Gianni Celati, le strade percorse insieme

Cosa è stato per noi di Pierrot e La Rosa fare i film di Gianni Celati? Il primo incontro fu a fine anni ottanta. Gianni era poco più che cinquantenne, noi un gruppo di trentenni che da cinque o sei anni sbarcava il lunario con telecamere e sistemi di montaggio. Era esploso il video e c’era richiesta di filmati aziendali da distribuire in VHS. Lavoravamo per aziende importanti e per la prima volta guadagnavamo sufficientemente.

Nella società Pierrot e La Rosa, fondata nel 1977, in tre erano laureati al DAMS: Guglielmo Rossi, Luca Buelli, Stefano Barnaba. Poi c’eravamo Lamberto Borsetti e il sottoscritto. Io e Lamberto non abbiamo frequentato il DAMS, provenivamo da esperienze in cooperative giovanili di spettacolo e da emittenti televisive private.

Gianni Celati aveva da poco pubblicato Verso la foce e Luca, Guglielmo e Stefano (che penso avessero lavorato con lui al libro Alice disambientata), lo convinsero a provare a realizzare un documentario.
Nessuno sapeva quale sarebbe stato l’obiettivo del film. Anzi, mi correggo immediatamente, Gianni lo sapeva (senza dircelo direttamente mai): il film non doveva avere nessun obiettivo dichiarato, se non lo scorrere del tempo attraverso le immagini di situazioni marginali, raccolte nelle zone che lui conosceva.

Con le riprese realizzate durante i sopralluoghi si realizzò un trailer che fu consegnato ad Angelo Guglielmi, allora direttore di Rai3, il quale ci commissionò il film documentario. Così iniziò l’avventura.

Partimmo per i sopralluoghi per il primo film, Strada provinciale delle anime. Fare i sopralluoghi con Gianni era un tempo meraviglioso. Si partiva all’alba per non perdere la luce migliore. Avevamo una destinazione in programma, ma eravamo pronti a cambiare meta in qualsiasi momento per seguire un nuova idea o per soffermarci in luoghi che ci avevano sorpreso. Non avevamo l’ossessione di dover filmare qualcosa di preciso. Era un gironzolare all’aria aperta senza la smania di dover fare nulla di particolare, raccogliendo immagini con la telecamera, che era la cosa che ci piaceva di più fare in assoluto. Parlo al plurale perché Gianni ci dava la sensazione di essere come una rock band in tournée. 

Non posso dire che noi di Pierrot avessimo dei timori reverenziali verso il Capo Banda (con Gianni era impossibile), ma sentivamo che stavamo facendo qualcosa di importante, per cui pur divertendoci tantissimo volevamo fare i “professionisti”. Era giunto il momento di utilizzare nella miglior maniera la grammatica delle riprese che avevamo appreso nei nostri lavori industriali. Per esempio: la panoramica di camera partiva con una buona inquadratura, poi il movimento dolce e continuo si fermava rallentando morbidamente su un’altra buona inquadratura. Scoprimmo in seguito che a Gianni piacevano anche gli sbagli involontari, gli “inciampi”. In montaggio cercava di inserirli.

Per lo più lavoravamo utilizzando il cavalletto e come stile fotografico prediligevamo le immagini fisse, pochissime panoramiche e zoomate.
I sopralluoghi, soprattutto quelli estivi, erano giornate lunghissime. Dall’alba si stava in giro fino all’ultima luce del tramonto, poi cenavamo insieme e tornavamo a Bologna dove, seduti davanti ai monitor del nostro studio, riguardavamo tutto il girato del giorno (giravamo con almeno due camere).
I commenti di Gianni alle nostre immagini non erano improntati a un giudizio qualitativo tecnico o estetico, ma erano più attenti alla sensazione emotiva e affettiva che producevano.

Non ricordo una sola giornata di sopralluoghi senza che la band non fosse animata da buonumore e voglia di ridere. Stavamo bene insieme.

