Ultrafatica. Ultraresistenza. Fatica. Resistenza. Fatica… Fatica… Fatica…

L’emozione della prima volta non mi fa sentire la pioggia e la partenza è tra i sorrisi di chi inizia a correre con noi, di chi ci accompagna, di chi ci guarda partire con stupore e ammirazione. Saliamo per via Indipendenza, poi Piazza Maggiore e via D’Azeglio… “Caro amico ti scrivo…”. Corri, fai esperienze difficili, in gruppo ma solitarie, che non avrebbero senso senza qualcuno a cui raccontarle, le nostre emozioni non sono fini a sé stesse, vanno raccontate, così fin da quando parti pensi al fatto che avrai qualcosa da scrivere al tuo “amico”, dirai di essere stato contento, di essere lì in quel momento, a correre con altri 250 verso Fiesole

Prendiamo la città di petto, per uscirne prima possibile, passando dal Meloncello e poi da San Luca; qualcuno ci applaude e sorride al nostro passaggio senza rendersi conto delle fatiche che faremo e, sinceramente, non me ne rendo conto neanche io.

L’Ultrabericus è andato meglio del previsto, in 10 ore con tanta corsa, sono stati archiviati 65km e 2500m di dislivello, questa esperienza di circa un mese fa mi ha caricato e tranquillizzato allo stesso tempo; penso che, in qualche modo, riuscirò a fare 125km. Illuso, lo so. Sono ormai cinque anni che corro e so che il picco di fatica non è a metà percorso ma negli ultimi km… Ancora una volta vado oltre a quello che conosco, questa volta molto oltre quello che conosco. Questa spinta mi affascina. Vado oltre quello che per me è noto, ed è una novità nella mia vita. Ho accettato raramente di giocare dove non sapevo di vincere. Ho sempre desiderato avere la mia vita sotto controllo, ora invece esploro il mio ignoto e accetto la possibilità della sconfitta come esperienza di vita, come conoscenza di me stesso.

Saliamo piano i gradini di San Luca perché la strada è lunga e questa salita è in grado di spezzare molte gambe, usciti dal portico siamo sull’asfalto per qualche centinaio di metri e poi giù per i Bregoli, dove so che voglio correre, nonostante il fango e la pendenza so che in discesa si cade solo se si frena, io non freno!

In pochi minuti scendiamo al Parco Talon e trotterelliamo verso sud, all’inizio sembra tutto bello, poi improvvisamente la situazione cambia, il sentiero si riempie di alberi, arbusti e rovi… cominciamo a patire il freddo e il fango. Facciamo gli acrobati per evitare i laghi d’acqua che interrompono il percorso ma ben presto abbiamo i piedi completamente bagnati. Qualcuno anche le mani e il corpo.

Continua a piovere mentre saliamo verso il check point 1 di Sasso Marconi. Ci sono luci e volontari sorridenti ma l’inizio della notte è spettrale. È l’una e mezza del sabato, un’ora prima del limite di passaggio delle 2:30, il primo “cancello”, l’inizio di una lunga giornata. Non riesco ad alimentarmi bene, ho mal di stomaco, forse l’agitazione, la pioggia, il freddo, non ancora la fatica. Una fetta biscottata e bevo il primo di una lunga serie di bicchieri di Coca-Cola. Ripartiamo.

La salita verso Monte Adone è un vero e proprio calvario. Inizio a pensare che qualcuno dei miei amici non ce la farà. È troppo dura. Condizioni simili le ho trovate qualche giorno d’inverno, sul mio sentiero di casa, un anello da 21km, faticosissimo col fango, come può essere fattibile un giro da 125km con queste condizioni? Fortunatamente conosco ogni piega di questo calvario e riusciamo ad arrivare sulla cima senza farci male. A tratti la frontale illumina solo lo spray acquoso che abbiamo mezzo metro davanti alla faccia, siamo in mezzo alla nebbia e non vediamo i nostri piedi se non in una massa confusa e marrone; ho appena visto persone scivolare sul sentiero, in mezzo agli arbusti, per diversi metri. Senza grossi danni passiamo anche Brento e ci dirigiamo verso Monzuno.

