Isabella Aldrovandi, la più conosciuta tra i location manager emiliano-romagnoli, ha lavorato, tra gli altri, con Gabriele Salvatores, i fratelli Bertolucci, Alice Rohrwacher, e alla trilogia di Diabolik dei Manetti Bros. Emiliodoc l’ha intervistata, cercando di carpire i segreti di questa affascinante professione.

Isabella Aldrovandi
Come sei arrivata a definire la tua professionalità di location manager? È stato un percorso lungo? 

Io ho iniziato casualmente, mi ricordo che una mia amica mi presentò il produttore Luca Bitterlin e lui mi chiamò su un set, io ci andai come volontaria. A lui sono piaciuta, e così ho iniziato a lavorare in produzione e poi mi sono un po’ più specializzata in casting e location, perché era la cosa che mi veniva meglio.

Poi ho fatto alcuni film come ispettore di produzione, come segretaria, in vari ruoli. Ho fatto casting per  vent’anni assieme a Roberta Barboni, eravamo in società insieme con la Wonder. Poi a un certo punto mi sono stufata del casting perché mi annoiavo, non sopportavo più gli attori! Strada facendo ho imparato, ho lavorato anche con la Fortuna Film di Ambrogio Lo Giudice, seguivo tutte le location per loro. È stato così che ho iniziato. E man mano mi sono specializzata.

Gli interni della Rocchetta Mattei, Grizzana Morandi (BO) - Fonte. Wikimedia Commons
Cosa ti piace in particolare di questo lavoro?

A me piace molto proprio la fase di ricerca delle location, è fantastica.

Io lavoro sia per i film che per la pubblicità. Sicuramente il lavoro per il cinema è molto più stimolante, più creativo, soprattutto nei  film d’epoca come Diabolik.

C’è da dire che ho studiato storia dell’arte, per cui diciamo che sono anche preparata a livello di architettura, ho quelle conoscenze che mi permettono di capire se un palazzo è degli anni ‘70 o 2000, ad esempio, e di scegliere gli edifici più consoni.

Riprese sul set de "Il Commissario De Luca", tratta dai romanzi di Caro Lucarell - Piazza San Giovanni in Monte, Bologna - Fonte: Wikimedia Commons
Come si svolge il tuo lavoro?

 La prima cosa che faccio è leggere bene la sceneggiatura, studio tutti i movimenti di macchina. È molto importante perché se una sceneggiatura mi dice che l’azione comincia in giardino e continua in casa, è ovvio che devo cercare una villa con giardino, con certe caratteristiche. 

Andando in giro per location conosco un sacco di gente interessante, è proprio un lavoro libero, perché il location manager non ha nessuno che lo guida, io sono capo di me stessa. Però è anche un mestiere difficile. Di solito lavoro con uno o due assistenti, perché dopo aver trovato la location devi individuare dove mettere tutti i mezzi, devi chiedere i permessi al Comune, devi trovare i posti dove gli attori si possono cambiare, quelle che chiamiamo le green room. Poi dobbiamo cercare anche la sala trucco e parrucco. È un lavoro abbastanza complicato, che non si può fare da soli. 

Il Castello di Rivalta Lungo il Trebbia - Fonte: Wikimedia Commons
Come entra nel tuo lavoro il rapporto con il regista? 

Dipende molto dal regista, in alcuni casi ho praticamente rapporti solo con il regista, in altri casi lavoro prevalentemente attraverso lo scenografo. Ma fondamentalmente il mio capo è l’organizzatore del film,  quello che mi paga e da cui dipendo. 

Quante location visiti in media? 

Sicuramente devi presentarne più di una. Ci sono altri location manager che ne presentano dieci, di cui otto non c’entrano nulla, io invece preferisco presentare solo quelle che secondo me hanno le caratteristiche giuste. All’inizio forse posso mettere un po’ più di carne al fuoco, però poi vado molto di selezione, è difficile che io presenti una location che so già che non è adatta. Penso che questa sia la mia qualità principale, riuscire ad andare a colpo sicuro. Ci prendo!  

Quali sono gli intoppi che si possono presentare durante la ricerca? 

Ci possono essere intoppi di vario tipo, può succedere che salti una location, però questo avviene molto raramente. Le location più difficili sono i posti pubblici. Ad esempio se devi girare in Comune, ti devi adeguare al calendario degli eventi pubblici. Oppure devi chiudere una strada e scopri che non puoi chiuderla perché quel giorno lì c’è il mercatino… Nelle abitazioni private, una volta definito il tutto, le cose filano via lisce. 

Rio Petroso - Foto Marco Mensa
Hai mai lavorato in luoghi abbandonati? C’è molta richiesta?

