“La nuova forma della Luce” è un progetto artistico nato a seguito dell’alluvione del maggio 2023 che ha colpito la Regione Emilia-Romagna. Il progetto è ideato e realizzato dal fotoreporter Gabriele Fiolo, che ha vissuto in prima persona questa calamità: il suo enorme archivio fotografico, costruito nell’arco di molti decenni, e custodito a Ozzano dell’Emilia, nel bolognese, è stato irrimediabilmente danneggiato dalle acque. Ma Gabriele non si è perso d’animo. Attraverso la trasformazione di migliaia di diapositive distrutte in opere d’arte uniche, il progetto racconta una storia di resilienza e di rinascita, un processo di recupero e reinvenzione di fronte alle avversità. La mostra che scaturisce da questo progetto si propone non solo di raccontare l’impatto emotivo e sociale dell’alluvione sulle persone e le comunità che l’hanno vissuta, ma anche di sensibilizzare i visitatori sui temi del cambiamento climatico e della sostenibilità.

Il fotografo Gabriele Fiolo al lavoro negli hangar della Fondazione Innovazione Urbana a DumBO - Foto di Cristina Ferri

Gabriele, raccontaci le tue sensazioni quando hai capito che gran parte del tuo archivio era andato perduto…

Il primo giorno dell’alluvione stavo partendo per Napoli per un lavoro che mi avrebbe tenuto lontano da casa per diversi giorni. Mentre mi allontanavo in macchina vedevo l’acqua che saliva nelle strade… La prima sensazione è stata subito di incredulità. Non riuscivo proprio a credere a quello che vedevo, e non immaginavo certo quello che sarebbe successo da li a poco, mentre ero in viaggio. Ero costantemente aggiornato da mio figlio Mattia. 

Non osavo pensare che cosa avrei trovato al mio ritorno. Le immagini che Mattia mi mandava mostravano che non esisteva più nulla di quello che era conservato nei locali dove lavoravo. Tutto lo spazio ora era completamente allagato. Pensavo a che cosa non avevo spostato o fatto spostare, a cosa sicuramente non avrei più trovato, a cosa sarei riuscito a recuperare. Tra i primi pensieri c’era la preoccupazione per l’archivio analogico e per gli hard disk con i file digitalizzati.

E quando sei rientrato e hai cominciato a maneggiare le diapositive rovinate?

Il rientro è stato veramente traumatico. Le sensazioni più forti erano il dolore e il lutto per le tante perdite, non tanto le perdite materiali o quelle delle varie apparecchiature che, in fondo, si possono sempre ricomperare. Ma la perdita della memoria di tutto ciò che avevo fatto, visto, conosciuto, vissuto, incontrato fino a quel momento mi pesava tantissimo. Un danno inimmaginabile. Tutto l’archivio analogico che conteneva le immagini scattate tra il 1980 e il 2002, che avevo curato in modo maniacale in questi decenni, era ormai irrecuperabile. 

La disperazione e lo sconforto mi tenevano in piedi come un automa nei movimenti basici di pulizia e demolizione della incredibile massa di rifiuti. Si accatastavano montagne di cose distrutte e inutilizzabili, si accumula decisamente troppo nel corso di una vita. Ho fatto molti viaggi con sacchi pieni di diapositive per buttarli nel bidone della spazzatura, così tanti che ho perso il conto. Gli ultimi due sacchi, però, non sono riuscito a gettarli. Andavo al bidone per buttarli via, ma poi tornavo indietro. Non ne avevo la forza e il coraggio, sentivo che c’era un qualche motivo che mi impediva di farlo.

Quali erano le storie raccontate in quell’archivio? Quali erano i temi del tuo lavoro?

Si trattava di immagini di valore storico, scattate in luoghi che oggi sono molto diversi, paesi che negli anni hanno subito trasformazioni radicali, come l’Europa dell’Est, l’Africa, la Jugoslavia, o manifestazioni che per anni hanno riempito le nostre piazze, per diritti ormai già acquisiti, decenni della mia storia, della mia vita… non c’era più niente. Tutto era stato rielaborato e trasformato dal fango e dall’acqua.

