La parola agli ulivi. A colloquio con Marco Bruscolini

Emiliodoc intervista Marco Bruscolini a proposito del suo lavoro e del suo libro fotografico “Non sono parole” (Calamaro edizioni), dedicato agli ulivi salentini.

Prima di parlare del tuo progetto salentino vorremmo partire dalle tue radici emiliano-romagnole. Come racconteresti il tuo legame con il territorio di questa regione?

Ho un rapporto intenso con l’Emilia-Romagna, perché qui si è svolta tutta la mia formazione, a partire da Rimini, una zona di confine. Anche la mia esperienza politica, molto lunga e articolata, si è svolta tra Bologna e Rimini. Di questa regione mi affascina in particolare la pianura: un vuoto spaziale — non sociale, non umano, non culturale — che trovo ricchissimo, un ambiente che stimola ad affinare lo sguardo e il pensiero. Ho approfondito anche il lavoro dei «narratori delle pianure» — la letteratura di pianura che in questa regione trova il suo luogo d’elezione, da Celati a Cavazzoni e agli altri — e ho cercato il punto di collegamento tra scrittura e fotografia. Credo che se si fa lo sforzo di uscire dal campo magnetico di Luigi Ghirri, che resta comunque un paradigma ineliminabile, si possono scoprire altre forme di lettura del territorio, anche attraverso la parola scritta e l’obiettivo fotografico.

Un velo d’ansia –
una serata calma
di luna nuova

Veniamo alla tua passione per la fotografia. Come hai deciso di dedicarti a questa disciplina?

Non c’è stata una vera decisione. A nove anni mi sono ritrovato tra le mani una piccola Instamatic, regalo per i miei genitori, con cui sono uscito di casa e sono andato nel giardino pubblico davanti a casa mia — piazza Ferrari, che oggi ospita anche un bel sito archeologico — e ho cominciato a fotografare gli alberi del parco. Da lì non credo di aver mai smesso di fotografare.

Verso i 16-17 anni mi sono iscritto al circolo fotografico riminese, un circolo di fotoamatori, dove ho imparato anche a stampare, a stare in camera oscura. Ma soprattutto, insieme ad altri, ho iniziato a «fare un po’ di casino», perché si avvicinava il ’68 e un certo vento di contestazione, critica e ricerca di alternative si faceva sentire ovunque.

In Italia c’erano già grandi esempi di fotografi che avevano realizzato i primi importanti lavori di fotografia sociale — gli ospedali psichiatrici, le lotte operaie, e così via. Con un amico e compagno ci siamo staccati dal circolo fotografico e abbiamo dato vita a un collettivo di cinque giovanissimi fotografi, il Pentaprisma, attivo per diversi anni su varie tematiche legate al sociale: possiamo chiamarla, come si diceva allora, fotografia militante.

In quel periodo mi ero appassionato anche di fotografia antropologica: ho avuto la possibilità di lavorare a uno studio sulle feste religiose nel Sud. La prima volta che andai in Puglia — non c’ero mai stato — fu per fotografare i tarantati a Galatina, in provincia di Lecce.

Ho avuto la grande fortuna di trascorrere un’intera estate accanto a Paolo Monti. Monti era stato incaricato dall’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia-Romagna di realizzare il rilevamento fotografico dei centri storici della regione, a partire da Bologna; tra i centri minori c’era Sant’Arcangelo di Romagna. Quando vi arrivò e prese contatto con l’amministrazione comunale, chiese se ci fosse un giovane fotografo che potesse fargli da assistente, perché lavorava da solo ed era già piuttosto anziano. E così ho vissuto gomito a gomito con quello che per me è un mostro sacro della fotografia europea, che mi ha permesso di affrontare il rapporto tra contenuto e forma nella fotografia, per me inedito.

A bassa voce
un nome alle stelle –
latrati lontani

Hai attraversato percorsi e sfaccettature diverse di questa vocazione. Cosa ricerchi nella fotografia?

