Vertigo: 34 installazioni di videoarte al MAST di Bologna.

Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di videoarte? Forse un po’ di tempo fa. Il termine “videoarte” sembrava quasi scomparso dal discorso comune, fagocitato dalle valanghe di materiali video di ogni genere, prodotti in ogni angolo del mondo in ogni momento, e dal nostro essere immersi fino al collo nel flusso continuo di immagini della società digitale…

 


Nata nei tardi anni ’60 sulla scena newyorkese, con i primi lavori dell’artista sudcoreano Nam June Paik, la sperimentazione artistica che ha nobilitato lo strumento video, esplorandone le mille potenzialità e creando uno specifico linguaggio espressivo a partire dai primi videoregistratori e dai primi nastri magnetici, sembrava destinata un po’ all’oblio. Ci pensa invece il MAST di Bologna, nel suo consolidato ruolo di traino sulla scena culturale regionale e nazionale, a proporre una mostra di videoarte non solo al passo con i tempi, ma che anzi rivela e anticipa gli scenari futuri con sguardo quasi profetico.

Chen Chieh-jen, Friend Watan, 2013 Film still © Chen Chieh-jen. Courtesy of the artist

Vertigo – Scenari Video di Cambiamenti Rapidi è composta esclusivamente da creazioni video di durata molto diversa. Alcune opere durano addirittura diverse ore. Le installazioni di 27 videoartisti indagano i rapidi cambiamenti sociali in corso ai quattro angoli del pianeta, muovendosi su piani diversi, dal lavoro e i processi produttivi, al commercio e al traffico, ai nuovi comportamenti, alla comunicazione, all’ambiente naturale e al contratto sociale. I video raccontano di paesi diversi, dagli Stati Uniti alla Turchia, dalla Cina all’Olanda, dal Regno Unito alle Filippine, dal Giappone all’Italia, e così via… Tutto nella mostra è interessante, tutto merita di essere assorbito con lentezza, entrando in ogni opera senza filtri, abbandonandoci ai diversi flussi di immagini che, come fari nella notte, gettano luce sulle criticità del nostro tempo.

 


La mostra, curata da Urs Stahel, raccoglie il lavoro di 27 videoartisti, appartenenti a generazioni diverse: Lucy Beech, Will Benedict, Cao Fei, Chen Chieh-jen, Douwe Dijkstra, DIS, Simon Dybbroe Møller, Nina Fischer & Maroan el Sani, Melanie Gilligan, Simon Gush, Lauren Huret, Sven Johne, Kaya & Blank, Ali Kazma, Dominique Koch, Gabriela Löffel, Ariane Loze, Eva & Franco Mattes, Richard Mosse, Paulien Oltheten, Stefan Panhans & Andrea Winkler, Julika Rudelius, Pilvi Takala, Wang Bing, Anna Witt.

L’esposizione nasce dalla riflessione sulla mole di informazioni elaborate da ciascuno di noi ogni giorno, che, combinate alla velocità e alla complessità, si trasforma in un fattore travolgente di cambiamenti nella società. I dati mostrano che oltre il 40% della popolazione europea si avvia alla totale rinuncia ai mezzi di informazione tradizionali. La scrittura e il calcolo li lasciamo volentieri alle macchine. La comunicazione scritta è ormai obsoleta o si è ridotta a poche righe. La lettura, il pensiero e la memoria sono destinati a indebolirsi. Il risultato è che oggi ci troviamo a fare i conti con parametri in continua evoluzione, cambiamenti di proporzioni così colossali in termini di portata, velocità e qualità che non siamo più in grado di comprenderli, e nemmeno riusciamo a reagire in maniera adeguata. Il più delle volte ci sentiamo storditi, insicuri e smarriti: la vertigine – intesa nel senso più ampio come incertezza, ottenebramento, mancanza di chiarezza e capogiro – è divenuta la nuova normalità.

