Charles Bovary: un incontro possibile

Sandro Sartori e Charles Bovary nel Parco di Villa Ghigi, a Bologna. Un incontro possibile? Continua con questo racconto la collaborazione con l’Associazione ScriptaBO e gli Esercizi di scrittura del paesaggio emiliano-romagnolo, urbano e naturale: morfologie, mappe, antropologie e geografie emozionali.

La piccola valle con i pioppi bianchi e spogli si chiude con uno stagno. Un vero e proprio abbeveratoio per la fauna selvatica del parco. Un energico signore, molto âgée ma atletico, mi sorpassa e spinge sul sentiero in salita con l’aiuto dei bastoncini da nordic walking. La coppia di ragazze con i berretti di lana a coprire le orecchie e tre cani si è allontanata verso il parcheggio delle auto. All’ora di pranzo di una domenica invernale mi ritrovo da solo sul ghiaioso sentiero principale, dove mi accolgono gli arbusti di corniolo sanguinello e quelli di rosa canina con le loro bacche rosse. Mia moglie, l’ornitologa di famiglia, mi ha spiegato la scorsa settimana che sono il principale alimento stagionale di molte specie di uccelli. 

È freddo ma non freddissimo e non ci sono nuvole. L’azzurro del cielo è terso e intenso, non mi resta che mettermi gli occhiali da sole. Dopo un centinaio di metri supero la curva a destra del sentiero e li vedo. Il cane è snello e agile, ha le orecchie che gli penzolano sulla testa ed è completamente grigio. Di un grigio luminoso. Il suo accompagnatore ha un fisico robusto, forse anche appesantito. Porta un vistoso piumino celeste, pantaloni di velluto marrone a coste, scarponcini da escursione e ha sulle spalle uno zainetto blu, da cui penzola il guinzaglio per il cane. I due hanno abbandonato il sentiero ghiaioso e si muovono nell’erba, salendo in diagonale il pendio. Il loro obiettivo è una piccola radura più in alto, a circa duecento metri. E lì, dove ci sono alcune panchine, io ho un appuntamento con Charles Bovary.

Sono in ritardo e sono entrato nel Parco di Villa Ghigi da poco, il che mi sta offrendo la possibilità di vederli da lontano. Un cane snello e agile insieme a un uomo robusto e appesantito. Saranno le qualità del cane a prendere il sopravvento o quelle dell’uomo? Sarà possibile un’integrazione e una convivenza armoniosa? Sarà come per Emma e Charles un deflagrare continuo tra le fantasie romantiche di lei e il candore ottuso di lui?

Charles Bovary si trova a Bologna da tre anni. Si è iscritto alla facoltà di medicina per migliorare le sue competenze di basso profilo. Sono lontani i tempi in cui ci si accontentava di salassi e tisane di malva, così mi ha detto al telefono. Mantengo un buon passo e gli arrivo vicino. Quando il cane si ferma a fare la pipì a ridosso dei pali di legno che sostengono il terrapieno dove è l’Orto dei frutti dimenticati, capisco che si tratta di una femmina. Faccio un gesto di saluto con la mano sinistra, mi tolgo i guanti e allungo la destra a Charles. La stretta è robusta e i convenevoli inesistenti. Il cane mi si avvicina e gli lascio annusare la mia mano. “È un Weimaraner a pelo corto. È una femmina di due anni e si chiama Velna. Il nome etrusco di Bologna era Velzna, ma non è facile da pronunciare.”
Poi prende dallo zainetto una palla da tennis e la lancia al cane.

C’è un attimo di stallo tra Charles e me. Io sono qui per sapere ciò che pensa e lui per farmelo sapere.
Chi rimugina di più sulle cose già scritte, un personaggio o uno scrittore? Quanto concedersi a un estraneo? A quanta privacy ha diritto il personaggio di un famoso romanzo? Ma può un lettore essere considerato un estraneo? È Charles a rompere l’inerzia dell’approccio iniziale.
“Sono stato vittima di due dispotismi: quello di mia madre e quello di Emma. Quello del legame di sangue e quello del legame di eros. Mia madre ha invaso la mia vita con una intromissione continua nelle scelte e nelle abitudini spicciole della quotidianità. Emma ha cercato continuamente di evadere dall’unica quotidianità che ero in grado di offrirle. Ossessionata dal potere tirannico l’una e da una romantica libertà l’altra. Sono stato mite e indulgente con tutt’e due, ma la mia indulgenza ha prodotto soltanto infelicità. Una voleva possedere interamente la mia vita, prescindendo da me. L’altra voleva possedere interamente la sua vita, prescindendo da me.”

C’è energia nel lancio della palla da tennis al cane, ma non è un gesto di rabbia. È la certezza di adesione a un gesto. Io lancio e tu riporti. Io lancio e tu riporti. Io lancio e tu riporti. Noi due siamo in sincronia. Un gesto guida l’altro. E c’è sempre gioia nel riportare la palla. E c’è sempre la speranza di un nuovo lancio. E c’è sempre gioia nel riportare la palla. E ancora. E ancora. E ancora.