Ho sempre interpretato la fotografia come un linguaggio, un modo di raccontare ed esprimere, e credo sia un aspetto importante. La fotografia, in un certo senso, è come la poesia — che è quella forma espressiva che si colloca sul confine tra visibile e invisibile. Uno dei temi che mi intriga di più è la scoperta, attraverso la fotografia, della memoria dei luoghi: quello che i luoghi trattengono e che racconta una storia precedente, quella che ha determinato ciò che vediamo adesso.

Veniamo al progetto sugli ulivi del Salento: un territorio diverso. Come ci sei arrivato, e come nasce questo progetto?

In Salento siamo arrivati, io e mia moglie Angela, nel 2009-2010 in cerca di un posto dove passare le vacanze. Abbiamo trovato un luogo molto bello, un oliveto secolare che guarda il mare, tra il mare e la città di Ostuni, nel cuore della piana degli ulivi monumentali della Puglia centrale, un po’ a nord di Brindisi.

Abbiamo così cominciato a prenderci cura di questo terreno, capendo quasi subito che per stare in un posto così bisogna abbandonare l’idea di proprietà: è impossibile pensare in termini di possesso quando si parla di monumenti naturali, frutto della natura e del tempo. Sono esseri viventi che hanno spesso oltre 500 anni di età, e non pochi sono millenari: non si possono possedere, si possono solo custodire. Prendersene cura non è semplice — anche se ci dissero subito che basta voler bene a queste piante per non sbagliare, e in fondo avevano ragione — ma non basta volere bene: bisogna fare, essere attenti, acquisire competenze che noi non avevamo. È stato un processo lento ma continuo.

Intorno al 2018-2019, poco prima della pandemia di Covid, è diventato chiaro che tutto il territorio, dalla punta di Leuca fino al Gargano, sarebbe stato investito da un’altra emergenza grave: l’infezione da Xylella, che porta al rapido disseccamento delle piante. Il libro fotografico “Non sono parole” nasce da una domanda che mi sono posto, banale ma naturale: dopo secoli di vita, dopo che questi ulivi hanno visto passare decine di generazioni ed eserciti di ogni genere, toccherà proprio a me vederli morire? Convivrò con loro per una frazione infinitesimale della loro esistenza, e proprio in quella frazione di tempo avverrà forse la cosa tragica — la loro morte? Da lì è iniziata una fase di ansia e di malessere, che mi ha portato a vivere sempre più a contatto con la realtà dell’uliveto.

Poi, per un caso fortuito, mi è capitato di osservare questi ulivi di notte, e ho capito che potevano essere fotografati: che la fotografia poteva servire a stabilire un rapporto proficuo con loro, anche se in un clima così pesante. Ho deciso di fare una sorta di galleria di ritratti di queste piante — sia il corpo intero, il tronco, la chioma, il terreno che le ospita, sia i dettagli del tronco, che è una miniera di forme e di messaggi. Come dice il mio amico Gianfranco Ciola, che ha scritto la prefazione al libro, guardando questi tronchi si riscoprono volti ed espressioni: alcune forme sono davvero impressionanti, e sono tutte fotografate di notte.

Sopra la lama
un volo di poiane
all’imbrunire

Perché di notte?

Perché di notte mi sembrava che l’uliveto perdesse la sua dimensione di comunità di esseri viventi, e ogni pianta restava sola con se stessa: si manifestava la sua individualità, il suo carattere. Di notte, illuminandoli uno per uno e isolandoli con la luce artificiale, si poteva creare quasi una galleria di personaggi. È questo che mi ha spinto a iniziare a fotografarli — e, in un certo senso, anche a finire: il lavoro si è esaurito quasi in una sola notte.

