Alto Reno – le stazioni di un’epopea pendolare

Continua con questo racconto sulle stazioni della linea ferroviaria Bologna-Porretta la collaborazione con l’Associazione ScriptaBO e gli Esercizi di scrittura del paesaggio emiliano-romagnolo, urbano e naturale: morfologie, mappe, antropologie e geografie emozionali. 

Dice che quando gli dissero ve’, c’è da andare qualche volta a Porretta, lui disse e vabbè, cosa vuoi che sia, una volta ogni tanto, amen. Dice che prese la sua macchina, scavallava alle Ganzole perché faceva prima, poi a Sasso Marconi ti ficchi sulla Porrettana e predichi pazienza, ascoltava musica, se c’era qualche megacamion (e ce n’erano, diosololosa se ce n’erano) si trattava di arrivare fin lassù piano piano, lemme lemme, chi va piano va sano eccetera eccetera.

Dice che possibilità di sorpassi ce n’erano pochissime, e poi se superavi un camion che succedeva, che incontravi un altro camion, o uno zio col cappello in testa che con la sua Panda del 1991 faticava a passare anche i ciclisti, e allora a che serviva sorpassare?

Dice che poi un giorno, quasi come uno shock, trovò il ponte sul fiume, a Sasso Marconi, chiuso. Dice che fu l’inizio di un incubo di cui non si vedeva la fine. Code, la lentezza abituale divenne invece abissale. Che fare?, pensò alla Lenin (ma anche Tolstoi si era posto la stessa domanda).

Dice che prese la decisione: il treno. Dice che in fondo era contento della sua scelta. Non è che si alzasse molto prima di quando andava in macchina, e poi in treno non c’erano sorpassi. E poi si poteva leggere, e poi si poteva guardare la gente. E poi si arrivava sempre alla stessa ora, precisi precisi. L’epopea pendolare iniziò.

STAZIONE DI BOLOGNA CENTRALE

Dice che fece subito una osservazione: se hanno deciso che non si chiama più Porretta Terme ma Alto Reno Terme, perché nell’atrio della stazione, sul tabellone luminoso delle partenze, c’è sempre scritto PORRETTA?

Dice che gli sembrava ben strano che alle 6.45 del mattino la stazione centrale fosse già complicata dal frullare delle persone come in qualsiasi altra ora del giorno. Ma dove vanno, tutti?

Dice che pensò subito che era una domanda sciocca: vanno dove vado io, a lavorare. Il suo treno era all’ultimo dei binari dell’ultimo Piazzale Ovest dell’ultimo avamposto umano dell’ultima… vabbè, basta. Dice che arrivava sempre che il treno c’era, ma era chiuso. Assieme a lui c’erano diverse etnie in attesa. Poi un suono elettrico decretava l’apertura delle porte, e la multicolore marea umana si distribuiva tra le carrozze. Si parte.

STAZIONE DI BORGO PANIGALE

Dice che fu stupito da una cosa: qualcuno scese. Come prendere un autobus, quindi? Certo più veloce. Buona idea.

Dice che la stazione è una bella casa gialla, con attorno, beh, niente. Dice che era caruccio un giardinetto fiorito, di fianco alla casa gialla. Dice che dal finestrino del treno, fermo, vide alcuni di quelli scesi che sotto una tettoia andavano a prendersi una bicicletta.

Dice che nella parete della casa gialla che affaccia il primo binario c’era un graffito ufficiale, colori un po’ infantili, con scritto ‘Borgo Panigale’. Dice che pensò che era brutto, e comunque una pessima idea, perché pasticciava il giallo squillante della stazione.

STAZIONE DI CASTELDEBOLE

Stazione? Ma quale stazione? Non c’è neanche la casa gialla, dice.

Dice che in tutto ci sono i due binari, e dal finestrino si vede l’ingresso del sottopasso per andare da un binario all’altro, e amen. Dipinto di blu.

Scesi: nessuno. Saliti: due.

Dice che nel frattempo qualcuno si è già addormentato, che quasi tutti hanno un cellulare in mano o all’orecchio.

Dice che quello col monopattino elettrico ci ha messo i piedi sopra, per sicurezza, che se si addormenta.

Dice che non c’è nessuno di brutto antipatico pericoloso. Dice che il treno sonnecchia, tutto.

STAZIONE DI CASALECCHIO GARIBALDI

Dice che la prima cosa che ha pensato era: però Casalecchio, due stazioni, che città grande. Poi però chiaro che anche questa stazione non è mica ‘sto gran che, dice, ma almeno quattro muri di servizio viaggiatori ce li ha…

Dice che qualcuno scendeva, qualcuno saliva, mai grandi numeri. La cosa più interessante era stata un signore col cane: dov’era andato, col cane? Dove andava? Tornava a casa dopo una passeggiata minzionale o era uscito di casa per una passeggiata minzionale nei dintorni di Casalecchio Garibaldi?