C’è un episodio buffo che ci siamo raccontati più volte. Accadde durante un sopralluogo nella campagna ferrarese, in inverno di mattina presto, con una nebbia della madonna. Io ero alla guida e Gianni al mio fianco stava indicandoci il panorama con le sue belle mani: “guarda che meraviglia… tutti quei colori appena sfumati che si vedono e le forme degli alberi là sullo sfondo… che variano forma… bisognerebbe ‘prendere giù tutto’…” Interpretando queste parole come un desiderio da attuare… io aprii il lunotto della Passat famigliare e Lamberto si immolò, mezzo busto fuori dall’autovettura, con cinepresa sulla spalla.

Alla velocità di 40 km orari, con almeno 3 o 4 gradi sotto zero, abbiamo proseguito nel silenzio per una decina di minuti. Poi visto che Gianni non dava lo “stop”, immaginandomi le condizioni fisiche di Lamberto là fuori, mi azzardai a dire: “Gianni ma a me sembra che qua il panorama sia tutto uguale a prima”. Gianni ebbe un sobbalzo come se gli fosse scoppiato un petardo vicino. Si era perso nell’autostrada dei suoi pensieri e si era scordato dell’operatore fuori al freddo. Gianni si scusò a lungo mentre Lamberto rideva e imprecava in romagnolo.

Abbiamo fatto sopralluoghi per tutti i quattro film che abbiamo realizzato insieme dal 1989 al 2009. Per ogni film, oltre alle immagini raccolte nei sopralluoghi, si aggiungevano altre giornate di riprese per realizzare l’idea narrativa che li accompagnava.

Nel primo film, Strada provinciale delle anime, una corriera azzurra attraversava i luoghi del Po ferrarese fino al Po veneto, portando in gita per quattro giorni amici e parenti di Gianni. Tra gli ospiti c’era Luigi Ghirri, famoso fotografo e suo amico. Anni prima avevano lavorato insieme. Luigi fece un bel servizio fotografico della spedizione e scattava di tanto in tanto delle foto di gruppo, mentre Gianni invitava gli ospiti in posa a darsi un tono: “Fate finta di essere voi stessi”, diceva.

Il secondo film, Il mondo di Luigi Ghirri, fu girato sei anni dopo. Luigi se ne era andato poco più di un anno dopo l’uscita del primo film. Avvenne improvvisamente, di sera, dopo che un dottore nel pomeriggio gli aveva detto di non preoccuparsi perché neanche quella volta sarebbe morto. 
Per il film Gianni scrisse un bellissimo testo in onore di Luigi che venne letto a tre voci nel teatro di Rio Saliceto da Ermanno Cavazzoni, Marianne Schneider (la sua traduttrice tedesca) e da lui.
La lettura raccontava la vita di Luigi e accompagnava tutto il film intervallato da un gironzolare di amici, tra cui molti fotografi che avevano lavorato con Ghirri, nei luoghi a lui cari: la campagna reggiana, le cittadine di Gualtieri, di Fontanellato, Luzzara e Brescello. Il film si conclude con la proiezione delle fotografie di Luigi Ghirri su un grande lenzuolo bianco mosso dal vento.
Una bella idea, realizzata bene.

Il terzo film è Visioni di case che crollano, una ricerca fotografica sulle case coloniche abbandonate nel reggiano. John Berger, critico d’arte e scrittore amico di Gianni, fu invitato a partecipare alle riprese. Lo stile era il medesimo dei film precedenti: gli ospiti, amici nostri e di Gianni, in giro nel paesaggio della bassa reggiana.

Alberto Sironi, che poi diventerà famoso come regista della serie televisiva il commissario Montalbano, amico di Gianni da lunga data, in questo film interpretava il ruolo di un regista teatrale che dirigeva le prove di recitazione di una giovane attrice, Biancamaria D’Amato. Il testo scritto da Gianni era un affettuoso ricordo della vita nelle campagne contadine.

