di Comacchio

Come e quando sono nati i capanni da pesca in Emilia-Romagna? L’ipotesi più accreditata suggerisce che il capanno da pesca sia la risposta della gente di valle e di mare ad una necessità naturale di ripararsi, di avere un luogo deputato alla protezione ed allo sviluppo delle attività che consentono di vivere: la pesca e la caccia, prima ancora della raccolta e dell’allevamento.

Tratto da “Capanni da pesca, una tradizione dell’identità popolare”. Ricerca finanziata dalla Regione Emilia-Romagna a cura di Silvia Grandi.

Nati come rifugi rustici e accoglienti, venivano costruiti con semplici materiali come canne e legno. Nel corso del tempo, soprattutto dagli anni Cinquanta in avanti, i padelloni si sono evoluti: da semplici capanni sono diventati luoghi più confortevoli, pensati anche per il tempo libero.

La struttura del capanno – come indica la denominazione stessa – è quella di un casotto costruito in parte sulla terraferma, in parte appoggiato su una chiatta o su una palafitta sospesa sull’acqua.

A volte per raggiungerle occorre una zattera o un’imbarcazione simile, tipica di queste zone, come la batana, la burchiella o la maròta, poiché l’acqua, anche se bassa, nasconde sempre delle insidie.

Valli di Comacchio

In Romagna si dice “us magna cun quel che us ciapa” (si mangia quello che si prende), e questo voleva dire per i capannisti e le loro famiglie la possibilità di gustare cefali, gamberetti, sogliole, acquadelle, sarde, acciughe, alici e anguille.

Il proprietario di padelloni

Il proprietario di padelloni è solitamente un uomo assai facoltoso, in quanto è proprietario, perlappunto, di un padellone. Questo complesso marchingegno altro non è che un capanno da pesca dotato di una rete a bilancia grazie alla quale cattura ingenti quantitativi di anguille e pescigatto. Solitamente il suo negozio è situato nei pressi del padellone. Questa categoria di pescivendolo va molto fiera della sua attrezzatura e spesso invita amici e parenti in sontuose cenette a base di pesce. Le aree di diffusione del proprietario di padelloni sono i fiumi e i laghi dell’ Emilia Romagna. Talvolta il proprietario di padelloni si trova col vongolaro nelle Valli di Comacchio ad allestire macabre bancarelle in cui si diverte a tranciare a pezzi le povere anguille ancora vive per dimostrare la freschezza del proprio prodotto…

(fonte: Wikipedia)

Marina di Ravenna (RA)
Marina Romea (RA)

«Fu dove il ponte di legno mette a Porto Corsini sul mare alto

e rari uomini, quasi immoti, affondano o salpano le reti.»

Dalla poesia “Dora Markus” di Eugenio Montale.

Marina Romea (RA)

«Così, per l’escursionista che avanza tra uno specchio d’acqua, la macchia di giunchi e uno stormo di fenicotteri rosa che s’alza in volo, la vista di una fila capanni da pesca con la rete a mezz’asta acquista il sapore di un racconto d’avventura nel cuore della natura selvaggia.»

(Fonte: Ravenna Tourism)

Valli di Comacchio
Valli di Comacchio
Valli di Comacchio

Tutte le immagini dell’articolo sono di Marco Mensa.

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