Il risveglio del fiume segreto

Il risveglio del fiume segreto è uno dei primi articoli della serie emiliodocTV: una nuova collaborazione tra emiliodoc e il progetto documentando. Si tratta di uno spazio dedicato a chi vuole scoprire di più sull’affascinante mestiere del documentarista, leggendo la nostra rivista, ascoltando le testimonianze di autori e registi, accedendo gratuitamente alla visione dei loro film e di molti altri disponibili su documentando.
Alessandro Scillitani
Come nasce l’idea di questo film? La sua genesi?

Ho conosciuto Paolo Rumiz nel 2010. Lui ogni anno organizzava un viaggio da raccontare, a puntate, sul quotidiano La Repubblica. Dal 2011 al 2015 ho seguito questi suoi viaggi, e alla fine del suo racconto, nel mese di agosto, sul quotidiano, sono usciti, sempre per Repubblica, i miei film in dvd.

È stato Paolo Rumiz a voler realizzare, nel 2012, Il risveglio del fiume segreto.

Ma quello del Grande Fiume è un mondo a me molto caro, lo avevo già attraversato in altri miei progetti precedenti, e anche in vari film successivi. Per cui ho accolto di buon grado questa sua scelta. Anche se ero preoccupato di non riuscire a trovare un chiave originale per il racconto, visto che avevo in parte già esplorato quelle storie. Il punto di vista di Paolo Rumiz mi ha illuminato, e grazie a lui sono riuscito a affrontare il Po da angolazioni che non avevo previsto di esplorare.

Qual è la tua relazione personale /affettiva con il tema del film?

Sono due le cose che ho imparato proprio girando questo film.

Quando ho cominciato a intraprendere il viaggio, vedevo Paolo Rumiz distante. Provavo a suggerirgli di incontrare persone che conoscevo, e che avevo già intervistato io, sul Grande Fiume, per altri miei progetti. E invece Paolo non mi ascoltava. Gli parlavo di Zavattini, di Guareschi, Pederiali, dei precedenti filmici, come quello memorabile di Mario Soldati. Ma lui niente. E io non capivo. E poi d’improvviso, quando eravamo dalle parti del Delta, mi sono reso conto di quello che Rumiz mi stava trasmettendo. Non stavamo inseguendo i grandi che ci avevano preceduto. Stavamo raccontando il fiume da dentro. Era lui a parlarci. Nella sua bellezza, nella sua capacità di rigenerarsi ogni volta e quindi di riraccontarsi come fosse sempre la prima volta.

E questa intuizione è legata anche all’altro grande tema che ho appreso da questo film.

Come poi ha formalizzato magnificamente Vinicio Capossela nel corso di un altro viaggio fatto con lui e Paolo Rumiz, sull’Appia Antica. Vinicio mi ha detto “esiste il lamento e la lamentela”. Ovvero, il lamento è qualcosa che si ricongiunge con l’arcaico, con l’antico, è la lamentazione. Invece la lamentela è quel senso di disfatta, che poi Wu Ming 2 ha ribattezzato in “tantormaismo”. Per cui quello che ho capito è: se mi faccio contagiare dal racconto di ciò che del fiume è stato violato poi le persone, nel prendere atto del degrado, concludono il loro rapporto con la natura. Se invece mettiamo da parte ciò che non va e diamo luce alle meraviglie che il fiume sprigiona nonostante ciò che l’uomo ha potuto distruggere, ecco che posso contagiare tutti e ingaggiarli per salvaguardare questa bellezza riscoperta.

Come hai affrontato il tema? Quali scelte narrative e tecniche hai fatto?

Qualsiasi documentario, per me, è un viaggio. Perchè, pur avendo un’idea chiara su cosa voglio raccontare, ritengo necessario lasciare ampio spazio all’imprevedibile. Non mi piace mettere in bocca alle persone ciò che io ho immaginato che debbano dire, sono pronto a lasciarmi stupire dai racconti, dalla loro autenticità. E quindi sono pronto alle interruzioni, alle deviazioni, alle storie che ci porta il vento.

Ma insieme a Rumiz, le cose sono cambiate, perché con lui ho proprio realizzato dei documentari in viaggio. Per cui tutto è diverso. C’è la vertigine di dover raccogliere le storie nel momento in cui capitano. Indietro non puoi tornare. E se in quel tratto di fiume non succede nulla? Invece sono sempre stato sorpreso da una sceneggiatura che andava componendosi da sola, al ritmo della vela, incontri inaspettati, il Re del Po, i soldati della Folgore, Pipin, il veterano del Delta. Ogni storia era imprevista, eppure era proprio lì che doveva essere, pronta per essere raccontata. Non ho potuto portare con me tanta attrezzatura, ero un membro dell’equipaggio. La leggerezza è stato il mio passepartout per catturare la spontaneità.

Quali difficoltà produttive e distributive avete affrontato?

Quando si viaggia con Paolo Rumiz, non si può svelare troppo al mondo. In effetti, essendo Paolo conosciuto, quando si scopre che lui è nei dintorni, arrivano le fanfare e i comitati di accoglienza. Il che può anche essere bello, ma certamente inquina il racconto. Non si ha più la possibilità di recuperare l’autenticità di un luogo, tutto viene condizionato dalle istituzioni. Per cui non si può presentare il progetto, perché il progetto svelerebbe il viaggio. Quindi questo costringe a un approccio produttivo molto alternativo. Certo, la consapevolezza di avere una distribuzione in DVD con Repubblica è stata molto rassicurante. Si trattava quindi di accettare il rischio produttivo, per poi recuperare le spese attraverso la distribuzione. Questo film, poi, ha dato anche altre grandi soddisfazioni, perché è stato selezionato come evento di apertura delle Giornate degli Autori al Festival di Venezia. E questo è stato un volano per una serie di presentazioni del film in numerose sale cinematografiche.

Perché secondo te questo film è attuale ancora oggi?

Il tema dell’acqua e del nostro rapporto con la natura è molto attuale, tanto che è al centro di altri miei progetti, anche molto recenti.

Siamo diventati idrofobi, imbottigliamo l’acqua, la beviamo, ci nutriamo con l’acqua, ma non la frequentiamo. Ci dimentichiamo che i nostri antenati edificavano le città vicino ai corsi d’acqua, perché l’acqua è vita. Non ricordiamo che, fino a 60-70 anni fa, era normale che le mappe riportassero vie di acqua e non solo vie di terra. Ma noi abbiamo tombato i canali, allontanato l’acqua dalla nostra vista. E poi ci ricordiamo dei fiumi solo quando avvengono disastri e alluvioni, come in Romagna.

Abbiamo bisogno di riportare al centro la connessione dell’uomo con la natura, perché l’uomo è parte della natura. Dovremmo prenderci cura della Terra. E Il risveglio del fiume segreto ci porta per mano a perderci nella bellezza di un mondo che pensiamo di aver perduto e che invece fa parte di noi.

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Regista e documentarista, dirige il Reggio Film Festival sin dalla prima edizione. Collabora continuativamente con lo scrittore Paolo Rumiz alla produzione di documentari.

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