È freddo, un volontario mi consiglia di alimentarmi bene quando gli confesso di essere stanco. Prendo arance e brodo di verdura. Elena è ripartita e la rivedrò al traguardo; per scaldarmi anche io inizio il mio viaggio in solitaria, verso Madonna dei Fornelli, 10km di salita, arrivo in anticipo di circa 2 ore sul cancello orario, con un freddo insopportabile. Mi consigliano di mangiare salato per alimentarmi e ricostituire la dose di sali minerali necessaria per proseguire… e di coprirmi la testa perché si sale ancora e arriverà anche il vento ad abbracciarci contro la nostra volontà. Riparto, ormai è giorno e questo aiuta. Mi immergo nei pensieri poi nelle emozioni e piango da solo. 

Nel 2004 mi hanno scoperto il Morbo di Wilson, prendendo 3 pastiglie al giorno per sempre avrei avuto una vita normale! Ma sono riuscito a vivere una vita più che normale se sono qui ora a vivere questa esperienza incredibile di correre e camminare per 125km e 5000m di dislivello. Non conosco ancora la fatica immensa di questa gara, ma conosco quella della vita di tutti i giorni in cui continuamente devo lottare. Emozioni forti si alternano a momenti di tranquillità e di serenità. Condivido un tratto con chi raggiungo o con chi mi raggiunge. A volte mi faccio trainare, metaforicamente, da chi ho davanti. In breve, arriviamo a Monte di Fò (check point 4, 70km, cancello orario 16); superiamo uno strano soggetto con giacchetta nera, che fa un gran caos e che festeggia la sua ottava pisciata comunicandola a tutti, non so ancora quanto questa giacchetta nera sarà importante per me.

Per entrare nella tenda dobbiamo praticamente “scalare” una parete erbosa ripidissima, la temperatura esterna è di 3°C e tira vento forte; il vento si infila dove vuole, abbassando la temperatura corporea in pochi minuti. Trovo il modo di cambiarmi all’interno di uno dei container, ma mi sconsigliano di mettere calzetti asciutti per non rovinarmi i piedi. Mangio del riso e del brodo di verdura caldo.

Lentamente riesco a ripartire in discesa verso San Piero a Sieve, sperando di scaldarmi. Sono solo e c’è spazio nuovamente per qualche lacrima, fino alla cima di Monte Gazzaro e poi di nuovo discesa fino al punto acqua dove vengo accolto con cordialità e compassione dai volontari, che mi offrono addirittura dei tortelloni al ragù, ringrazio e rifiuto, potrei vomitare. Riempio la sacca d’acqua e bevo. 

Nel frattempo, mi raggiunge il tipo con la giacchetta nera che comincia, con accento toscano, a raccontare che ha sbagliato a fare lo zaino, che non ha le scarpe da trail e questo e quello e io sono troppo stanco per seguire esattamente tutte le cose che racconta. Riparto, dopo poco sento che arriva. Attacca bottone, non ricordo su quale argomento, se sulle scarpe o sullo zaino o sull’acqua ma in fondo sono solo e un nuovo compagno di viaggio, anche se un po’ caciarone, non può fare peggio che la solitudine dopo tante ore di cammino. Così pian piano mi rendo conto che questo strano soggetto è in realtà un sessantottenne pieno di risorse, Alessio Malena, che nel 2010 ha iniziato a correre ed ora, dopo 8 anni, mi sta tirando in discesa verso il novantatreesimo km di una gara massacrante. Mi parla dei suoi record, della famiglia, dell’orto… ma la discesa sta per finire e all’ottantacinquesimo km, al punto acqua, tradisco la mia stanchezza e mi siedo per bere. Ho quasi esaurito le mie forze. 

Considero allettante il ritiro dalla gara. Lui capisce la situazione dai miei silenzi, riesco a rispondergli solo con dei mugugni. Mi dice che non posso mollare, che un vero Ultra trailer non molla mai fino alla fine; non c’è nessuno che ci raggiunge, la gara sta andando bene; gli rispondo che forse non ho il fisico per affrontare queste fatiche, non ho margine; mi risponde che probabilmente non ho il carattere per arrivare in fondo, che non ho la testa; gli rispondo che la testa ce l’ho, che è il corpo che si sta spegnendo; mi fa mangiare un poco, in un tratto piano perché in discesa bisogna ancora correre, per guadagnare tempo. Scalda il sole, finalmente, alle 17 arriviamo al ristoro (check point 5, km 93, cancello orario 22).

