La personalità eclettica di Edo Ansaloni, imprenditore, sperimentatore, cineoperatore che filmò, tra l’altro, la Liberazione di Bologna il 21 aprile del 1945, è raccontata nel film documentario “Cingoli rossi”. Emiliodoc ha chiesto al regista Danilo Caracciolo e al produttore Luca De Donatis di raccontarci la figura di Ansaloni e il percorso produttivo di questo documentario.

Edo Ansaloni - Foto Archivio Ansaloni
Partiamo dallo sguardo del regista, Danilo Caracciolo. Cosa ti ha colpito della figura di Edo Ansaloni? Perché hai deciso di fare questo documentario?

Edo Ansaloni (13 marzo 1925 – 31 gennaio 2020), personaggio illuminato della sua generazione, grazie alla propria curiosità e a un talento innato, è stato un protagonista indiscusso del ‘900. Una personalità forte e poliedrica: cineoperatore e fotografo della Liberazione di Bologna, pioniere del florovivaismo europeo (il primo a importare in Europa il modello di vendita e produzione dei Garden Center statunitensi, che è andato a studiare nei suoi tanti viaggi negli States documentandoli con la sua cinepresa e con una macchina fotografica tra gli anni ’50 e ‘60), collezionista di auto d’epoca e mezzi militari, e fondatore del “Museo Memoriale della Libertà”, dedicato alla seconda guerra mondiale e alla Liberazione di Bologna.

Tra le tante cose che quest’uomo ha fatto nella sua vita, quali pensi siano state le sue conquiste più importanti?

Ansaloni, cronista dei tragici fatti del periodo bellico sul territorio bolognese, ha attraversato il “secolo breve” sospinto da un DNA familiare avvezzo all’avventura, all’eclettismo e alla maestria imprenditoriale, ma anche al dovere civile. Come suo padre, non ha potuto fare a meno di essere un interprete deontologico del suo tempo ponendosi l’obiettivo di narrare, preservare, manutenere e divulgare la memoria storica della sua città, oltre gli steccati politici e le divisioni, “per ricomporre e costruire ponti”.

I primi passi verso il Museo Memoriale della Libertà - Foto Archivio Ansaloni
Edo Ansaloni con due collaboratori - Foto Archivio Ansaloni
Qual è la chiave narrativa che hai scelto per raccontare la storia di Edo?

L’aspetto più importante è rappresentato dalla volontà di valorizzare lo sterminato archivio di famiglia che fino alla morte di Edo non era mai stato censito. Nel lungo lavoro di perlustrazione e successiva organizzazione, da parte della produzione e della regia, di storici e archivisti, sono emersi centinaia di filmati, foto e documenti. Molti di questi rappresentano la struttura centrale del racconto. Tutti realizzati da Edo, partono dal periodo bellico e giungono alle soglie del 2000. Inevitabile è stato, poi, raccogliere e rappresentare le testimonianze della famiglia, di alcuni collaboratori della sua azienda, dello storico Mauro Maggiorani e di amici intimi come Nicola Bulgari, creatore del noto brand del lusso, unito da una profonda amicizia con Edo per la passione comune delle auto d’epoca.

Inoltre abbiamo raccolto la testimonianza di Federico Sella, di Banca Patrimoni Sella, che sostenne Edo nella realizzazione di un importante libro documentale e fotografico, per il 50° della Liberazione di Bologna. Nel finale del film appare finalmente Edo ai giorni nostri. Un piccolo e significativo estratto derivante da un’intervista inedita realizzata dal sottoscritto insieme a Maggiorani nel 2017. Il tutto si innesta in una giornata trascorsa al “Museo Memoriale della Libertà”, nella gestione ordinaria delle varie attività che animano la struttura.

Cosa ci può insegnare oggi la storia di Ansaloni?

Che è necessario essere curiosi ed avere la voglia di essere protagonisti del proprio tempo. Non per autocelebrarsi, ma per il dovere di mostrare gli avvenimenti, di eternarli, di lasciare una traccia concreta per il giudizio successivo di quei fatti. Edo, a suo rischio e pericolo, andava a filmare i bombardamenti alleati su Bologna, dai tetti di via Mascarella. Se un tedesco o un fascista lo avessero visto, lo avrebbero ucciso all’istante. Edo ha usato la cinepresa come arma, con lo scopo di mostrare l’orrore che accadeva. 

Grazie a lui, anche la fucilazione del torturatore fascista Renato Tartarotti, al poligono di tiro di via Agucchi, ci ritorna come testimonianza simbolica di quell’epoca. Lasciare quelle immagini alle generazioni future era la sua più grande priorità. È singolare come il padre di Edo, Arturo, già fosse un “portatore sano” di questa attitudine a rivolgere lo sguardo al futuro, al prossimo, una sorta di “ecologista ante litteram”, che aveva compreso l’importanza dei temi ambientali. Difatti, negli anni ’30, Arturo si occupò di arrestare la moria degli olmi, affermando che era fondamentale salvare questi alberi per lasciare alle generazioni future un territorio intatto ed immutato. E ci riuscì, dopo tanti studi, pur essendo solo un bracciante, innestando sulle piante malate una variante di olmo siberiano, più forte e resistente, debellando per sempre la grave malattia di questi alberi, chiamata grafiosi.

