Dalla sua inaugurazione a novembre 2023, a Bologna si è parlato molto della riapertura dello storico ex cinema Arcobaleno, oggi Cinema Modernissimo. Claudio Tamburini ha incontrato il progettista del restauro, lo scenografo Giancarlo Basili. Una carriera formidabile che dal teatro passa al cinema, Basili ha lavorato a fianco di alcuni dei più importanti registi italiani curando la scenografia di film come “Nirvana” di Gabriele Salvatores, “Enrico IV” di Marco Bellocchio, e della serie tv “L’Amica Geniale” di Saverio Costanzo.  Ha vinto il  Nastro d’Argento per la migliore scenografia per “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti.

Lo scenografo Giancarlo Basili al Modernissimo
Foto dal cantiere

Piazza Re Enzo, angolo via Rizzoli. È un martedì in tarda mattinata di fine gennaio, di quelli che farebbero solo pensare a una Bologna intirizzita dal freddo e semi deserta. Eppure così non è. Proprio in quell’angolo, dove un tempo di giorno si formavano i capannelli dei famosi umarell a discutere di politica e di calcio, e di notte, fino al mattino, si udivano gli schiamazzi e i canti alticci dei biassanot, qualcosa è tornato a muoversi, animatamente.

C’è assembramento nei pressi di una pensilina arricchita da pannelli dai colori vivaci che conduce nel sottopasso di via Rizzoli, in ambienti moderni e rinnovati; luoghi d’attesa e di scambio che introducono a una straordinaria sorpresa sotterranea. A quindici metri sotto il piano urbano incontriamo Giancarlo Basili “artefice tecnico e artistico” del restauro dell’antico complesso che fu il Cinema Modernissimo.

Come in tutte le esperienze nuove, e le nuove conoscenze, è sempre il primo impatto a lasciare il segno più marcato. Perciò la prima domanda che viene spontanea rivolgergli è cosa ha provato la prima volta entrando in questa sala.

L'odierno Cinema Modernissimo (ex Arcobaleno) pre-restauro

“Era il 2016 quando Gianluca Farinelli, storico Direttore della Cineteca di Bologna e ideatore de Il Cinema Ritrovato, mi propose questo progetto di recupero. Il primo impatto fu notevole. Me lo ricordavo come Cinema Arcobaleno, così si chiamava quando ancora studiavo all’Accademia di Belle Arti. Fu uno dei tanti cinematografi a sparire dal centro città nella grande moria di sale che ha caratterizzato il ventennio a cavallo dei due secoli. L’Arcobaleno aveva chiuso i battenti nel 2007. Non molti anni, in apparenza, eppure mi resi immediatamente conto degli effetti devastanti di quel periodo d’abbandono.

Faccio sempre riferimento al mio lavoro, sono uno scenografo di teatro, ma, soprattutto negli ultimi quindici anni, di cinema. Ho lavorato con registi quali Bellocchio, Moretti, Salvatores, Kiarostami, Amelio, Diritti. Si tratta di un cinema prettamente d’autore, per il quale ho utilizzato spesso grandi spazi usati, vecchi, ristrutturandoli o rifacendoli ex-novo a seconda delle esigenze del film. Ho realizzato ambientazioni per le quali abbiamo recuperato vecchie fabbriche per ambientarci film come Nirvana di Salvatores, per esempio, nell’ex-complesso dell’Alfa Romeo di Arese.

Dissi di primo acchito che sarebbe stato un lavoro immane ristrutturarlo, e avevo ragione. L’ambiente era degradato, mal disposto, l’umidità affiorava dal pavimento, non c’era insonorizzazione, niente. Negli anni ’60-’70 avevano stravolto la sala, stipandola con quasi 800 sedie di legno scomodissime. La galleria era quasi tre metri più avanti, tutto era scuro, i colori erano completamente diversi, smorti, sbagliati. Lo stesso Farinelli si trovava un po’ in difficoltà. Mi chiese: “Ma qua, da dove partiamo?”

L'odierno Cinema Modernissimo (ex Arcobaleno) pre-restauro
Foto dal cantiere

Bisogna mettere in campo estro e senso pratico. Essere un po’ dei visionari.

