Abbiamo fatto una chiacchierata con Caterina Capelli, direttrice artistica di Artevento, Festival Internazionale dell’Aquilone, in programma a Cervia dal 20 aprile al 1° maggio prossimi. Oltre 250 artisti del vento e campioni internazionali di volo acrobatico in arrivo da 50 paesi si incontrano nella Capitale dell’Aquilone per celebrare il mondo unito da un progetto di pace. Una manifestazione giunta alla sua 44esima edizione, piena di idee e di ideali.

Caterina, raccontaci un po’ la storia di questa manifestazione così partecipata.

L‘idea di questo festival è venuta a mio padre, Claudio Capelli, alla fine degli anni ’70, durante un viaggio a New York. A Central Park vide per la prima volta nella sua vita degli adulti che giocavano con degli aquiloni, che in quel caso erano la riproduzione di un modello storico dell’aquilone di Hargrave (pioniere dell’aeronautica di fine ottocento, n.d.r.). Vedere questi uomini distinti che armeggiavano con queste strane cose stimolò la sua fantasia, lo riportò ad una dimensione molto diversa dallo stereotipo dell’aquilone come semplice gioco per bambini. Mio padre è un pittore, una persona molto curiosa, già propensa a un certo tipo di visione. Racconta sempre che durante il viaggio di ritorno in aereo era già affetto da questo virus, si era innamorato nel vedere questi adulti che giocavano. Così è nata l’idea.

All’inizio convincere l’amministrazione comunale di Cervia della validità di un festival dedicato agli aquiloni è stato difficile. Ma mio padre è stato molto caparbio.

Ci sono altre manifestazioni come questa?

L’aquilone è un gioco popolare noto in tutto il mondo, che si costruisce anche con ingredienti semplici: carta, farina e acqua per fare la colla. E’ nato oltre 2.500 anni fa in Oriente, quindi ha una storia lunghissima, e ci sono tanti eventi che lo celebrano. In Italia, ad esempio, c’è il Palio di Urbino, che ha ormai compiuto 70 anni, ed è una festa di aquiloni popolari. Ma se parliamo di un incontro internazionale mediato dal tema dell’aquilone, oggi il nostro è il festival più longevo al mondo, quest’anno festeggiamo la 44esima edizione. Siamo riusciti a resistere anche nel periodo del Covid…

Tu quindi hai un rapporto molto personale con questo festival…

Naturalmente! Io l’ho vissuto fin da quando ero bambina, ci sono cresciuta. Il festival è nato un po’ in famiglia. Anche i miei nonni paterni erano coinvolti, perché avevano una piccola pensioncina vicino al mare e fin dall’inizio ospitavano tutta questa gente da tutto il mondo. Perché il festival è nato proprio con l’idea di essere internazionale. Mi ricordo le spaghettate di mezzanotte, i giapponesi che cantavano la lirica… Mio nonno materno era un personaggio molto conosciuto a Cervia, ha lavorato in Comune, ha seguito la Pineta, ha inventato il Maggio in Fiore. Anche lui ha aiutato moltissimo mio padre a realizzare questa idea. E secondo me questo imprinting familiare si sente, è un po’ lo spirito del Festival. Ancora oggi a Cervia vengono aquilonisti che io conosco da quando avevo 5-6 anni. Ritornano ogni anno, considerano questo festival come il “Natale degli aquilonisti”, quasi un pellegrinaggio.

Chi sono gli “artisti del vento”?

L‘arte eolica è ormai una corrente artistica riconosciuta, ci sono tanti esponenti che frequentano il nostro festival, che ha contribuito a promuoverla. I nostri ospiti sono persone che nella vita quotidiana fanno i pittori, gli scultori, i designer, lavorano in teatro. Questa è l’arte del vento, la wind art. Esiste anche un manifesto dell’arte eolica, firmato da diversi artisti. È conservato alla Fondazione Miró di Palma de Mallorca. Anche Jackie Matisse, la nipote di Matisse, è stata un’aquilonista, era una delle esponenti più interessanti di questa corrente.

Diciamo che tutto il festival ha una forte impronta artistica, che deriva dal fatto che mio padre era un pittore, lavorava in teatro, faceva lo scenografo, e tutto questo si è riflesso già nelle prime edizioni, che includevano azioni di strada, interventi attoriali, e anche il circo (che c’è ancora). Lui inizialmente si è interessato all’aquilone e poi ha pensato di farne un oggetto d’arte.

Qual è la risposta del pubblico?

A dir poco entusiasta! Questa manifestazione l’anno scorso addirittura ha fatto 600mila visitatori. Si crea un clima magico, di grande empatia, ci ritroviamo tutti avvolti da questo vento, ci sono gli artisti che fanno volare gli aquiloni ma allo stesso tempo anche i bambini che imparano a farli, è una grande kermesse. C’è un progetto del Ministero della Cultura dedicato proprio al nostro festival, che ha fatto di Cervia un presidio a salvaguardia delle culture, dei saperi dell’aquilone nel mondo.

Abbiamo anche tantissimi ragazzi con disabilità. Per loro far volare un aquilone è molto importante, perché gli permette di sentire il vento, di percepire le vibrazioni nelle mani, di ascoltarlo.

Anche quest’anno avete evidenziato il tema della pace. Perché questo tema vi sta a cuore?