Restando lì a fianco a loro, per ore e ore, ho scoperto che l’uliveto notturno è un mondo diverso, che si risveglia proprio quando cala il buio: di giorno dorme, per il caldo, e si sentono solo le cicale e, verso sera, i grilli. Di notte invece si anima di rumori e di presenze — gli animali, il vento che dà vita alle piante, l’acqua, perché queste sono zone carsiche con moltissime infiltrazioni. E la notte aiuta a usare l’immaginazione: quello che non vedi, lo immagini.

Arriviamo alla poesia. Hai scelto la forma dell’haiku giapponese per accompagnare queste foto notturne, quasi dei ritratti di singoli personaggi. Come mai proprio l’haiku?

Il rapporto tra le parole e le fotografie non è un rapporto didascalico: i versi non descrivono le immagini. In qualche caso mi sono concesso il vezzo di abbinare l’immagine di una certa pianta a un haiku che parla della stessa pianta — per esempio un fico spoglio d’inverno che assomiglia a un corallo, accostato a un’immagine che richiama proprio quella forma — ma è un’eccezione. Gli haiku seguono un filo cronologico, così come le fotografie sono state scattate dal tramonto all’alba successiva: ho provato a esprimere delle emozioni attraverso la poesia, scrivendo le diciassette sillabe dell’haiku — 5, 7, 5 — nell’arco di tempo che va dalla fine di un giorno all’inizio di quello successivo, perché in quell’arco di tempo l’uliveto si anima di cose che accadono al suo interno. Non ho provato a descriverle — l’haiku per definizione non può descrivere nulla — ma a «fotografarle con la parola», per così dire: è qui che nasce un primo elemento di corrispondenza tra parola e scatto fotografico.

Pensi che un lavoro come questo, che tocca un problema tanto sentito, possa contribuire a far crescere una consapevolezza ambientale?

Non mi sono mai posto questo obiettivo in modo esplicito, perché non credevo — e non credo tuttora — di poter incidere in modo significativo sul dibattito complicato, e per certi versi nevrotico, che ha accompagnato l’arrivo della Xylella in Puglia.

La novità, emersa in coincidenza con l’uscita del libro, è che in Puglia si sta formando un movimento che riflette sulla rigenerazione del paesaggio: prende atto che questa situazione ormai c’è, che probabilmente non ha ancora finito di produrre danni, ma l’ambiente mediterraneo, anche con meno ulivi e avendo perso esemplari millenari, potrebbe restare vitale se si mettono in campo progetti di nuovo paesaggio, che vuol dire anche paesaggio antico: non dimentichiamo che gli uliveti sono il frutto di un’alleanza tra l’uomo e la natura, la stessa alleanza che ha creato i pioppeti della Val Padana o i castagneti dell’Appennino. È un paesaggio costruito dall’uomo, che vi ha portato gli ulivi: se oggi la natura — la malattia, la sfortuna, questo evento quasi biblico — li porta via, il territorio potrà comunque continuare a rigenerarsi, purché si abbiano idee chiare su come accompagnare questo processo. Nonostante la diffusione limitata, il libro è stato apprezzato proprio per questa sua positività: qui si parla di un uliveto, ma anche di un territorio pieno di vita, di risorse, di suggestioni — un territorio che può davvero essere recuperato.

Storni dal mare –
melagrane ferite
tempo d ‘ olive

Nota: Tutte le foto di questo articolo sono tratte dal libro “Non sono parole” di Marco Bruscolini.

About Author /

È nato a Pesaro nel 1948 e vive a Bologna. Il suo percorso formativo è segnato dall’incontro con Paolo Monti, negli anni in cui il fotografo milanese stava realizzando il censimento dei centri storici dell’Emilia Romagna. Nel tempo ha coltivato un proprio sguardo sulle forme del paesaggio urbano sviluppando una costante ricerca, visiva e poetica, sulla «memoria dei luoghi». In Puglia custodisce, con la sua famiglia, un oliveto secolare.

Start typing and press Enter to search