A quel film partecipò anche Ermanna Montanari, straordinaria attrice del Teatro delle Albe di Ravenna. Girammo con Ermanna una scena dove recitava un suo pezzo teatrale in dialetto romagnolo tratto dall’opera “L’isola di Alcina”, mentre una ventina di asini correvano attorno a lei in un’aia di una casa colonica abbandonata. Alla fine, per varie circostanze, la scena non fu montata, nonostante l’interpretazione ottima di Ermanna e nonostante il noleggio di tutti quegli asini fosse costato non pochi soldi.

In quei giorni conoscemmo Mandiaye N’Diaye, un attore senegalese che da anni lavorava con Ermanna al Teatro delle Albe. Fu in quei giorni passati insieme che Mandiaye ci raccontò di un suo progetto: voleva scrivere un testo teatrale da far recitare agli abitanti del suo villaggio di Dioll Kadd in Senegal. Il testo doveva essere liberamente tratto da Pluto di Aristofane. Un testo sulla povertà e la ricchezza.

Gianni si offrì di aiutarlo nella scrittura e da lì nacque l’idea di realizzare un documentario in Africa. È stato l’ultimo documentario che abbiamo girato insieme.

Io, Lamberto e Gianni ci recammo per tre volte per una quindicina di giorni a Diol Kadd, a un paio di ore di macchina da Dakar in direzione Touba, la città santa del Mouridismo. Un piccolo villaggio agricolo, senza acqua corrente né elettricità, attorniato da grandi baobab e da una vegetazione arbustiva.

Mandiaye N’Diaye a Diol Kadd ci aveva vissuto fino ai vent’anni, prima di sbarcare in Europa, lavorando all’inizio come vucumprà sulle spiagge della riviera romagnola, poi come attore nella compagnia del Teatro delle Albe di Ravenna. Quando arrivammo per la prima volta a Diol Kadd stava già provando il suo spettacolo teatrale con la gente del villaggio e con attori improvvisati

Gianni aveva molta fiducia e ammirazione per il nostro lavoro di operatori di ripresa, diceva che io e Lamberto eravamo complementari. Lamberto prediligeva stare distante dalla scena e con inquadrature larghe includeva il paesaggio che attorniava il focus della ripresa in maniera molto suggestiva. Io prediligevo la vicinanza ai soggetti, entrando nelle capanne, seguendo da vicino i loro gesti nei lavori quotidiani, domestici o agricoli. Giravamo autonomamente per Diol Kadd nelle ore meno calde, con una telecamera a testa. Gli abitanti ci chiamavano toubab, “uomo bianco”, e noi cercavamo di non turbare con le nostre attrezzature la vita che scorreva tranquilla.

A parte nei momenti in cui lavoravamo alle scene della commedia di Mandiaye, Gianni non ci seguiva nelle riprese nel villaggio. Lui diceva di essere incapace con telecamera e macchina fotografica e in effetti ho sempre trovato sorprendente l’inettitudine di Gianni quando provava a utilizzare le nostre apparecchiature. Non era solo un problema tecnologico, sembrava avere soggezione verso tutto ciò che era elettronico e che gli impediva di utilizzare le videocamere in maniera, diciamo così, comprensibile. Lui stesso rideva delle proprie immagini quelle poche volte che ha provato a girare qualcosa.

Uno così abile, profondo e innovativo nel leggere le immagini altrui…

Avendo conservato tutti i girati di tutti i film e sopralluoghi sono curioso di andare a ripescare quei tentativi di immagini fatte da Gianni. Li riguarderò con la solita divertita e affettuosa attenzione, sperando ora di intuire uno stile nuovo di ripresa che lui cercava e che nessuno a quel tempo riusciva a capire.