Si certo, si lavora spesso in posti abbandonati. Magari serve un casolare di un certo tipo allora ci si orienta su un luogo dismesso, e lo si rimette a posto a seconda delle esigenze. Tutte le volte che si lavora in un posto abbandonato deve essere comunque tutto in regola, cioè bisogna mettere tutto in sicurezza. Con la serie Un amore, che è andata in onda Sky, abbiamo girato in un casolare abbandonato e anche in una fabbrica abbandonata, l’ex Cartiera di Lama di Reno. Anche con l’Ispettore Coliandro è capitato, in quel caso abbiamo usato dei fienili dismessi. Quando finiscono le riprese si ripristina tutto come era prima. Ma è necessario che tutto sia in sicurezza, sennò non si può girare.

Gli interni dell'Ex-Zuccherificio di Classe, Ravenna - Foto Marco Mensa
Qual è stata la produzione più difficile a cui hai lavorato? 

Un esempio: La Certosa di Parma di Cinzia TH Torrini, dove c’erano i castelli e le case del Settecento. Quel lavoro non è stato facile. I film d’epoca sono i più difficili. A volte gli esterni vanno bene ma quando entri in una villa del Settecento e trovi tutto rifatto ti metti le mani nei capelli. Anche se si devono ricostruire gli anni ‘70 per noi diventa un film d’epoca perché nelle strade, ad esempio, devi togliere i cartelli. Poi c’è l’opera di convincimento: a volte il proprietario della location non ne vuole proprio sapere, quindi bisogna usare un po’ di diplomazia. 

La galleria del chiostro grande della Certosa di San Girolamo (detta Certosa di Parma) - Foto Marco Fallini - Fonte Wikimedia Commons

E poi sicuramente l’ultimo film dei Manetti Bros, Diabolik, è stato molto impegnativo. Ti dico solo che abbiamo chiuso via Marconi, una delle strade più trafficate di Bologna. L’abbiamo chiusa in due occasioni, per due giornate. Abbiamo dovuto lavorare molto per parlare a tutte le persone di via Marconi, perché quando fai un esterno d’epoca non puoi avere un infisso del 2010, lo devi coprire. Quindi lavorare sugli esterni prende un bel po’ di tempo, più che per gli interni.  

Le riprese di "Diabolik" dei Manetti Bros. in via Marconi, Bologna - Fonte: Wikimedia Commons
C’è una location o un tipo di location che ti piace più di altre?

L’architettura del Ventennio a me piace moltissimo, e anche a molti registi. Con Diabolik poi l’ho iniziata ad apprezzare ancora di più. Cercavamo l’Ufficio della Difesa, e sono andata a cercarlo alla Facoltà di Ingegneria di Bologna, è un’opera totalmente degli anni Trenta-Quaranta. E lì è andata molto bene, tutti sono rimasti entusiasti!  Anche i responsabili della Facoltà, alcuni sono davvero persone straordinarie, i docenti di matematica, fisica, chimica, sono tutti molto aperti!

Per Diabolik avete girato anche nella sede della Regione Emilia-Romagna, nelle Torri di Kenzo Tange? 

Li si stava cercando una location in stile anni Sessanta-Settanta. E anche se le torri della Regione sono state costruite dopo, negli anni Ottanta, il progetto di Tange è molto precedente, è del 1968. Quindi lo stile è di quell’epoca, ovviamente non italiano perché in Italia di quel periodo non c’era quasi nulla. Anche questa location è stata molto azzeccata.

Cosa offre la nostra regione in termini di location? 

Prendiamo ad esempio Bologna. Una città bellissima, ma molte location sono rifatte, non hanno mantenuto le caratteristiche originali. Ferrara, invece, è meno rifatta, ma anche Parma. Però la zona di Bologna ha qualcosa di stupendo che sono i dintorni, i colli, la zona verso Sasso Marconi, i fiumi, i paesini di campagna ancora intatti, come Pieve di Cento, ad esempio. Tutte location veramente suggestive. 

Le Torri di Kenzo Tange a Bologna, sede della Regione Emilia-Romagna - Fonte: Wikimedia Commons
Come sta cambiando il vostro mestiere? 

C’è stato un momento in cui c’era tanto di quel lavoro che non si riusciva a star fermi. Oggi la questione del tax credit sta rendendo tutto molto più complicato. Io cerco di lavorare con i giovani, insegno il mestiere ai ragazzi, ai trentenni, ai ventottenni, e spero che loro nel futuro continuino in questo mestiere. 

C’è un tuo sito che possiamo inserire nell’articolo?

No, no. Io non sono tecnologica, me lo dicono tutti da una vita. Chi mi vuole mi cerca! Io ho tutto ciò che mi serve nel mio computer, e nella mia testa… Non ho la dote dell’ordine, ed è per questo che mi circondo sempre di assistenti che mi aiutano a tenere ordine nelle cose.

Palazzo della Pilotta, Parma. Foto: Saliko - Fonte: Wikimedia Commons
Allora qual è la tua dote principale? Il tuo segreto per essere una location manager di successo?

Senza dubbio la creatività, il saper mettere insieme idee diverse, saper comprendere a prima vista le esigenze tecniche e artistiche di un film. E trovare subito la soluzione migliore. Per me la dote essenziale di un location manager è proprio l’intuito, quel lampo di genio che ti permette di associare una scena alla location perfetta. 

Riferimenti: