Benvenuta al nord. Le mafie e la fine dell’innocenza

Sicuramente c’è stata una non conoscenza delle mafie,
delle persone che ne fanno parte e
dell’impatto che hanno sul territorio.
Ritengo che anche molti parlamentari e politici
coi quali abbiamo parlato tanti anni fa, erano in buona fede.
Oggi nessuno può più dire “io non immaginavo, io non conoscevo”.
Se qualcuno dice “io non sapevo”, è in malafede.

Nicola Gratteri

Fu in uno degli ultimi giorni di maggio del 2007. Decidemmo di far sentire le nostre voci collegando due piccoli altoparlanti a un computer trovato in uno stanzone dietro la sala in cui si stava svolgendo un convegno, a Bologna, sui beni confiscati alla criminalità. In una pausa dei lavori della giornata chiedemmo ad alcuni colleghi, amici e relatori di ascoltare la puntata zero di “Libera Radio” e il nostro progetto di “Voci contro le mafie”.

A Luigi Ciotti, presente a questo momento improvvisato, spiegammo che il nome scelto per quella testata radiofonica era un omaggio al suo arcipelago di associazioni, nomi e numeri contro le mafie; ma anche, e soprattutto, alla straordinaria esperienza delle “voci dei poveri Cristi”, a quella Radio Libera Partinico di Danilo Dolci che, il 25 marzo 1970, aveva segnato un punto di non ritorno nella storia della comunicazione italiana.

Il segnale radiofonico di quell’emittente “clandestina” e “resistente” aveva interrotto, per 27 ore e per la prima volta, il monopolio di Stato sulle trasmissioni via etere. Chiusa dai Carabinieri e sequestrata dal Pretore, l’antesignana di tutte le radio libere italiane aveva però lanciato il suo SOS al mondo, raccontato l’abbandono in cui versavano le popolazioni del Belice dopo il terremoto di due anni prima, urlato “Qui si sta morendo!”, rappresentando e denunciando attraverso un media di massa il potere mafioso che aveva depredato i fondi destinati alla ricostruzione.

Nonostante le esigue risorse economiche, con il sostegno della testata “sorella” Radio Città del Capo e con una rete di prestigiose e generose collaborazioni, per oltre 12 anni non abbiamo mai perso di vista l’obiettivo: utilizzare le peculiarità del linguaggio radiofonico e del web per dialogare con un pubblico in massima parte di giovani. L’idea è stata quella di invadere il campo della rappresentazione delle mafie e dell’antimafia, utilizzando le voci e la loro potenza comunicativa. Per questo, alla radio abbiamo raccontato storie che attraversavano l’Italia e parlavano di montagne di denaro del narcotraffico, reinvestito in ogni settore; di clan che imponevano uomini e mezzi e conquistavano posizioni di monopolio; di nuove frontiere del business criminale come il gioco d’azzardo, di assalti alla politica, di imprenditori e professionisti a caccia di relazioni con uomini dei cartelli.

Ma anche storie di tanti amministratori pubblici, insegnanti, giornalisti e magistrati, testimoni di giustizia, rappresentanti delle forze dell’ordine e delle associazioni, ai quali abbiamo dedicato nel 2011 la trasmissione “Nuove Resistenze”, per contribuire a un immaginario positivo e di contrasto a quello imperante sulle mafie.

Un mondo a parte

Ogni giorno incontriamo il lavoro nero.
Nero non perché sporco di petrolio,
nero non perché sporco di carbone.
Nero perché illegale.

Lo sfruttamento è un mezzo di produzione,
di beneficio economico.
Anche qui, in Italia.
Ma per chi?

Ogni giorno utilizziamo o mangiamo almeno un prodotto
realizzato da lavoratori sfruttati.
Ci siamo mai posti il problema?
Vi siete mai posti il problema?

Nadia, 17 anni, studentessa, spot radiofonico per Libera Radio, anno scol. 2012-2013

Quelle voci ribelli e resistenti erano e sono per noi “la notizia”, a fronte di una certa disattenzione del mainstream dell’informazione che, nel corso degli anni e con importanti eccezioni, ha sempre più interpretato la narrazione delle mafie come “gossip criminale”, indugiando sugli arredi del covo dei boss, sugli abiti firmati dei padrini, sui film preferiti o sulle loro relazioni sentimentali. Come altre realtà editoriali, Libera Radio ha inquadrato il tema della legalità in un paradigma “intersezionale”, scegliendo di parlare dei costi sociali ed economici della oppressione mafiosa sui territori, della necessaria e costante difesa dei diritti costituzionali: non può esserci alcuna lotta ai cartelli criminali senza politiche a sostegno dei lavoratori e delle imprese, senza nuove politiche giovanili e sull’immigrazione, senza giustizia sociale.

Insieme alle trasmissioni radiofoniche, nel 2013 diamo vita anche a produzioni di format video, come Senza regole, un documentario sull’avanzata criminale, economica e culturale delle mafie in Emilia-Romagna. L’inchiesta Aemilia sarebbe esplosa due anni dopo, ma il film descriveva dinamiche che avrebbero preso concretezza giudiziaria nell’impianto accusatorio del più poderoso processo alla ‘ndrangheta mai celebrato nel nord Italia.

Così, dopo l’uscita del suo libro L’impresa grigia, Stefania Pellegrini nel 2019 accetta l’invito a condividere i microfoni di Libera Radio: portiamo in onda “Un mondo a parte. Racconti, memoria e immaginari di mafie e antimafia”, un settimanale in cui proviamo a fondere il metodo scientifico con il linguaggio giornalistico. Stefania è ordinaria di Sociologia del diritto all’Università di Bologna, ma è pure titolare di altri insegnamenti, come il corso di “Mafie e antimafia”, frequentato da centinaia di studenti non solo di giurisprudenza. Ha fondato anche il primo master di secondo grado, intitolato a Pio La Torre, sulle tematiche dei beni confiscati, delle quali è la più autorevole studiosa in Italia. Ed è tante altre cose ancora. Ma è soprattutto il significato di lotta civile che attribuisce al suo lavoro a darne la sua appassionata cifra umana e professionale.

Entrambi convinti che non esistono gli “esperti” di mafia, che per indagare un fenomeno complesso occorre far ricorso a una complessità di sguardi, competenze, metodi e linguaggi, andiamo in onda con l’intento di decostruire narrazioni e stereotipi dei sistemi criminali. A cominciare da quello che ha sempre definito la mafia come “un mondo a parte”, un universo di illegalità parallelo che di tanto in tanto incontra quello dei cittadini comuni, della gente onesta, della rettitudine che fa da barriera a ogni possibile commistione. “Le mafie al Nord – si legge ne L’impresa grigia – vengono viste troppo spesso come prodotto di una contaminazione esogena che coinvolge realtà circostanziate, con una diffusività limitata ed una offensività del tutto secondaria.

Il processo di investimento delle mafie nell’economia del settentrione viene riconosciuto come fenomeno del tutto residuale, dal carattere meramente economico, spesso edulcorato rispetto ad ogni significato criminale. Ne consegue una sottovalutazione della profonda essenza che, invece, caratterizza sia l’origine dei capitali investiti, sia le modalità di relazione applicate alle relazioni economiche.”
Quella esperienza radiofonica fu per entrambi entusiasmante, in buona parte focalizzata sulla stagione di inchieste e processi che da tempo stavano caratterizzando con successo le attività delle direzioni investigative e distrettuali antimafia del centro-nord del nostro Paese.

Il documentario

Interrotta dall’arrivo della pandemia, riusciamo a riacciuffare la nostra collaborazione scrivendo insieme la sceneggiatura del documentario “Benvenuta al Nord. La fine dell’innocenza”, che nel 2023 arriva dopo oltre un decennio di inchieste e processi in Emilia-Romagna. Stefania era riuscita, col suo L’impresa grigia, a catturare l’attenzione di un pubblico ampio e sovente distratto, persino di una stampa locale bolognese generalmente restia ad occuparsi non solo della complessità del fenomeno mafioso, ma persino di quelle cronache giudiziarie che farebbero parte dei suoi doveri di servizio pubblico. Ciò che era emerso dall’inchiesta e dal processo Aemilia, viene infatti scabrosamente sottolineato nelle evidenze del suo libro, quando si sottolinea il carattere imprenditoriale delle mafie e le cointeressenze che lo sostanziano: “… anche quando vengono rese pubbliche le indagini che portano alla luce affari illeciti perpetrati da decenni tra l’imprenditoria locale e le consorterie mafiose, la reazione della collettività si è mostrata troppo composta nell’ammettere, al massimo, di non essere stata in grado di attivare i necessari strumenti di difesa sociale… Al contrario, assai raramente vi è stata un’assunzione di responsabilità nell’aver aperto le porte delle attività imprenditoriali a capitali di dubbia provenienza… scegliendo di contrarre operazioni economiche con gli appartenenti o gli agenti in affari di gruppi mafiosi e sempre più di rado si è agito sotto minaccia o costrizione.”

