Raccontare, a distanza di tempo, di progetti lontani, è un modo per rinnovare la memoria, dando il via, come con Emiliodoc stiamo cercando di fare sin dai suoi inizi, a una sorta di archivio in progress della public art in regione e in una città, Bologna, per molti anni considerata all’avanguardia per l’arte negli spazi pubblici, in continua riflessione su questi temi. 

Il racconto delle esperienze passate può e dovrebbe servire, soprattutto in un periodo storico un bel po’ smemorato e tendente alla cancellazione, come quello in cui stiamo vivendo, ad arricchire la lettura del presente ed essere stimolo a riprendere, per interazione e superamento, la riflessione su ciò che è stato fatto, soprattutto quando la metodologia utilizzata ha dato i suoi frutti. Uno stimolo dunque verso una rinnovata resistenza e resilienza. In fondo, perché la memoria non vada sprecata bisognerebbe sempre studiare metodi, complessità, limiti, inciampi, sorprendenti sviluppi, per poter rilanciare, dinamicamente, nuove proposte.

Chi si trova a passeggiare o soltanto a passare anche velocemente per via Lenin a Bologna e nel parco del monumento alle vittime della Uno Bianca, e abbia tenuto l’attenzione viva si sarà interrogato, forse, sulla presenza di alcuni cartelli stradali un po’ fuori dal comune, per i colori e per le immagini stilizzate che ci presentano e che vorrebbero essere un pungolo forte ad un pensiero, ad un soprassalto dall’indifferenza e, forse, a nuove azioni.

Quei cartelli, insieme a un’installazione nel parco, sono il risultato di un progetto di arte pubblica, relazionale e partecipativa, che per molti mesi, da gennaio a maggio del 2009, ha lavorato intensamente nel quartiere Savena: Si-cura nel parco. Contrasto alla violenza sulle donne e public art in aree verdi del quartiere Savena.

Anna Ferraro, segnaletica stradale di genere, dedicato alle donne del dormitorio "Madre Teresa di Calcutta".

Il progetto, da me curato seguendo quel metodo di azione dell’arte nella città inteso come stimolo continuo a un diverso modo di leggere, vivere, riscoprire gli spazi pubblici della quotidianità, creando relazioni e sollecitando piccole e graduali trasformazioni nella progressiva acquisizione di responsabilità e cura, era scaturito dall’ invito di “Armonie”, associazione di donne attiva nel quartiere dal 1994, e da un ricco e vivace incontro con molte donne dell’associazione e con la presidente di allora, Teresa Ganzerla.

A partire da una mappatura delle insicurezze delle donne nel quartiere, realizzata in una precedente ricerca di Armonie, in rete con altre associazioni, hanno preso avvio i progetti contestuali volti alla realizzazione di interventi in alcune aree verdi del quartiere Savena, ritenute e/o percepite da molte donne come poco sicure.

Con le socie di "Armonie", selezione della segnaletica

Dalla relazione con le donne di Armonie e con la collaborazione di cittadini e cittadine soprattutto, di diverse generazioni e provenienze, che nel quartiere vivevano o lavoravano, abbiamo cercato allora di promuovere e consolidare, attraverso una partecipazione che fosse anche pratica attiva di progettazione artistica, una cultura rispettosa delle differenze di genere, capace di contrastare le tante forme di violenza che colpiscono in particolare le donne. 

Molto intenso allora e di fondamentale importanza per la realizzazione e la ricchezza umana degli interventi artistici che si andavano man mano elaborando, è stato anche il rapporto di collaborazione con la Cooperativa Sociale Verso Casa, partner del progetto, con alcune classi della Scuola secondaria Farini, con le donne del dormitorio femminile fra via Lenin e via Felsina, e delle lavoratrici, assistenti sociali e impiegate, della sede del quartiere.

Ciò che ci auguravamo allora era che quelle nostre riflessioni e azioni fossero solo l’inizio di un metodo di cura, attraverso l’arte, di quella parte della città, per una nuova comprensione dei luoghi, sentiti come propri in un contesto relazionale di socialità, solidarietà e responsabilità.

Anna Ferraro, "Gender Gym"

Naturalmente fra le prime idee di possibili progetti (e l’arte pubblica talvolta può anche costituire un semplice suggerimento) c’era stata quella di un potenziamento dell’illuminazione (cosa che sembrerebbe banalissima ma che purtroppo, per questioni di risparmio energetico ed economico dalle amministrazioni viene poco praticata) e la creazione di una linea luminosa che potesse accompagnare tutto il percorso aiutando così a vincere la paura dell’attraversamento nel buio. La crisi economica incipiente all’epoca oppose subito un rigoroso “no” ad ogni proposta in questa direzione. Niente spreco di elettricità. Rivolgersi ad altri linguaggi e tecniche più sostenibili e meno dispendiose. Ma il problema, come ben sappiamo, rimane dolorosamente e tragicamente aperto.

