Lesioni permanenti – Paesaggi analogici della memoria
Nel 2024 si è tenuta presso la galleria “Spazio Lavì” di Bologna la Mostra “Lesioni Permanenti 84/24”, che conteneva un’ampia selezione di lavori da me realizzati in un arco di tempo molto lungo, dal 1984 al 2024…
Il pretesto espositivo, riferendosi a una mostra dallo stesso titolo del 1984, voleva evidenziare il principio temporale che nel passare degli anni è diventato una cifra costante della mia ricerca artistica, suggerendo, però, anche alcune osservazioni sul mutamento che il semplice concetto di memoria (e conservazione delle cose della memoria) è andato subendo proprio nel passaggio del tempo.
A conclusione della mostra, il giorno del finissage, ho incontrato il pubblico e ho iniziato il mio talk citando un sogno fatto qualche notte prima, nel quale mi trovavo davanti alla stazione Termini di Roma (la mia città di origine) e inquadravo l’intera struttura immersa nella luce molto forte e netta di mezzogiorno. Ricordo che dicevo “Ma guarda: è una luce tipicamente da anni ’60!”.
Al risveglio, riflettendo, mi ero reso conto che quanto attribuivo agli anni ’60 non era la luce, bensì la qualità del colore complessivo, un colore che apparteneva profondamente alla dimensione fotografica di quegli anni, un colore Kodachrome, per intenderci.
Ma il mio sguardo che coglieva quella tinta immergeva nel quadro generale dell’immagine una situazione animata, composta da centinaia di particolari che appartenevano a quell’epoca, le figure di passaggio, i vestiti, le auto parcheggiate, i dettagli architettonici.
In pratica era come se avessi azionato un meccanismo di ri-emersione di oggetti e ricordi da un cassetto rimasto chiuso molto tempo, sotto il minimo comun denominatore della fotografia, ma, soprattutto, della fotografia come oggetto da conservare, oggetto portatore di memoria, tanto collegato al tempo da contenere anche l’ombra, che generalmente è proprio lo spazio visivo che ci permette il dialogo con il passato e con i ricordi stessi.
Ho riflettuto molto su questa dinamica, all’interno della quale il fotografo vive lo spazio che gli si apre di fronte, attivando ulteriori intuizioni, che hanno in effetti il valore di una ricerca sul campo, ma anche sull’orizzonte temporale che lo sguardo (oltre il momento dello scatto) sposta avanti e indietro.
E mi sono chiesto: cosa sono in effetti le “lesioni permanenti” se non parti sottratte agli sterminati paesaggi della mia esperienza di vita…i luoghi, gli scorci e gli orizzonti fotografati perché formassero traccia di quella esperienza… restituendomi come nel caso delle “nebbie” di Pieve di Cento, perfino la sensazione fisica del giorno del terremoto, e ora diventati brandelli delle mie memorie, che mantengo attive ma che non posso allontanare dall’inevitabile erosione del tempo.
La possibilità (il dono) di poter utilizzare un linguaggio di espressione artistica in grande libertà mi ha permesso poi, nel corso della ricerca, di inserirmi sempre più nelle immagini, di articolarle, bruciarle, sconvolgerne l’essenza formale con ricostruzioni e decostruzioni, ma soprattutto di rendermele ancora più vicine attraverso l’apposizione di scritture, note e brevi narrazioni, il cui senso, giustamente, nel tempo scompare ma lascia un segno anche se a volte indecifrabile.
D’altronde il fotografo statunitense Duane Michals (uno dei due artisti che maggiormente mi hanno influenzato), celebre per le sue foto corredate di testo scritto tutto intorno all’immagine, disse una volta: “Non mi fido della realtà. Tutto quello che scrivo e dipingo sulle fotografie nasce dalla frustrazione di non riuscire a esprimere quello che non vediamo.”
E aggiunse: “Una foto di mio padre mi rende le sue sembianze, il suo aspetto, ma se voglio esprimere il mio pensiero circa quell’uomo devo scriverlo, e scriverlo sull’immagine la completa e la rende viva”.
Da tutto questo scaturisce quella specie di Album di famiglia che ho bisogno di ritrovare (e con il quale ho bisogno di dialogare) affinché le cose non scompaiano, prima che le “lesioni” invadano tutto lo spazio della mia memoria.
Quando ho dovuto vuotare la casa dei miei genitori sono rimasto colpito dalla quantità di ricordi, souvenir, oggetti di affezione, semplici cianfrusaglie, foto, carte, appunti, e altro, che ho trovato nei cassetti. E ho riflettuto su come questa dolorosa attività potesse trasformarsi in una forma di recupero esistenziale di una parte del vissuto. Questo, forse, a patto che sottraessi ogni cosa levandola dai cassetti (che sono veramente tasche della memoria) e infilandola in scatole rintracciate casualmente oppure preordinate, per vivere, attraverso una composizione formale, una nuova esistenza, e sicuramente proiettare me in una dimensione ulteriore fatta di nuovi ricordi, di cose destinate ad un nuovo meccanismo di memoria.
Joseph Cornell (l’altro grande artista il cui lavoro è sempre stato per me fonte d’ispirazione), universalmente conosciuto per le sue “Shadow Boxes”, aggiungeva a questa considerazione, nell’assemblaggio delle sue scatole (caratterizzate da un rigore formale che non mi appartiene), la visione più ampia del “caso” come agente di suggerimento degli oggetti da raccogliere e conservare, estendendo all’intero suolo cittadino di New York la sua ricerca.
Diceva dei suoi lavori: “Scatole buie diventano teatri di poesia o scenari in cui gli elementi di un gioco infantile subiscono una metamorfosi”.