E il Weimaraner grigio non si annoia. E Charles vive la riconsegna della palla con gratitudine. E per questo quando riceve la palla strofina con affetto la sua mano robusta sulla testa e sul collo di Velna.“La noia era tanta in fondo al cuore di Emma, lei aspettava un vero avvenimento. Io non sapevo nuotare, né tirare di scherma, né usare la pistola. Non sono mai stato un eroe o un affabulatore e non leggevo romanzi. Per me l’avvenimento della vita era lei, non avevo bisogno di altro. Non ho mai offerto un’immagine falsa di me stesso. Non mi sono mai proposto come un intrepido cavaliere che salva la principessa dai briganti. Io salivo a cavallo tutti i giorni, come deve fare un bravo medico di campagna, per recarmi dai pazienti malati. E mai mi sono lanciato in un galoppo sfrenato nei sentieri fangosi. Sono stato un temperamento prudente, ma privo di menzogne e sempre disponibile a soddisfare le esigenze materiali di Emma. La mia disponibilità a esaudire tutte le sue richieste non è, purtroppo, servita a molto.”

“Non sei sempre stato mite e indulgente, Charles. Alla morte di Emma hai avuto una reazione da Giobbe biblico, hai manifestato con veemenza al parroco la tua rabbia e il tuo odio contro Dio. E hai bestemmiato e maledetto il cielo.”
“Sono stato cieco e ottuso non vedendo la vita che Emma stava conducendo, ma non si è mai abbastanza ottusi da non provare dolore. Un dolore lancinante. Anche a un mediocre medico di campagna, anche a un marito inetto, di fronte a un sacerdote che parla della vanità delle cose terrene e della bontà di Dio, non restano che le bestemmie.”
Non so quante persone siano in grado di apprezzare il riconoscimento di questa affinità tra Charles Bovary e il Giobbe biblico. Paolo De Benedetti lo avrebbe apprezzato, e a me basta e avanza. È Velna a richiamarci alla tenerezza del presente e ad aiutarci a lasciare a distanza le considerazioni, i brutti ricordi e le bestemmie.

“Ho conosciuto l’adorazione, la devozione e l’asservimento a Emma, ma credo che siano cosa ben diversa dall’amore. Ho idealizzato la vita con lei senza cogliere la reale quotidianità di una relazione tra moglie e marito. Sono stato così ottuso da non capire. Ma non potevo essere quello che non sono.”
Charles Bovary si inginocchia nell’erba, si sfila lo zainetto dalla schiena e mentre estrae una ciotola di alluminio Velna ne approfitta. Gli pone le zampe sulla spalla sinistra e lo slingua con entusiasmo sulla guancia. Lui lascia fare, versa un bottiglia di acqua nella ciotola e si rialza. Mentre si asciuga la faccia con un fazzoletto di carta, mi sorride.
“Come si fa, Sandro, a ostacolare chi ti manifesta affetto? Come si fa a rifiutare qualcosa a chi ti è caro? Non ho mai rinunciato a soddisfare un solo desiderio di Emma. Ma Velna non illude e non tradisce. Emma lo ha fatto.”
La palla gialla vola in aria e rotola nel pendio, la corsa gioiosa del Weimaraner riempie i nostri occhi, mentre Charles continua a parlare. Non riesco a capire se lui desideri essere più palla o più Velna.

“Quando i sentimenti sono unilaterali e non acquistano la qualità della condivisione, l’amore rimane una vuota aspirazione e non diventa mai una pratica quotidiana che produce felicità. Il matrimonio che ne deriva è una vuota e insulsa convenzione sociale, ma, con il senno di poi, anche gli inebrianti tradimenti di Emma sono rimasti estranei all’amore e alla felicità. Lei è caduta in un vortice. È stata una menzogna dopo l’altra, una relazione extra coniugale dopo l’altra, un oneroso indebitamento dopo l’altro. E infine il suicidio. Il più devastante dei tradimenti. Togliendosi di mezzo mi ha tolto ogni possibilità: rimproverarla, insultarla, comprenderla, perdonarla. Io ed Emma siamo rimasti abbagliati, in maniera diversa, dalla superficie delle cose. Ci siamo illusi di trovare l’amore dove non c’era. Colpa della fatalità!”.

C’è lucidità in Charles, un’amara lucidità. Ma, si sa, del senno di poi sono piene le fosse, ha scritto qualcuno. Ci sediamo su una panchina ed è difficile, per me, non ripensare alla panchina sotto la pergola, al profumo del gelsomino, ai gigli in fiore e al suo cuore straziato. La panchina dove lui è morto, stringendo tra le mani una ciocca dei capelli di Emma.

Charles ha una mano sulla testa di Velna e muove il pollice per carezzare l’orecchio destro.
“Come mai hai scelto un Weimaraner grigio per farti compagnia?”
“Certi giorni Emma aveva gli occhi grigi.”

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Note:

Il testo è tratto dal volume “Ritornano, ritornano” – Giovane Holden Edizioni
 
Tutte le foto di questo articolo sono di Marco Mensa.

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Nel 1951 nasce a Civita Castellana, quartiere Scasato. Sopravvive all’infanzia senza eccellere nella scuola, nelle sassaiole con i ragazzi delle vie vicine, nei tuffi nel torrente Treia. Nel 1970 si diploma in Ragioneria a Viterbo. Nel 1975 si laurea in Sociologia a Roma. Nel 1977/78 si trasferisce a Bologna, per insegnare Economia e Tecnica dell’impresa turistica. Dal 1996 inizia a pubblicare, grosso modo un libro ogni due anni. Dal 2000 al 2004 tiene una rubrica fissa sul mensile della Lega Nazionale Dilettanti Il calcio illustrato.

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