(Urs Stahel)

Douwe Dijkstra, Neighbour Abdi, 2022 Film still © Douwe Dijkstra and Richard Valk. Courtesy of Zen Movie

Impossibile descrivere o elencare tutte le 34 opere, si correrebbe il rischio di non comunicare nulla su quella che è l’esperienza emotiva del visitatore. Cerchiamo quindi di scattare qualche istantanea qua e là, provando a cogliere le suggestioni più immediate, o i messaggi che ci sono arrivati in modo più diretto.

Kaya & Blank, Intermodal, 2023 Film still © Kaya & Blank, by SIAE 2024. Courtesy of the artists

Il primo video del percorso espositivo è Intermodal (2023, 24m 40s) del duo artistico Kaya & Blank. Profondamente radicato nelle pratiche documentarie, l’approccio di questi artisti è caratterizzato da una forte enfasi sulla ricerca,che trascende però il dominio della rappresentazione fino a creare mondi visivi completamente indipendenti, spesso iperreali.

Intermodal è girato nei porti di Los Angeles e Long Beach. Queste aree costituiscono il più grande complesso portuale degli Stati Uniti: qui ogni anno si movimentano oltre 15 milioni di container. Il video mostra le operazioni di carico e scarico, in cui gru imponenti sollevano e spostano container del peso di oltre 50 tonnellate ciascuno, navi colossali arrivano da tutti gli angoli del mondo, e operai sottopagati lavorano giorno e notte, sovrastati dall’enormità di questi carichi.

Attraverso le riprese statiche (prevalentemente notturne) delle navi mercantili in fase di carico e scarico, il video evidenzia l’opprimente senso di ansia che queste operazioni possono produrre, invitando allo stesso tempo gli spettatori a contemplare la loro complicità in un sistema che valorizza i margini di profitto, la velocità e l’efficienza rispetto alle persone e al pianeta.

Nina Fischer & Maroan el Sani, The Rise, 2017 Film still © Fischer & el Sani, by SIAE 2024

The Rise (2017, 18m) di Nina Fischer & Maroan el Sani (artisti e filmmaker sperimentali con sede a Berlino) mostra l’inquietante, l’imprevisto che si nasconde direttamente sotto la lucida superficie del nostro presente. Le riprese sono state effettuate a Zudas, una città di recente fondazione a sud di Amsterdam, il cui completamento è previstoper il 2030. L’asettica superficie della nuova architettura apparentemente inabitata è presa d’assalto da un giovane manager che, trafelato, cerca di arrampicarsi sempre più in alto.

Cao Fei, Asia One, 2018 Film still © Cao Fei. Courtesy of the artist, Vitamin Creative Space and Sprüth Magers

In diversi casi le installazioni utilizzano un linguaggio visivo non troppo distante dal documentario, a testimonianza di come i generi possano sempre più contaminarsi a vicenda. Come avviene in The Only Reason… (2019, 8m 49s) dell’artista di origine tedesca Julika Rudelius, girato nell’area di Skid Row di Los Angeles, conosciuta anche come Central City East. 

Una serie di cameracar su uno split screen in tre parti mostra senza soluzione di continuità una lunga serie di alloggi di fortuna sui marciapiedi del quartiere. Questi rifugi improvvisati sono l’unica casa disponibile per una comunità di gente di strada, senza fissa dimora, di cui molti sono tossicodipendenti. Tutt’intorno, una solida architettura, inaccessibile ai più, assediata da vere e proprie tendopoli di fronte a cui sfrecciano flotte di eleganti limousine. L’ipnotico scorrere sullo schermo di alloggi che altro non sono che un insulto alla dignità umana sembra portarci dentro, attirarci verso quei marciapiedi, verso quelle esistenze oggettivamente senza futuro. Anche qui viene da chiedersi: siamo complici?

Cao Fei, Asia One, 2018 Film still © Cao Fei. Courtesy of the artist, Vitamin Creative Space and Sprüth Magers

Praying for my haters (2019, 17m), di Lauren Huret, indaga invece la moderazione dei contenuti dei social media, effettuata da lavoratori sottopagati utilizzando criteri estremamente opachi. Nel grattacielo di Manila che vediamo nel video, centinaia di content managers condannati per contratto al silenzio sono impegnati in questa attività estremamente angosciante.