Facci qualche esempio…

Beh, ad esempio ho documentato il periodo di Solidarnosc con Lech Wałęsa in Polonia, o la Romania del 1985, all’epoca del regime di Ceaușescu, ma anche Berlino Est prima della caduta del muro, un pellegrinaggio a Medjugorje quando nessuno ancora era mai andato ad incontrare i primi “veggenti”. Ma anche i reportage realizzati in Italia avevano un valore storico, come ad esempio un reportage all’interno del “manicomio” di Budrio negli anni ’90, ci sono stato tre mesi ed ho documentato la fine dell’istituto e la nascita dei gruppi appartamento previsti dalla legge Basaglia… O le commemorazioni per le stragi di Bologna e di Vernio, ad esempio. 

Avevo lavorato molto anche sui giovani di Bologna, facendo ricerche e documentazione su molti gruppi, da quelli di destra del bar Zanarini fino ai vari collettivi studenteschi, le tante occupazioni universitarie, il movimento della Pantera e tutti gli altri movimenti di studenti, le manifestazioni per la pace, le prime case occupate di via Piella e via Avesella. Fui il primo fotografo ad entrare a documentare il Cassero per un giornale di Milano… i concerti dei primi gruppi skinhead italiani… Il periodo della Uno Bianca, con i funerali dei carabinieri che persero la vita nell’agguato del Pilastro. Persino la nascita di mio figlio, che ho seguito fotograficamente dalla sala parto… E questa è solo la punta dell’iceberg, ti puoi immaginare che senso di sgomento ho provato.

Come hai reagito?

Cercando di elaborare questa enorme perdita, è arrivata l’idea: dare una nuova luce a diapositive che, a suo tempo avevano già ricevuto una luce diversa. Quindi il percorso ha preso un’altra strada. Dall’incredulità iniziale, al lutto, al dolore profondo della perdita, ora la via era verso un processo di rigenerazione, per aprire un nuovo capitolo al ciclo di vita delle immagini che avevo perduto. 

Ho dovuto fare i conti con la devastazione, ma anche alimentare quella piccola lucina in fondo alla strada che era la speranza di una rinascita. Lavare, toccare, guardare tutto il materiale che non avevo gettato è stato una sorta di rinascita di geografie emozionali degli spazi e delle luci che già una volta avevo fotografato. Attraverso tutto questo lavoro ho assistito all’emersione di una nuova forma di memoria, che oggi è visibile nelle installazioni del progetto, in cui ogni immagine è connessa e intrecciata alle altre.

Che tecniche hai utilizzato per ridare vita a quegli archivi?

Le immagini oggetto della mostra sono trasformate in opere d’arte uniche, attraverso un elaborato processo di recupero e reinvenzione. Le imperfezioni, le macchie e le crepe diventano forza e parte integrante dell’unicità di queste immagini, simboli tangibili della capacità umana di trovare la bellezza anche nella rovina. Le diapositive, inesorabilmente condannate ad essere “buttate”, trovano invece una nuova vita, rinascendo in una “nuova Luce”. Ri-creare il passato, non limitandosi a restaurare le diapositive, ma ri-creando le immagini attraverso tecniche artistiche che trasformano i danni in nuove narrazioni visive.

Il tuo modo di lavorare è cambiato dopo questa esperienza? Come?

Non so esattamente se il mio modo di lavorare è cambiato dopo questo disastro. Tutti miei progetti cercano sempre di avere come protagonista l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, ma con questo progetto ho dovuto fare un lavoro inverso e lavorare su me stesso e non sugli altri. Credo e spero che questa terribile esperienza non farà altro che rafforzare ulteriormente la strada professionale che avevo intrapreso. 

Di certo questa volta il progetto abbraccia più ambiti, raccontando l’impatto devastante dell’alluvione, mettendo in evidenza e invitando a riflettere sulle cause e sugli effetti dell’attualissimo tema del cambiamento climatico, stimolando l’attenzione al problema che, anche se molti non lo ammettono o fanno finta di non riconoscerlo, ci tocca tutti da vicino. Con il riutilizzo del materiale che sarebbe stato buttato è stata generata una nuova narrazione visiva, all’insegna della sostenibilità e consapevolezza ambientale. Siamo veramente piccolissimi ospiti ingrati e di passaggio su questo bellissimo pianeta che, follemente, stiamo riuscendo a distruggere.

Note:

La mostra “La nuova forma della luce” sarà allestita dal 16 maggio al 28 luglio 2024 nella Torre Maggiore della Rocca di Dozza Imolese. Inaugurazione sabato 18 maggio alle ore 19:30 nel cortile della Rocca. A seguire aperitivo al tramonto nella Torre Maggiore.