“Esattamente. Ho ripreso l’architettura esistente, accorciato la pedana, la galleria. In sostanza l’ho riportata a come era nel primo Novecento, come l’aveva pensata il Pontoni, un architetto scenografo che insegnava scenografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Io stesso sono uno scenografo che insegna in quello stesso contesto. Guarda, è una coincidenza incredibile, ma è anche il principio di un’idea, visiva soprattutto. Non volevamo cadere nella ricostruzione fedele, nel kitsch, ma realizzare uno spazio quasi da set cinematografico. Dai lampadari alle poltrone, sostituendo balaustre in cemento con elementi in ferro battuto si è riportato l’ambiente ad uno stile più essenziale, più déco.”

La scelta dell’immagine di Amarcord nella Hall è un richiamo allo stile interno della sala.

“Tutti i fregi che si possono vedere sono presi sempre dal Pontoni. Restaurando la hall abbiamo tolto via un controsoffitto e abbiamo scoperto che c’erano quelle decorazioni, piccolissime, che ho pensato di ingrandire e utilizzare come decoro per questa sala.

Amarcord è un dipinto di Rinaldo Gèleng, pittore e cartellonista cinematografico, che collaborò in varie occasioni con Fellini, acquistato dalla Cineteca. Si accorda perfettamente al senso che volevamo dare al nostro restauro, ovvero realizzare un ambiente quasi d’invenzione, da sogno.

In sala, invece, quando abbiamo smantellato tutto abbiamo trovato solo la scritta Birra Ronzani che abbiamo deciso di mantenere, poiché riconduce alla storia autentica di tutto il palazzo, che porta lo stesso nome. In origine c’era il teatro, diventato poi anche cinema con uno schermo di quattro terzi anch’esso ritrovato, e c’era il golfo mistico, che è rimasto tale. Quando si proietta il cinema muto, in particolare le pellicole del Cinema Ritrovato, ci mettiamo l’orchestra, così com’era dai tempi dei Lumiére, fino alla fine degli anni Venti.”

Il corridoio che conduce alla sala del nuovo Modernissimo

È stato anche molto apprezzato dal pubblico e dai visitatori il fatto che ogni poltrona sia stata dedicata a qualche personaggio illustre.

“Questa è stata un’idea di Farinelli. Ce ne sono alcune che non portano il nome. Le abbiamo lasciate sospese con l’intenzione eventualmente di aggiungerne di nuovi. Ci sono anche artisti ancora viventi, quali Amelio, Bellocchio, Giordana, e molti artisti stranieri. Qui da noi sono già stati consacrati.”

Nella mente del progettista come nasce un disegno di questo genere?

“Qui mi sono voluto staccare da un puro concetto architettonico. Mi sono chiesto, come faccio nel cinema? Nella sceneggiatura di un film c’è scritto scena 1, atrio o palazzo, poi scena 2, sala d’aspetto, scena 4.., gli sceneggiatori scrivono così. Io cosa ho fatto? Leggo le sceneggiature una volta, poi le chiudo. Mi faccio un’idea visiva, come con Palombella Rossa di Moretti: la sceneggiatura era completamente diversa da quello che è stato raccontato visivamente, lo stesso per Nirvana di Salvatores, e tanti altri. Mi rimane solo l’impressione e la storia. E la prima ricerca che faccio sono i luoghi dismessi, palazzi abbandonati, strutture vecchie, da lì si può inventare un intero mondo. Mi sono documentato molto, certo, ma entrando qui quel mondo, in forma embrionale, ce l’avevo già davanti agli occhi.”

Nella pittura scenografica c’è sempre questa mano fresca, come si usa in gergo, di getto. La sensazione qui è di essere quasi immersi nell’opera.

“Sì, ma la cosa più importante è stata fare tutte le prove necessarie in laboratorio. Avevamo dei disegni precisi, bozzetti di ogni genere, rendering in scala. Quando siamo partiti sapevamo già come sarebbe dovuto venire il lavoro. Al termine di questo non potevamo permetterci di smontare le impalcature, alte più di dieci metri, e scoprire che avevamo sbagliato qualcosa.”

Mentre l’intervista procede veniamo costantemente incalzati e spostati dalle visite guidate. Basili non sembra sorpreso.

“È una cosa meravigliosa. Guarda quanta gente. Da quando abbiamo aperto, fra visite e proiezioni, non c’è la possibilità di avere un momento di tregua.

