Il regista Paolo Muran racconta del suo film Biasanòt, alla ricerca del fascino perduto delle notti bolognesi…

Intanto, il titolo. È una espressione tipicamente bolognese. Ci puoi spiegare cosa significa esattamente?

Il titolo completo del film è Biasanòt – Storie di notti bolognesi di musicisti, giornalisti e altri sciagurati di una città che non andava mai a letto. Con il sottotitolo è più esplicativo, ma il termine biasanot è piuttosto enigmatico, soprattutto per chi non è nato a Bologna. Biasanot deriva dal termine bolognese “biaser” che vuol dire masticare/biascicare, come facevano le persone anziane  senza denti. Questo termine dialettale nell’immediato dopoguerra è stato usato per identificare quelli che “masticavano la notte”, cioè che non andavano mai a letto. Tutto è iniziato proprio in quel periodo. 

Cosa ti ha spinto a realizzare questo film?

L’idea di questo film nasce da Celso Valli (importante arrangiatore musicale e direttore d’orchestra) che nel dopoguerra, all’età di cinque anni, seguiva suo padre musicista all’aperitivo di mezzogiorno al bar Modernissimo in Piazza Maggiore. Lì si formavano le orchestrine che suonavano in giro per Bologna e provincia, ed è li che inizia l’epica dei biasanot.

Come è cambiato in 50 anni il divertimento notturno a Bologna? La città è sempre quella di una volta o è cambiata? 

È una domanda impegnativa, se si vuol essere sociologicamente precisi, e non so neanche se sono in grado di fare questo tipo di analisi. Comunque si può dire che ovviamente la notte bolognese in questi settanta anni è cambiata in tutto. Il mio film è appunto la testimonianza di un periodo. La cosa più rilevante è che quello era un modo di passare la notte più “dialettico”. La parola era importante. Il ridere, lo scherzare, il sostenere le proprie idee, il parlare anche di niente, quello che nel film viene chiamato “il cazzeggio”. Tutto questo era l’irresistibile pretesto per considerare “l’andare a letto” un delitto. Non per tutti ma per moltissimi… per i biasanot appunto.

Che rapporto hai tu con quel modo di vivere la città?  C’è qualcosa di tuo nel biasanot?

Io nella mia vita ho visto sparire il mondo dei bar, che non erano luoghi di passaggio come adesso, ma luoghi di stazionamento. Come delle appendici della vita famigliare, dove ci si incontrava abitualmente. A parte i giochi di svago come le carte e il biliardo, “il cazzeggio” era il gusto della serata. Ero molto giovane nel periodo dei biasanot e il tempo dei bar che ho descritto era un mondo prettamente maschile e frequentato da tutte le generazioni. Poi sono nati i locali per i giovani, dove finalmente anche alle ragazze era permesso tirare tardi (sfortunatamente non c’era più relazione con le persone anziane relegate nei luoghi appunto per anziani). Certo che il gusto di fare le ore piccole era rimasto, quando l’alba ti coglieva come una sgridata. Non si sa perché ti veniva da dare fiducia alla notte, forse perché di notte poteva succedere di tutto… o anche nulla! Le mie notti sono state quelle.

L’anteprima del film è stata fatta al Modernissimo, il cinema recentemente restaurato, che gioca un ruolo anche nel film. Quale?

Il mio film inizia con la descrizione degli incontri tra i musicisti che formavano le orchestrine all’aperitivo di mezzogiorno al Bar Modernissimo, che era proprio sopra al Cinema. Era anche un café chantant per tè pomeridiani e musiche serali. Nel film si racconta anche questo. Le proiezioni al Modernissimo sono andate molto bene, sold out in quasi tutte le serate. Il Cinema Modernissimo restaurato è sicuramente il più bel cinema del mondo ed è quindi un onore essere stato ospitato tante volte, spero che non sia finita qui.

Il tuo film è diventato quasi un cult. Quali sono secondo te i motivi di questo successo? È piaciuto sia alle persone “mature” che ai giovani? 

Ho visto uscire le persone molto divertite dopo la proiezione. Molti giovani mi hanno ringraziato per avergli fatto conoscere un periodo che neanche immaginavano. Le persone più anziane invece mi hanno ringraziato per avergli fatto ricordare quel periodo. È un film divertente che scorre bene ed è per questo che è stato difficile da fare. I film facili da guardare (questo film lo è) sono difficili da realizzare. 

Mi sembra di aver azzeccato bene il tono e il ritmo, aiutato da una bellissima colonna sonora composta in parte da Celso Valli, che ha messo a disposizione musiche per pianoforte da lui composte, e da Valentino Corvino che ha realizzato alcuni brani originali. Inoltre tutti i musicisti intervistati, Davio Vanelli, Annibale Modoni, Paolo Zavallone, Celso Valli, Fio Zanotti, Gianni Morandi, Jimmy Villotti, hanno eseguito dal vivo imperdibili pezzi musicali del loro repertorio. Ma anche il loro modo di parlare, di ricordare gli avvenimenti del passato, di raccontare gli aneddoti, fa capire bene che siamo davanti anche a dei “jazzisti della parola”, come appunto erano i biasanot.

Il biasanot è una figura del passato o esiste ancora? In che modo possiamo declinare il biasanot del terzo millennio?

Il termine biasanot a Bologna è ancora usato per indicare quelli che fanno le ore piccole. Il fascino della notte immagino che ci sarà anche ora, ma la voglia di stare insieme a ridere e scherzare sicuramente meno. Al tempo dei bar dove si tirava tardi non ho mai sentito nessuno dire “ora vado a letto perché mi devo alzare presto”. Facevano le ore piccole e alla mattina andavano a lavorare senza fare una piega. Ora se vai in un bar di passaggio, quando il barista chiede a qualcuno: “Come va?” la risposta nove volte su dieci è: “È un periodo che sono distrutt*”. Non so perché. Siamo diventati tutti “lessi”?, come dice il mio coautore e amico Giorgio Comaschi? Forse adesso si fanno le ore piccole guardando le serie televisive invece di “cazzeggiare” con gli amici, e questo ci rende “distrutti”. 

Per quanto mi riguarda mi sono divertito molto di notte, nelle mie notti. Adesso però mi piacciono di più le albe… ma questo è un discorso che ci porta da un’altra parte…

Quale potrebbe essere il messaggio che vuoi comunicare ai giovani con questo film?

Nessun messaggio. Abbiamo cercato (io e Giorgio Comaschi) il motivo per il quale in quel periodo storico (1946 – 1970 circa) si fosse creato il mito della Bologna di notte dei biasanot. Sapevamo già dall’inizio che non saremmo riusciti a trovarlo. Non c’è un vero motivo. È andata semplicemente così. Abbiamo voluto raccontare questa storia senza voler trasmettere nessuna nostalgia dei tempi andati. Penso che sia valsa la pena farlo. Per quanto riguarda i giovani, penseranno loro cosa ricavare dalla visione del film…

Riferimenti:

 

Note:

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal film Biasanòt – Storie di notti bolognesi di musicisti, giornalisti e altri sciagurati di una città che non andava mai a letto di Paolo Muran.