Il montaggio di Diol Kadd – Vita, diari e riprese in un villaggio africano è stato molto travagliato. Le riprese sono rimaste per molto tempo inutilizzate. Le riversammo su VHS e le spedimmo a Brighton, in modo che Gianni potesse vederle e “scalettarle”. Passava solo ogni tanto a Bologna, impegnato come era a guadagnarsi da vivere con incontri e seminari letterari in giro per il mondo. Quando passava ci esprimeva le difficoltà che aveva a vedere il film. Era desolato, diceva di non essere capace, e non so quanto scherzasse quando ci esortava a finirlo noi quel film. Forse c’è voluta tutta la pazienza e la generosità di Luca Buelli che, come produttore, aspettò con fiducia che tornasse a Gianni l’ispirazione, grazie anche all’intervento delle due coproduttrici Nicoletta Nesler e Marilisa Piga. Quando riordinando i diari che aveva scritto durante i nostri tre viaggi a Diol Kadd, riuscì a scrivere un libro su quell’esperienza, Gianni iniziò a ‘vedere’ e a montare il film.

Il regista Paolo Muran

Tutti i film di Gianni si possono definire film di montaggio. Il tempo passato in questa fase era meno scanzonato e vago rispetto al tempo delle riprese. Diceva che veniva preso da una faticosa “nevrosi creativa” nel mettere insieme le immagini cercando di tenere collegati i tenui fili narrativi immaginati. “Un’immagine ne chiama sempre un’altra” diceva Luigi Ghirri, e questo concetto mi si è chiarito molto vedendo lavorare Gianni in montaggio. Naturalmente si dichiarava un dilettante e forse lo era anche nel campo pratico cinematografico, ma tutte le competenze che aveva messo insieme grazie agli studi e alle esperienze fatte gli hanno permesso uno stile molto personale. Penso che fin da Strada provinciale delle anime il mondo del documentario sia stato molto influenzato dall’originalità e dalla grazia di Gianni.

Per ogni film la fase di montaggio durava all’incirca un mese. Avevamo allestito per lui una sala con attrezzature dove poteva visionare tutto il girato, scrivere i time code delle immagini e prepararsi per il montaggio. Era sempre puntuale, come un impiegato che va in ufficio. Ci diceva che amava quel tempo sospeso in cui fantasticava il film finito. Questo tempo durava una decina di giorni prima di confrontare le “fantasticanze” con la realtà del montaggio, affidandosi alla pazienza e alla competenza tecnica di Lamberto Borsetti. 

Il mese che passava con noi in studio, a parte il normale stress che il lavoro di montaggio comporta, era un tempo molto gradito a Gianni, perché lo viveva come una parentesi felice che lo staccava dal mondo letterario che sempre meno sopportava. Durante le pause erano frequenti i suoi anatemi contro il mondo cattedratico e letterario che lo infastidiva sempre  più.

Ripenso a quali possono essere state le motivazioni che ci hanno fatto passare tutto questo tempo insieme, facendo quattro film senza avere mai neanche uno screzio, una gelosia, una delusione. Forse qualcosa ci accomunava. Eravamo tutti un po’ spaesati nella società consumistico-competitiva che ci toccava affrontare e che non ci piaceva. Non ci piaceva neanche la maniera di sgomitare e di farsi pubblicità che ci sembrava il tratto identificativo dei tempi. Ci piaceva invece creare qualcosa, senza pensare al denaro e al successo, ma solo al piacere di farlo bene e insieme a qualcuno con il quale stai bene.  

Possiamo dire che il mondo è andato da tutt’altra parte, ma lo sapevamo già. Mentre lavoravamo insieme sapevamo che eravamo un’altra cosa.

Del rapporto con Gianni ho parlato forse anche troppo a lungo, ma com’è il cinema di Gianni Celati? Cosa abbiamo combinato? È difficile dare un giudizio quando sei cosi coinvolto. Mi sembra di capire che i film di Gianni, realizzati nella maniera che ho descritto, sono tutti pervasi da una leggera aria dilettantesca e amatoriale. Dilettante nasce da “Diletto” e amatoriale da “Amore”.

È andata così.

Evviva Gianni.

Note:

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal film Strada provinciale delle anime di Gianni Celati.

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Nato a Bologna dove vive e lavora. Per più di 30 anni è stato socio della Ditta Pierrot e la Rosa con la quale ha prodotto i film documentari di Gianni Celati Dal 2008 ha aperto la Paolo Muran Doc e ha realizzato documentari in Italia e all’estero.

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