Vengono da tutta Italia e da tutto il mondo. È diventata una vera e propria meta turistica. La prima cosa che chiedono è “dov’è il Modernissimo?”

Il nuovo Cinema Modernissimo

La Cineteca è riconosciuta a livello internazionale per la sua opera costante di recupero di pellicole, spesso famose. Questo ha una sua importanza?

“Indubbiamente. Quando è stato aperto il cinema abbiamo programmato ben dieci giorni di inaugurazione con un densissimo calendario di proposte.

Non avremmo mai immaginato un successo di tali proporzioni. Abbiamo spaziato nel tempo e nei generi da un lontano Mio cugino di Edward José del 1918 a un’anteprima con Chimera di Alice Rohrwacher del 2023, passando per Freaks di Tod Browning del 1932 e Il grande Lebowski dei fratelli Coen del 1998, solo per citarne alcuni. Molti filmati, spettacoli e dibattiti erano introdotti da artisti, critici, scrittori, autori e registi di fama nazionale e internazionale: Wes Anderson, Jeff Goldblum, Paola Cortellesi, Vinicio Capossela, Alessandro Bergonzoni, Giuseppe Tornatore, Toni Servillo, Pupi Avati… ci si può sentire in colpa a non poterli citare tutti. Tu che di mestiere fai il restauratore, la pittura come ti sembra?”

Per la prima volta mi ritrovo, con un certo imbarazzo, a rispondere a una domanda: è un pittura estremamente spontanea, veloce, dove non si sta tanto a guardare la linea marcatamente grafica, ma dove l’insieme offre un certo gusto originario, non artefatto e al tempo stesso già vissuto.

“Sì, abbiamo fatto tutta la pittura con la tecnica dello spolvero, come si usava nel Quattrocento. Meno che le parti dritte dei colonnati, quella è tela dipinta in laboratorio e applicata con precisa maestria.

Sai, c’era Scorsese, è stato qui tre volte. Ha visto attraverso gli anni l’andamento di questa sala, perché con il Cinema Ritrovato, veniva a presentare i suoi film restaurati dalla Cineteca e quindi lo portavamo qui. Ha visto un po’ tutti i passaggi e ci ha detto meravigliato, “solo voi italiani potete fare una cosa così”.

Fu davvero un grandissimo complimento. Tuttavia, una delle cose che ci riempie maggiormente d’orgoglio oggi è la presenza dei giovani, che rappresentano quasi il 90% del pubblico. Molti di loro vengono qui, si fermano prima al bar un’ora e mezzo o due, aprono il computer e studiano, mentre aspettano il film.

Se tu vedi sul sito della Cineteca, le ovazioni al termine delle proiezioni, come non si vedevano da decenni! Questo per noi è stato il più grande successo.”

Ora manca davvero poco al termine ultimo dei lavori…

“Sì, se tutto va per il verso giusto a marzo apriamo l’ingresso vero, originario. I lavori per la pensilina in Piazza Re Enzo sono già in corso d’opera.

Ma sai, più che l’opera finita, quello che più ti rimane è quel magnifico percorso che ti ha portato alla chiusura del cerchio. Quando ho portato i pittori e tutte le maestranze, in gran parte da Roma e da Napoli, mi dissero “ma magari ci capitassero sempre lavori così”. I ragazzi mi chiamano tutti i giorni, “Giancarlo, non c’hai qualcos’altro?”.

Siamo stati troppo bene per quei sei mesi o più durante i quali c’è stato il lavoro più intenso e creativo. I ragazzi andavano e venivano da Bologna, facevano cose straordinarie. Avevamo trovato una locanda qui vicino per mangiare, loro erano dei signori, si sono divertiti da morire in questa città che è, e resterà sempre, molto ricca e accogliente. È molto bello vivere in questa atmosfera. Mai una discussione, mai una litigata, mai che si sia sentito dire “no, io non ce la faccio, io sono stanco”. Sempre sorrisi, sempre sorrisi. Se ci si guarda attorno, in quanto è stato realizzato lo si riconosce davvero.”

La regista Alice Rohrwacher in platea al Modernissimo

Note:

Il racconto sulle piccole grandi storie di sale resilienti in Emilia-Romagna è iniziato con l’articolo Gli amici del Vittoria / emiliodoc n.1.