L’interesse a raccontare in un documentario queste dinamiche nei quarant’anni di storia non solo locale in cui hanno potuto consolidarsi, arriva da Paolo Muran e Anna Sandrini che firmano la regia del film, realizzato col sostegno di Emilia-Romagna Film Commission. Anche qui, puntiamo sostanzialmente a decostruire modelli interpretativi, a riflettere sulla crisi di convinzioni e sugli stereotipi che da sempre gravano sulla comprensione del fenomeno: la mafia è al Sud, la mafia è un corpo estraneo che si infiltra nel tessuto di comunità sane e prospere, la mafia è un cancro che ha contagiato le “isole felici” del settentrione d’Italia. Le voci del documentario smontano uno dopo l’altro queste rappresentazioni, che ancora alimentano un ingenuo immaginario sulle mafie. “Benvenuta al Nord” racconta una criminalità che dialoga e fa affari con imprenditori e professionisti, che corrompe amministratori pubblici e servitori infedeli dello Stato, che avvelena i mercati e impedisce il progresso economico, mette a rischio i diritti dei cittadini, in particolare il lavoro, e condiziona la stessa vita democratica del Paese. La mafia è al Nord, lo è da decenni e ha trovato terreno fertile e accogliente in un insano e sempre più generalizzato desiderio di arricchimento, nella cifra culturale di una società che sbandiera la propria “innocenza” come paravento del proprio decadimento morale, della mafiosità che ne guida stili e comportamenti.

Narrazioni antagoniste

Pensato e disponibile per una visione (soprattutto, ma non solo) all’interno dei circuiti scolastici delle scuole superiori di secondo grado, il film ha utilizzato la ricchezza dei linguaggi dei testimoni protagonisti della narrazione. Per esempio, di Paolo Bonacini, scrittore e giornalista, per vent’anni direttore di Telereggio, che ricostruisce la storia anche sanguinosa delle presenze criminali nella nostra regione, della ‘ndrangheta emiliana, del processo Aemilia e dei procedimenti giudiziari che ne sono scaturiti; di Roberto Tartaglia, del Dipartimento degli Affari Giuridici e Amministrativi, di Roberto Alfonso, il procuratore di Bologna, dal 2010 al 2015, a cui si deve la stagione del contrasto e della repressione dei cartelli mafiosi in Emilia. Ma anche del saggista Isaia Sales, dell’imprenditore testimone di giustizia Gaetano Saffioti, dell’ex procuratrice generale di Bologna, Lucia Musti, dell’odierno procuratore capo a Napoli, Nicola Gratteri, e di Marcello Ravveduto, storico e studioso della rappresentazione pubblica delle mafie, social e digitale compresi.

Nei nostri computer e nei nostri smartphone, afferma Ravveduto, “le mafie raccontano sé stesse, rendono visibili i loro reality show. E sui social media costruiscono consenso attraverso una bulimica creazione di contenuti. Una sovrapposizione di narrazioni ed esperienze che realizzano sceneggiature verosimili di vite immaginate che, soprattutto per gli spettatori più giovani, sono la realtà (…) Siamo in un momento storico in cui l’ideologia criminale viene comunicata, idolatrata, restituita non tanto nella narrazione di finzione o filmica, ma dai protagonisti, sulle pagine social di ciascuno di loro”.

Anche questo racconta il nostro film, che occorre lanciare la sfida sullo stesso terreno digitale e social, dove è più urgente evidenziare ai ragazzi le dinamiche performative dei mafiosi online: saper “leggere” i contenuti, decriptarne la pericolosa deriva criminale che possono indurre. Togliere, in altre parole, consenso alle mafie e al loro modello di successo e di potere. Rappresentare un esempio di narrazione antagonista.

Anche nell’era digitale, antimafia significa narrare la bellezza dei diritti scritti nel patto costituzionale che unisce un intero popolo, la lotta contro ogni discriminazione, la difesa del lavoro come valore identitario e di libertà, l’esercizio instancabile della memoria, la luce sui misteri e sulle pagine dimenticate della nostra storia.

Note:

Pellegrini Stefania, L’impresa grigia. Le infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Un’indagine sociologico-giuridica, Roma, Ediesse, 2018

Le mafie nell’era digitale. Rappresentazione e immaginario della criminalità organizzata. Da Wikipedia ai social media, a cura di Marcello Ravveduto, Milano, Franco Angeli, 2023

Tutte le foto dell’articolo sono tratte dal documentario “Benvenuta al nord – La perdita dell’innocenza” di Paolo Muran e Anna Sandrini.

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Giornalista e autore radiofonico, direttore responsabile della testata radiofonica on line Libera Radio-Voci contro le mafie.

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