L’arte di Lucy Beech ruota attorno al concetto di collaborazione e si esprime nei suo lavori di filmmaking, coreografia, ricerca e scrittura. In Flush (2023, 15m), la Beech concentra il suo lavoro scientifico-poetico su una mucca intersessuale, il freemartin, che non produce latte e non può riprodursi, ed è quindi agricolturalmente inutile. Il bovino diventa un punto di partenza interessante per intuizioni visive, acustiche e scientifiche sulla differenziazione e trasformazione di genere biologico e sui risultati associati della ricerca endocrinologica.

Richard Mosse, Broken Spectre, 2022 Film still © Richard Mosse. Broken Spectre was co-commissioned by the National Gallery of Victoria, VIA Art Fund, the Westridge Foundation, and the Serpentine Galleries. Additional support was provided by Collection SVPL and Jack Shainman Gallery. Director/Producer: Richard Mosse, Cinematographer/Editor: Trevor Tweeten, Composer/Sound Design: Ben Frost

Broken Spectre è un film di Richard Mosse, l’ultimo progetto colossale e immersivo dell’artista irlandese, il cui tratto distintivo è l’esplorazione a tutto campo delle potenzialità estetiche del mezzo fotografico. Il progetto è dedicato alla foresta amazzonica, devastata dalla deforestazione radicale perpetrata sotto il governo Bolsonaro. Il disastro ambientale viene messo a nudo dalle immagini e dalla colonna sonora del compositore Ben Frost, che ha legato dispositivi di registrazione del suono agli alberi abbattuti e ha utilizzato microfoni ultrasonici per catturare il suono degli insetti, che suonano come motoseghe.

Già nella mostra Displaced, esposta al MAST nel 2021, Richard Mosse aveva proposto una chiave narrativa di grande efficacia con le sue fotografie a infrarossi scattate nella Repubblica Democratica del Congo. Disastro ambientale in Amazzonia, disastro sociale e ambientale in Congo: le immagini di Mosse sembrano condurci sul filo del rasoio di una narrazione estrema, disperata, puntando sulla nostra disponibilità a metterci in gioco, ad aprire le porte della percezione per ampliare la nostra coscienza sociale e, auspicabilmente, a scendere in campo con una qualche velleità di azione. Non ci sono prescrizioni, non ci sono giudizi, ma c’è un’estrema lucidità che ci tocca nel profondo.

Simon Dybbroe Møller, What Do People Do All Day – The New Family, 2020-2022 Film still © Simon Dybbroe Møller. Courtesy of the artist and Francesca Minini, Milan

Se vogliamo individuare il tono emotivo che sembra pervadere l’intera mostra, sin dalle prime opere esposte fino all’ultimo film di Mosse, si potrebbe dire l’inquietudine. È questo il mondo in cui viviamo? Siamo veramente anche noi parte di un sistema così, dei suoi ingranaggi stritolanti? Esistono alternative, vie di uscita? È un’inquietudine profonda, che si traduce presto in un senso di spaesamento, di non appartenenza. Fino ad arrivare alla vertigine suggerita dal titolo che, volutamente, richiama la paura del vuoto…

L'ingresso della mostra "Vertigo"

Note:

La Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) è un’organizzazione no-profit fondata a Bologna nel 2013 che mira a promuovere l’innovazione sociale e progetti di welfare aziendale per sostenere la crescita economica, sociale e culturale collettiva. MAST è un centro culturale di fama internazionale che fornisce servizi avanzati di welfare per i dipendenti del gruppo industriale Coesia, offrendo attività culturali gratuite per la comunità incentrate sulle arti e sulla fotografia sull’industria e sul lavoro. Gli spazi espositivi ospitano mostre temporanee dedicate alla fotografia sull’industria e sul lavoro.

Vertigo – Scenari Video di Cambiamenti Rapidi
Curata da Urs Stahel 10 febbraio – 30 giugno 2024
FONDAZIONE MAST via Speranza, 42 Bologna

 

In copertina: Lauren Huret, Praying for my haters, 2019, Film still © Lauren Huret, co-production CCS Paris & Pro Helvetia, 2019. Courtesy of the artist