Se chiudo gli occhi vedo i monti
Se chiudo gli occhi vedo i monti è uno dei primi articoli della serie emiliodocTV: una nuova collaborazione tra emiliodoc e il progetto documentando. Si tratta di uno spazio dedicato a chi vuole scoprire di più sull’affascinante mestiere del documentarista, leggendo la nostra rivista, ascoltando le testimonianze di autori e registi, accedendo gratuitamente alla visione dei loro film e di molti altri disponibili su documentando.
Come è nata l’idea di realizzare “Se chiudo gli occhi vedo i monti”? Puoi raccontarci la genesi di questo documentario?
L’idea è nata durante il progetto “Dipingendo i luoghi”, promosso dal Comune di Berceto e finanziato dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo. Insieme a Maria Molinari, che ha curato la ricerca etnografica, ci siamo chiesti cosa restasse oggi della memoria migratoria tra l’Appennino parmense e New York. Abbiamo scoperto storie intime e toccanti che meritavano di essere raccontate. Da qui è nata l’esigenza di dar loro voce attraverso il linguaggio cinematografico, cercando di trasmettere non solo i fatti, ma anche le emozioni, i luoghi e i silenzi. È stato un lavoro di ascolto, immersione e cura.
Qual è il tuo legame personale e affettivo con le tematiche affrontate nel documentario?
Vivo a Berceto, e questo territorio è parte di me. Le storie di emigrazione non sono solo racconti del passato, ma tracce vive nei paesi svuotati, nelle case diroccate lungo le mulattiere dei boschi dell’Appennino. Alcuni dei protagonisti del film li conoscevo personalmente, altri li ho incontrati durante le riprese: in tutti ho trovato una profonda umanità e una consapevolezza delle proprie radici. Questo film è il mio modo di restituire qualcosa alla comunità che mi ha cresciuto e accolto. In più alcune delle persone intervistate ora non ci sono più, e questo mi fa ricordare quanto sia prezioso il lavoro che facciamo. Alla fine fare il documentarista è un po’ come essere un acchiappa fantasmi, che blocca l’essenza di una persona in quel preciso momento.
In che modo hai deciso di affrontare il tema della migrazione? Quali scelte narrative e tecniche hai adottato per raccontare queste storie?
Innanzi tutto ho voluto trasformare il borgo di Berceto nel personaggio principale. La voce narrante è la sua. È soprattutto lui quello che è rimasto sempre fermo, vedendo più della metà della popolazione andarsene in cerca di fortuna, i pascoli tornare boschi, e alcuni, timidi, nuovi montanari tornare ad abitare in quelle valli. Ho comunque scelto un approccio intimo, lasciando spazio alle voci delle persone. I luoghi – le montagne, le case, le strade vuote – diventano a loro volta protagonisti, testimoni silenziosi del tempo che passa.
Ho lavorato con una troupe essenziale, per essere il meno invasivo possibile, cercando un equilibrio tra documentazione e poesia. Le musiche sono state pensate per accompagnare lo spettatore in un viaggio emotivo più che informativo, infatti ho voluto musicisti che con le montagne avessero molto a che fare, ovvero il grande Mauro Manicardi e il Gruppo Emiliano di canto spontaneo. Credo che quelle musiche, quelle voci, siano semplicemente perfette.
Durante la produzione e distribuzione del film, quali sfide avete incontrato e come le avete superate?
Come spesso accade nei progetti indipendenti, le risorse erano limitate. La distribuzione è stata una sfida, ma grazie al supporto di reti locali e culturali siamo riusciti a portare il film a un pubblico più ampio. La vera forza è stata il passaparola: le persone che si sono riconosciute in queste storie le hanno condivise, permettendo al film di viaggiare oltre le nostre aspettative.
A tuo avviso, quali elementi rendono questo documentario ancora attuale nel contesto odierno?
Il film parla di radici, memoria e identità, temi universali e sempre attuali. In un mondo in continua mobilità, comprendere da dove veniamo e quali legami ci uniscono è fondamentale. Le storie raccontate nel documentario risuonano ancora oggi, poiché toccano corde profonde dell’esperienza umana legata alla migrazione e all’appartenenza. Il punto comunque è che il tema delle aree interne (se vogliamo continuare a dire così) è solo agli inizi. Si continua a parlare di spopolamento, ma l’impressione è che siamo in una lenta fase di transizione e che presto le montagne avranno nuovi abitanti.
Vedi il film e il commento dell’autore:
About Author / Giacomo Agnetti
Giacomo Agnetti è un illustratore e regista di documentari e cartoni animati. Le sue opere hanno ricevuto numerosi riconoscimenti in festival nazionali e internazionali e sono state candidate al David di Donatello e ai Nastri d'Argento.