Io, più modestamente, mi sono ripromesso di fare lo stesso anche con il contenuto dei miei cassetti, pensando che tutti questi segni del passaggio terreno, essenza di momenti di scoperta, di felicità o di sorpresa, sono stati dimenticati e chiusi in un principio di non-esistenza, destinati solo alla triste conclusione dell’atto con il quale qualcuno in un futuro finirà probabilmente per gettarli via, magari con un senso di colpa o, più verosimilmente, di liberazione.
Ogni volta che mi metto di impegno a comporre l’interno di una nuova scatola, registro, oltre alla felicità operativa, una sorta di piacere e di ringraziamento da parte degli oggetti e delle foto che elaboro e rielaboro, ai quali mi sembra di concedere una nuova occasione.
Ma per andare oltre il concetto base bisogna espanderlo, pensare a qual è la realtà che stiamo affrontando in quest’epoca.
Il filosofo coreano Byung-chul Han nel suo saggio Le non cose, fa un’importante affermazione: “La foto analogica è una cosa. Non di rado la conserviamo con cura come un oggetto che ci sta a cuore. La sua fragile materialità è esposta all’Altro, al degrado. Nasce, e patisce la morte: Come un organismo vivente, essa nasce dai granuli d’argento che germinano, fiorisce un attimo, poi subito invecchia. Attaccata dalla luce, dall’umidità, essa impallidisce, si attenua, svanisce. La fotografia analogica incarna la fugacità anche sul piano del referente. L’oggetto fotografato si allontana inesorabilmente nel passato. La fotografia è a lutto”.
Ma, tornando al mio strapazzato Album di Famiglia e alle Lesioni Permanenti 84/24, trovo ulteriore giustificazione per la riappropriazione del tempo dei ricordi, attraverso quella che è obiettivamente una resurrezione delle cose e dei volti. E mentre metto in atto queste riflessioni mi si affacciano con forza alla mente le installazioni di Christian Boltanski, ad esempio Monument (Odessa), 1989-2003, monumento installativo costituito da immagini votive con fotografie sfocate, teche o oggetti e lampadine fioche, che si concentrano sulle storie personali per ricordare attraverso i volti i bambini morti nell’olocausto. E penso anche al Museo per la memoria di Ustica, che a Bologna ospita i resti dell’aereo precipitato nel giugno del 1980 a Ustica: in questo caso l’installazione è composta di 81 luci e 81 specchi in memoria delle vittime della strage. L’effetto complessivo è indimenticabile, come la memoria di una tale tragedia deve essere.
D’altronde questa è un’altra parte del senso che l’operazione artistica suscita attraverso le immagini: la fotografia, com’è noto (e da sempre dibattuto), non si limita a riportare alla memoria i morti, ma rende possibile esperirne una presenza facendoli riapparire vivi. E quindi il processo garantisce, attraverso la tangibilità (anche figurata), una sorta d’immortalità.
Ma non è facile rapportarsi oggi, in piena era digitale a tutta questa visione complessiva del reale ritrovabile, rielaborabile e/o inscatolabile sotto l’egida della conservabilità, o – comunque, semplificando ulteriormente – della tangibilità.
Analogico significa Analogo. Indica la presenza del reale. La fotografia è scrittura di luce, e nella trasmissione di dati che caratterizza i processi digitali non c’è più luce, ci sono solo numeri. Le relazioni numeriche infrangono la magia insita nella scrittura, creando un presupposto di non-esistenza delle cose e delle persone.
La verità è che il Digitale, ovvero l’universo nel quale cerchiamo di vivere e comunicare, è privo della sostanza del tempo, e quindi di quel principio di realtà che ci crea i ricordi e le sensazioni, importanti in quanto durature. Come organizzare, allora, ritrovare, utilizzare e svuotare i cassetti della memoria, come verificare in questa dinamica le proprie Lesioni Permanenti?
Certo, è innegabile che (almeno dal punto di vista formale) io possa tranquillamente produrre immagini e serie di fotografie che, una volta stampate, possiederanno qualità sovrapponibili alla memoria tanto da esercitare sulla mia esperienza vitale, e su quanto sostiene il mio processo creativo, suggestioni rapportabili a quelle analogiche. Ma qualcosa dentro di me avvertirà inevitabilmente il vuoto, la mancanza di presa che un processo digitale (anche se perfetto, o forse proprio perché perfetto) genera facendomi smarrire il senso del tempo, e annullando i presupposti stessi della conservazione, della resurrezione dei volti del passato.
E in effetti, questo non-mondo sul quale passeggiamo e col quale intratteniamo rapporti e relazioni sempre più rapidi e somiglianti a sogni, è il mondo dell’autoeliminazione delle cose.
Allora quanto ci è possibile fare ancora e nel futuro è proprio il lavoro sulla restituzione di questi sogni, sulla nota scritta a margine, sulla riflessione che la luce o la densità di una foto continua, comunque, ad emanare come una stella lontana.
Guardiamo la luce in un paesaggio, e poi guardiamo l’ombra che la taglia, che la condiziona. Lì, in quella zona non immediatamente percettibile, è nascosta l’essenza delle cose che non ci abbandoneranno mai, il passato, i ricordi…
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About Author / Marco Bucchieri
Marco Bucchieri (Roma, 1952) è uno scrittore, artista e poeta visivo attivo dagli anni ’70, con un percorso che intreccia ricerca fotografica, scrittura e sperimentazione concettuale. Dall’espressionismo fotografico alla poesia visiva e ai libri d’artista, il suo lavoro indaga il segno, la memoria e il paesaggio attraverso forme rarefatte e fortemente evocative.