Mi muovo come un morto vivente tra i tavoli del ristoro, cerco di prendere qualcosa, poi vado a sedermi di fianco ad Alessio. Mi dice quello che devo fare: “adesso tu ti sdrai mezz’ora e ti riposi, poi ti fai chiamare da qualcuno, inizi a camminare e non pensi a quante ore ci metterai, pensi SOLO che DEVI arrivare a Fiesole”. Nelle sue parole c’è un affetto paterno, così diverso da quello di una madre, che ti spinge ad andare oltre a quello che conosci, sapendo che ce la farai.

Mancano solo 33km al traguardo, forse ce la farò; mi sdraio in ambulanza, scusandomi perché sono pieno di fango, ma non dormo, ho male ovunque e non riesco a stare fermo… decido di ripartire, mi impegno ad arrivare solo al check point 6, Monte Senario, 108km dalla partenza. Provo ad essere razionale: andrò piano in salita fino al ristoro, per poi dare il massimo nei km finali. Al prossimo punto acqua dovrei vedere Grazia, una persona che ti vuole bene dopo tutta questa fatica è un regalo.

Seduto sull’orlo di un lavatoio rivedo Fabiano, scambiamo due parole, ci raggiunge Paolo e da qui in avanti saremo in tre.

Il sole inizia ad abbassarsi all’orizzonte, il tempo, i chilometri, il dislivello, cominciano a dilatarsi, mentre le forze, inesorabilmente, si affievoliscono. Alterno momenti di grande stanchezza a momenti in cui sto bene. Arriviamo bene al check point, sono le 21:15, in anticipo di 5 ore e 45 sul cancello orario.

È la seconda notte e inizio ad avere molto freddo, dopo due scodelle di brodo ripartiamo, sperando di portare alla fine questo calvario, mancano 17km all’arrivo.

Ormai la fatica è tale che non so dove trovo la forza per andare avanti, non parlo più da tempo. So solo che non mi posso fermare. Sulla nostra destra le luci di Firenze, vicina e lontana allo stesso tempo.

Dopo quasi 24 ore in movimento riusciamo a raggiungere il punto acqua, con quel poco di voce che mi è rimasta chiamo Grazia che, inizialmente, non mi riconosce; poi mi abbraccia felice di vedermi. Sono distrutto, mi chiede come va, non so neanche se ho risposto. Beviamo e ripartiamo. Penso che dobbiamo chiudere questa faccenda.

Il ginocchio destro mi fa molto male e zoppico vistosamente, eppure dobbiamo ancora salire al Pratone, ridiscendere e risalire per l’ultimo “scoglio” di questo viaggio. Non ho neanche la forza per demoralizzarmi, o forse sono convinto che non posso farlo. Devo solo resistere a questa infinita fatica, devo resistere al dolore, del ginocchio destro, dei piedi che mi fanno male. La frontale non funziona quasi più, si sta spegnendo, come me ma… continuo a camminare, aiutato dalla luce delle loro frontali. Vedo i sassi bianchi sotto i miei piedi, sassi duri, troppo duri per i miei piedi; a volte sento il terreno, morbido, su cui mi sembra di galleggiare, su cui mi sdraierei a dormire. 

Non ho più la forza neanche di pensare, se non che sono stanco. I miei due compagni di viaggio sono stanchi e potrebbero essere già al traguardo se non avessero deciso di non abbandonarmi; hanno capito che ho bisogno di aiuto, di un punto di riferimento e non mi mollano, anche se cammino con le mie gambe.

Arriviamo finalmente a Fiesole e persino l’asfalto mi sembra morbido, i bastoncini sono stampelle e quasi sostengono completamente il mio peso. Il paese sembra surreale, la piazza illuminata sena nessuno in giro, due ragazze dell’assistenza che mi dicono dove andare e poi, finalmente, la scalinata di pietra dell’anfiteatro su cui temo di cadere, l’arrivo, la medaglia e una persona che mi dice “bravo, ce l’hai fatta”.

È durata una vita questa gara, è stata come la mia vita, bella, allegra, affascinante e curiosa, piena di amicizia, difficile, faticosa fino allo stremo, ricca, soprattutto di emozioni… che sono ciò per cui vivo.

L'autore, Marcello Giovagnoni, durante la gara Adamello Ultra Trail 90k, 2019. Immagine gentilmente concessa da Adamello Ultra Trail Asd.

Note:

Le immagini sportive di questo articolo sono state gentilmente fornite da Riccardo Cavara, organizzatore di Ultratrail – La Via degli Dei.

Le immagini paesaggistiche sono di Marco Mensa.