Foto Archivio Ansaloni
Sul set di "Cingoli rossi" - Foto Martin Picciolo
Nel tuo lavoro hai scelto molto spesso di lavorare sul tema della memoria. Perché lo ritieni importante?

Viviamo in un’epoca in cui, da tempi non sospetti, è stato avviato un percorso di revisione, se non addirittura di soppressione, della memoria che rimanda ai principi fondativi della storia italiana, dalla Costituzione alla Repubblica. Bisogna insistere per sottolineare costantemente, e questo è un compito demandato agli intellettuali e agli operatori culturali, non certo più alla politica, che la “cultura dell’oblio”, fondata sul silenzio e sull’inculturazione programmatica, è una pratica strisciante che si fonda sulla non trasmissione della verità oggettiva, utile a fornire quegli strumenti critici indispensabili soprattutto ai giovani per confrontarsi con ciò che gli viene contrabbandato.

“Memoria” non è solo tutela del passato, in cui generazioni intere si sono immolate per combattere le ingiustizie, ma anche opportunità per una consapevolezza che rende i cittadini attivi nell’esercizio di una democrazia partecipata, nel presente.

Dettaglio all'interno del Museo Memoriale della LIbertà - Foto Archivio Ansaloni
Sul set di "Cingoli rossi" - Foto Martin Picciolo
Veduta dall'alto del Museo Memoriale della Libertà - Foto Archivio Ansaloni
Chiediamo ora al produttore Luca De Donatis che metodo avete seguito per sostenere la produzione?

Con l’obiettivo di raccontare una storia significativa del secondo Novecento ci siamo mossi, fin dall’inizio, alla ricerca di risorse utili per la realizzazione di un documentario che potesse risultare rappresentativo di una realtà unica nel suo genere: innanzitutto abbiamo chiesto la collaborazione della “Banca Patrimoni Sella”. Ricevuta la disponibilità dell’istituto bancario abbiamo presentato il progetto al Bando regionale della Film Commission Emilia-Romagna nell’anno 2022. Il progetto è stato selezionato, e si sono così materializzate le condizioni per avviare il progetto. Nel corso dei contatti intrapresi si è aggiunto il sostegno di un’importante realtà istituzionale come l’ANPI Provinciale di Bologna.

Come pensate di diffondere il film?

In seguito alla recente anteprima del film presso il Cinema Odeon di Bologna e a una proiezione organizzata al Cinema Caravaggio di Roma lo scorso novembre, abbiamo deciso di aderire alla Rassegna Doc in Tour organizzata dalla Regione Emilia-Romagna presso le sale cinematografiche del territorio. Ad oggi si sono attivate alcune sale a Bologna, Castel San Pietro Terme e Imola. Contiamo di proseguire su questa strada fino a dicembre 2024, per poi attivarci con altri canali distributivi a livello nazionale e non. Il film dispone già dei sottotitoli in inglese e si stanno programmando le partecipazioni ai Festival più sensibili ai temi storico/biografici. Consapevoli delle difficoltà distributive di prodotti come il nostro vorremmo, in ogni caso, insistere con i circuiti dei cinema d’essai per un’offerta eloquente relativa alla Memoria, in aggiunta al lascito, voluto da Edo Ansaloni, presso il Museo Memoriale della Libertà a Bologna.

Edo Ansaloni, anni 2000 - Foto Archivio Ansaloni
A proposito del Museo, cosa ci puoi raccontare di questa straordinaria iniziativa di  Ansaloni?

Il Museo nacque nel 2000 grazie a Edo che, ricordiamolo, agì da privato con la collaborazione dei figli, investendo fondi propri per dare vita a questo progetto. Questo rappresenta un’anomalia per una città come Bologna, molto legata ai temi della memoria. Il percorso espositivo, progettato tra il 1998 e il 1999 con la consulenza storico-scientifica dell’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e il sostegno di autorevoli personalità cittadine, a cominciare dall’ex sindaco Renzo Imbeni che, più di altri, credette in questo progetto, propone cinque scene a grandezza naturale. 

Oltre alle stanze tematiche con le ricostruzioni, dai bombardamenti su Bologna alla battaglia di Porta Lame, fino allo sfondamento della linea Gotica da parte della 10ma divisione americana, sono esposti mezzi militari abbandonati sul suolo italiano durante il periodo bellico, capaci di rendere compiutamente un’epoca storica. Il museo di Edo è un luogo della memoria che racconta le vicende della Linea Gotica, non solo militare, ma anche civile e partigiana. Infine, nell’area espositiva esterna, c’è anche una mostra permanente sulla deportazione verso i campi di sterminio, allestita su un treno, in un vagone che è stato realmente utilizzato per il trasferimento dei deportati verso i campi di sterminio. Il Museo Memoriale della Libertà è un lascito prezioso di Edo Ansaloni alla città di Bologna.

In copertina: Illustrazione dell’artista Otto Gabos per interventi di animazione in “Cingoli rossi”