Le artiste invitate allora sono state Anna Ferraro, che ha realizzato una segnaletica stradale di genere che attraversa ancora e unisce le tre aree di viale Lincoln, via Barbacci e il parco, e Gender Gym, un “percorso cultura” che, come doppio speculare ironico e tagliente e nella prospettiva di genere, rappresenta il rovesciamento di quei “percorsi vita” presenti spesso nei parchi e tutti indirizzati ad un potenziamento della sola “fisicità”, il più delle volte maschile. Gender Gym, con le sue figure di donne stilizzate alle prese con una ginnastica quotidiana forzata: alcune di quelle figurine hanno il corpo piegato goffamente da pesanti sacchetti della spesa, passeggini, ombrelli, o disarticolato in capriole acrobatiche davanti alle mille attività quotidiane o davanti a muri difficilissimi da oltrepassare, o di fronte ad un mondo che i maschi prendono a calci con violenza e secondo uno stile da tifoseria calcistica, mentre loro lo nutrono nel profondo del loro ventre. Riflettendo ancora sul tema della luce, l’unica cosa che riuscimmo ad ottenere, dalla gentilezza della ditta CIMS che ci realizzò i cartelli, fu l’uso di una particolare vernice che ne rendesse alcuni catarifrangenti.

Con un altro progetto pensato dall’artista assecondando desideri e suggerimenti arrivati da più parti, un certo numero di esercizi commerciali della zona aveva costituito una rete di “spazi di attenzione” per donne che potevano, nel corso della giornata, trovarsi in pericolo. A contrassegnare questi negozi era stato disegnato un particolare adesivo “NON SEI SOLA”, che veniva affisso sulle vetrine dei negozi che aderivano.

Anna Ferraro, momenti della passeggiata fra i cartelli

L’altra artista invitata, Sabrina Torelli, rispondendo a un esplicito desiderio delle donne di “Armonie” di avere un “segno” che fosse un omaggio alla Dea Madre (alla quale era stato l’anno precedente dedicato un importante convegno internazionale di studi organizzato dall’associazione) è andata all’incontro con il luogo cercando di farne affiorare l’energia nella maniera più rispettosa possibile. La sua installazione Alla Madre Terra, un cerchio, area di protezione, realizzato con cinque grandi massi provenienti da una cava del lungo Savena, richiama alla memoria i tempi lenti di antichi rituali e, grazie ai segni archetipici che l’artista ha inciso sulla pietra, riapre uno scambio emotivo fra questa zona del quartiere e il simbolo arcaico. Essa era ed è ancora un invito a riscoprire un’area del giardino di Viale Lenin, là dove vi era la vecchia sede di Armonie, invitando a riviverla come spazio di una pausa per il pensiero e per il corpo, promessa di rispetto verso la terra e di nuova cura verso la natura.

Il paradiso siede sotto i piedi di madre terra – scriveva Sabrina Torelli nella sinossi della sua installazione – In alcuni processi naturali della vita, per tradizione, si è da sempre invocata la “Grande Madre”. Anche nel nostro tempo, nel nostro quotidiano, a volte è necessario sapere esorcizzare le grandi e piccole paure dei mutamenti e richiamando il lato femmineo dell’animo umano, andare all’incontro con la Dea, per “reimparare” la Dea”.

Anna Ferraro, adesivo sulle vetrine delle attività commerciali

A me il compito, come pratica usuale, e quasi necessaria in quegli anni, di accompagnamento a tutti i progetti che curavo, la creazione di “appunti visivi” per non lasciare andare nessun momento del work in progress preparatorio, nessun racconto dei tantissimi che scaturivano dai nostri incontri. Considerando così l’arte pubblica, come curatrice ma anche come artista, come un campo in cui l’antropologia visuale da studio e documentazione si trasformasse in pratica vivace di attivazione alla partecipazione. La videocamera, appendice del mio corpo in ogni passeggiata o spostamento in esterni o in interni, era da me usata come “pungolo relazionale” sempre rovente. Il montaggio del video venne realizzato da Gisella Gaspari.

A MP5, street artist e straordinaria illustratrice da sempre impegnata nella battaglia delle donne e per la libertà nell’identità di genere, si deve l’immagine di copertina che divenne allora il logo del progetto: una donna-operaia e muratrice in azione che invita ad un lavoro comune per cancellare indifferenza, disagio e paura. Invito sempre aperto a una sempre nuova coesione e da rinnovare continuamente in tempi come i nostri, dove i numeri della violenza sulle donne, sociale e sessuale, e del non rispetto verso la libertà di genere indicano un’allarmante crescita.