Il tema della pace è insito nel festival. Il discorso della pace ci accompagna da sempre, il nostro è proprio un incontro fra culture. Abbiamo visto volare insieme persone che venivano da paesi in guerra fra di loro, come ucraini e russi. Nel cielo non si vedono i confini fra di noi. Se pensi che l’aquilone è uno degli sport più diffusi al mondo, anche nei paesi più poveri, dall’India alle favelas del Brasile… possiamo capire come possa rappresentare un elemento di unione, di dialogo.

Per me il tema della pace è di un’urgenza gravissima e merita molto molto più spazio. Bisogna parlarne ogni giorno, costruirla ogni giorno.

Qual è il clima che si respira durante il festival?

Si producono attimi di magia straordinari, come l’episodio avvenuto l’anno scorso quando abbiamo fatto un collegamento con Cecilia Strada e con l’associazione ResQ – People Saving People, una delle navi che si occupa del salvataggio dei migranti in difficoltà in mare. Durante questo collegamento c’erano i nostri ospiti d’onore, i Maori della Nuova Zelanda, a cui ho dovuto spiegare il tema dei migranti che attraversano il Mediterraneo e l’idea del nostro hashtag  “We are the rainbow”, l’idea della solidarietà, del superamento dei confini e delle differenze.

Il gruppo dei Maori si è immediatamente sintonizzato su questo tema, e ci hanno parlato di un canto importante della loro tradizione, quando i loro antenati si misero in mare per la prima navigazione dall’isola originaria verso la Nuova Zelanda… Ci hanno intonato questo canto, che rappresenta proprio lo spirito dell’umanità, perché in fondo siamo stati tutti migranti, noi e i nostri antenati… è stato veramente molto emozionante.

C’era un artista del vento francese, scomparso diversi anni fa, si chiamava Philippe Cotinson. Era un carissimo amico, un poeta, e scriveva: “Se per anni l’uomo ha seminato la terra per nutrire il corpo, è arrivato il tempo di seminare il cielo per nutrire lo spirito”..

In cosa consiste secondo te il fascino dell’aquilone? 

L’aquilone è un oggetto estremamente affascinante. Per quanto mi riguarda la cosa che trovo più eccezionale è che di fatto, dopo la bambola, l’aquilone è uno degli oggetti di gioco più antichi. Ed è interessante anche dal punto di vista antropologico, è proprio la materializzazione di un dialogo fra l’uomo e una forza della natura, il vento. Probabilmente il primo aquilone è nato da un incidente, molte fonti riportano la storia di un contadino al quale il vento portò via un cappello mentre arava i campi, e così decise di legarselo con un filo. Così pare che sia nato l’aquilone…

La sua storia è spesso accompagnata da significati animistici, c’è sempre un elemento di spiritualità. In Guatemala gli aquiloni vengono fatti volare solamente durante la festa dei morti all’inizio di novembre; in Giappone c’è la giornata dei bambini, durante la quale si appendono le “carpe”, che comunque appartengono alla famiglia degli aquiloni, per propiziare la fortuna; in Cina quando nasce un bambino si fa volare un aquilone… Questo solo per dirne alcune. Il volo dell’aquilone è estremamente metaforico. E questo elemento simbolico si lega anche alla politica, all’attualità, perché l’aquilone è vietato da tutti i regimi: in Afghanistan, in Egitto, era vietato nella Cina degli anni ’60. Questa è la prova evidente della potenza metaforica di questo oggetto.

Per tutti questi motivi abbiamo fatto del festival un evento che promuove la pace, la fratellanza tra i popoli, i diritti umani. Collaboriamo con moltissime realtà, associazioni, ONG. Il festival è anche l’occasione di parlare del significato, di quell’anelito di libertà che l’aquilone rappresenta.

Come vedi ci sono tanti livelli di interpretazione. A me affascina molto questo dialogo con la natura. Fin dalle origini è stato un rapporto d’amore. L’aquilone per me rappresenta proprio un omaggio alla natura, una restituzione, un gesto, quasi una preghiera.

Perché avete scelto il fenicottero come simbolo di questa edizione?

Il fenicottero da animale migratore, a causa del cambiamento climatico, sta già diventando stanziale. Prima è successo in Sardegna, poi in Francia, poi è arrivato anche qui a Cervia, come sapete siamo alle porte meridionali del Parco del Delta del Po. Quando nel maggio dell’anno scorso c’è stata l’alluvione i fenicotteri se ne erano andati, e avevamo molta paura che non tornassero più. Ma da qualche tempo sono tornati, e questo per noi è stato proprio un segno di rinascita. Così abbiamo deciso che questo sarà per noi l’anno del fenicottero. Vogliamo interpretarlo come una celebrazione dello spirito del territorio, che ha reagito alla tragedia dell’alluvione dando prova di solidarietà, di amore. Questa edizione celebra l’Emilia-Romagna, celebra l’umanità, e lo fa attraverso un animale totemico che è il fenicottero. Ci sarà il timbro postale dedicato al fenicottero, il laboratorio dedicato al fenicottero, tanti artisti che costruiranno aquiloni ispirati al fenicottero… e poi ci sarà l’Antoniano di Bologna con i bambini dello Zecchino d’oro scelti come ambasciatori di Pace,  eventi dedicati alla Corea, il paese Ospite d’Onore di quest’anno, e tantissime altre attività tra cui un omaggio a Guglielmo Marconi, che usò un aquilone per sollevare l’antenna che stabilì il primo collegamento wireless. Dovete assolutamente venire a trovarci! 

Nota: tutte le foto dell’articolo sono state cortesemente fornite da Artevento.