Dice che per fare lo spiritoso un giorno disse a sé stesso, perché era di buon umore: ma il figlio di Garibaldi non si chiamava Ricciotti?

STAZIONE DI CASALECCHIO DI RENO

Dice che qui cominciava il simpatico delirio. Dice che a questa stazione salivano studenti a decine, a frotte, a contingenti. Rumorosi, chiassosi, allegri. Tutti con le Jordan, solo qualche nostalgico con le Vans, sporadiche Adidas, ma soprattutto nessuno, NESSUNO, con delle scarpe normali.

Dice che il treno così era strapieno, quasi nessuno era sceso. Dice che pensò che si trattava ormai di una stazione verso un altro posto, che non si poteva arrivare fin qui come se si prendesse un autobus, che da qui si partiva verso la propria destinazione da qualche parte lungo l’Alto Reno.

Dice che da qui era come se si fosse persa ogni illusione: la ferrovia constava di UN SOLO binario. Chi sale, chi scende, deve aspettare il suo turno, da qualche parte. Anche questa stazione è bella gialla, dice.

STAZIONE DI BORGONUOVO

Dice che anche qui mica un granché, se guardi dai finestrini di destra: una banchina, una tettoia. Qualche sporadico utente. Una tappa misteriosa.

Dice che se invece guardi al finestrino di sinistra qualcosa d’interessante c’è: un grande agglomerato di archeologia industriale. Muri bianchi, paradiso dei graffitari, grandi finestre a piccoli riquadri, più della metà in frantumi.

Dice che si è informato, una volta era una cartiera.

Dice che ora è caratterizzata anche e soprattutto dai rovi.

Dice che fa un po’ di tristezza.

STAZIONE DI PONTECCHIO MARCONI

Dice che la stazione è come tutte le altre piccole, cioè una casa gialla, ma se possibile ancora più piccola.

Dice che non c’è niente da dire. Dice che è il nulla. Dice che Google dice che ci passa una media di diciassette passeggeri al giorno. Alla faccia!

Dice che alla fine a questa fermata non succede proprio niente: i giovani studenti sono ancora tutti lì a far casino. Dice che quando si riparte non si sa perché ci si sia fermati.

STAZIONE DI SASSO MARCONI

Dice che tanto lo sapeva: grande ricambio di studenti! Dice che però sono più quelli che salgono di quelli che scendono. E via, ancora a caccia di scuole lungo l’Alto Reno.

Dice che magari qualche adulto è infastidito dalla cagnara, ma dice che a lui fanno tenerezza, tutti ‘sti giovani, dice che fanno pensare con dolce malinconia a quel che non si è più.

Dice che se ti concentri puoi anche astrarti da tutte queste frangette all’insù dei ragazzetti, dalle ragazzette tutte più o meno seminude, dalle sbruffonerie, dal parlare a voce alta perché lei (o lui) ti senta, da tutto ‘sto teatro dell’adolescenza. Dice che se ti concentri puoi sentire gli adulti al cellulare parlare moldavo, pakistano, arabo, russo, se li conoscessi, dice.

Dice che poi se giri la testa fuori dal finestrino, a sinistra, si vede il delirio. Il passaggio a livello chiuso, l’unico mezzo per passare di là, visto che il ponte è chiuso, è lì, appiccicato alla stazione. E il treno ci si ferma davanti.

Chissà gli automobilisti che giaculatorie, dice.

STAZIONE DI LAMA DI RENO

Dice ancora una non-stazione, uno stanco marciapiede, una tettoia. Un paio salgono, forse uno scende. Stop. Dice che il posto è ‘frazione di’, non ha neanche una sua precisa collocazione. Perché ci si ferma il treno?

Dice che bisogna chiederlo a chi ci vive.

STAZIONE DI MARZABOTTO

Dice che qui la stazione c’è, ma, guarda un po’, non è giallina. È di quel colore particolare che chiamano rosso Bologna. Dice che è più vivace, gente scende e sale, può sentire il desiderio di tanti di un caffè e brioche, nel baretto lì a fianco.

Dice che scendono più massaie e lavoratori che ragazzi, mentre salgono ancora frotte di ragazzi. Dice che comunque da tutto quel che è successo può ipotizzare che le scuole superiori siano tutte, boh, a Vergato, o a Porretta.

Dice che quando vedrà defluire lo scombiccherato esercito degli adolescenti capirà.

STAZIONE DI PIAN DI VENOLA

Dice che è il solito marciapiede, la solita tettoia. Ma dice che il treno sta su un terrapieno, e giù in basso scorre la vita della vivace via Porrettana, negozi, pizzerie, benzinaio. Gente sale e gente scende.

Dice che la fermata è di due minuti, invece di un minuto.

STAZIONE DI PIOPPE DI SALVARO

Dice che qui c’è la casa, di nuovo gialla gialla. Dice che c’è pure una sorpresa, il binario è doppio. È qui dunque che chi sale deve aspettare il treno che scende, o viceversa. Dice che infatti l’attesa è appena più lunga. Poi l’altro arriva, si ferma. Dal finestrino le vite di chi scende verso Casalecchio, Bologna, chissà, dice che le facce sono del tutto identiche a quelle sul nostro treno. Stanche. Senza adolescenti patologicamente vivaci a quest’ora del mattino.

Dice che ogni volta ricorda quel che diceva suo nonno, che il mattino ha l’oro in bocca. Ma va’. Il mattino ha il sonno in bocca.

STAZIONE DI VERGATO

Bingo!, dice. Dice che il flusso verso l’esterno degli adolescenti è massiccio. Tutti a scuola a Vergato, dunque! Stazione bella grandicella, a due piani, grande marciapiede, grande tettoia, addirittura le panchine. Il bar occhieggia direttamente sul binario. I gioiosi adolescenti si preparano alla tristezza e alla noia della scuola, salvati a stento dagli ormoni.

Dice che in realtà sul treno di adolescenti ce ne sono ancora tanti. Ma il fluido scolare fuori dei loro coetanei ha attenuato la tensione qui. Dice che tutto sembra più quieto, meno vertiginoso, più stanco.

Dice che quei pochi adulti che ha visto scendere a Vergato parlavano tutti di ospedale.

STAZIONE DI RIOLA

Dice che anche Riola c’ha il suo bel doppio binario, il suo bel sottopasso. Qualche treno scambierà qui, chissà.

Dice che la stazione non è né gialla né rosso Bologna, è ocra un po’ scuro – come se avessero mescolato le due vernici, dice.

Dice che pur senza la convulsione di Vergato comunque di gente se ne muove, su e giù dal treno.

STAZIONE DI SILLA

Dice che la stazione di Silla è una nuova casa gialla! Dice che le stazioni gialle sono più carine delle altre. Dice che però i gusti sono gusti.

Dice che scende quasi nessuno, più l’aria di operai o badanti, o semplicemente gente normale. Dice che Silla scorre via veloce, ma si avvicina l’obiettivo. Dice che nel poco che separa dalla fine del viaggio tutti si preparano, musica di zip in scorrimento, molti già in piedi in fila. Tutto è un po’ languido, una strana miscela tra la stanchezza e l’appagamento dell’arrivo. Dice che gli studenti sorridono, ma parlano piano.

STAZIONE DI PORRETTA TERME

Niente da fare, dice, c’è ancora scritto Porretta Terme.

Dice che la stazione ha sia la piccola casa gialla prima che la grande casa rosso Bologna dopo. Ci sono quattro binari, c’è addirittura l’ascensore che porta al sottopasso, giustamente, per quelli in carrozzina.

Dice che una volta fuori tutti se ne vanno come un’emorragia, e amen. Dice che è in quel momento il vero inizio della giornata. Dice che l’impalpabile sospensione del tempo, per i pendolari, sembra un tempo né vissuto né non-vissuto. Dice che forse solo per gli adolescenti non è così, ordiscono le loro trame sentimentali, ripassano nozioni che comunque sfuggiranno.

Dice che viaggiare in treno, in fondo, è bellissimo.

Dice che è elettrico, che non inquina, che risponde sia al riposo che all’attenzione. Dice che bisognerebbe rispettarlo.

Dice che è ora di stare zitti.

RITORNO

Poi dice che no, non è finita, c’è anche il ritorno.

Dice che il ritorno è tutta un’altra cosa.

Dice che alla partenza da Porretta Terme (o Alto Reno Terme, chissà) il treno è mezzo vuoto, non ci sono gli studenti. Dice che si riempie piano piano, stazione dopo stazione, come direbbe David Bowie.

Dice che il tipo umano cambia molto e scopri una variabile che in mattinata, boh. Ci sono i cicloturisti, che caricano le bici in verticale sui ganci appositi che al mattino manco avevi visto. Ci sono i trekker dai grossi scarponi, stanchi come minatori. Ci sono signore ciarliere che tornano da qualche servizio, e un discreto numero di quieti indifferenti.

Dice che al ritorno c’è come la sensazione che la giornata sia già finita, che il transito è un transito.

Dice che poi, come se nulla fosse, arrivi a Bologna Centrale, e il delirio è servito. Si ricomincia.

NOTA: l’escamotage narrativo ‘Dice che’ non è ovviamente originale. La prima volta l’ho visto utilizzato da Luigi Bernardi, la seconda volta da Vittorio Bongiorno. A questi due bei tipi di narratori lo scritto è dedicato: nel primo caso alla memoria, nel secondo caso per la vertiginosa fratellanza che ci accomuna.

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Le foto:

Tutte le foto di questo articolo sono di Franco Foschi

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Franco Foschi, pediatra, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie (per Feltrinelli, Mondadori e altri), ha pubblicato più di venti libri tra narrativa e saggistica.

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