Con questo racconto di Ludovico Del Vecchio su Modena prosegue la collaborazione con l’Associazione ScriptaBO e gli Esercizi di scrittura del paesaggio emiliano-romagnolo, urbano e naturale: morfologie, mappe, antropologie e geografie emozionali. 
Il Duomo di Modena visto da via Sant'Eufemia

I primi mesi dall’andata in pensione erano trascorsi in un alternarsi di stati d’animo. Dapprima lo sconcerto, poi la gioia di poter decidere in ogni istante cosa fare, il domandarsi se i pazienti avrebbero sentito la sua mancanza, un senso di colpa per averli abbandonati, il vago sentore della sopraggiunta inutilità, la consapevolezza che da quel momento in poi avrebbe avuto il tempo necessario per scrivere il romanzo del secolo. Poi gli era piombata addosso una sola granitica certezza. Si annoiava, da matti. Questo. Inventare storie non gli piaceva come aveva immaginato e, a dire il vero, era stato già scritto tutto il necessario.

Duomo di Modena - Metopa dell'Ittiofago
Piazza Grande all'alba

Francesco Cresenzani, di madre modenese e padre marchigiano, provava a far scorrere il tempo andando a lezione di chitarra, e poi al cinema e a teatro, e pure a tutte le presentazioni di nuovi libri, senza però mai comprarne alcuno. Per due motivi. Intanto non aveva ancora letto tutti i classici, i romanzi sopravvissuti al giudizio del tempo.

E poi Francesco trovava in qualche modo deludente, alla fine della fiera, ogni autore ascoltato di persona, anche quelli che andavano per la maggiore. Forse perché quando arrivavano davanti a lui in carne e ossa non mostravano verve, umorismo, passione. E allora che senso avrebbe avuto perdere tempo con i loro scritti? Magari andava cambiato in toto il modo di presentare i libri o, più semplicemente, era lui l’incontentabile. Comunque, i classici non lo avrebbero tradito mai. Francesco Cresenzani, ex medico di famiglia, single da sempre, lettore lento e metodico, giunto alla veneranda età di 68 anni e immaginando di viverne al massimo altri 15, non avrebbe fatto in tempo a terminare la lettura di tutti i capolavori russi, tedeschi, francesi, americani, et cetera et cetera.

Duomo di Modena - Porta Regia con leone stiloforo
Piazza Grande e la Preda Ringadora

C’era però una cosa che aveva cominciato ad appassionarlo, al di là dei romanzi, e per fortuna, così non era proprio solo tutta maledetta noia anche se non proprio gioia. Gli succedeva di ritrovare entusiasmo e curiosità nell’osservare quel fenomeno nuovo, sconcertante, quasi buffo, l’arrivo a frotte dei turisti stranieri a Modena. In costante aumento dopo l’uscita del film americano su Enzo Ferrari. Anche se Modena non era solo terra di motori, ma pure di cantanti lirici, di concerti epocali del Blasco, e poi l’Equipe 84, e Guccini anche se era andato via in giovane età, di lambrusco e tortellini, aceto balsamico, figurine dei calciatori, secchie rapite e tanto altro.

I turisti stranieri. Gli piaceva davvero osservarli e ancor di più intrufolarsi tra loro quand’erano impegnati in modo diligente nelle loro visite guidate. C’era anche, a intrigarlo, il piccolo brivido di poter essere scoperto dall’accompagnatore che declamava le virtù della città e poi gli appariva importante in sommo grado controllare che il racconto fosse corretto ed esaustivo.

Duomo di Modena - Metopa dello Psillo o Adolescente con drago
Duomo di Modena - immagine riflessa in una vetrina

Perché il dottor Cresenzani, nato e da sempre vissuto nella città di San Geminiano, il loro amatissimo patrono, conosceva ogni singola pietra, storia e leggenda di Modena, la Mutina splendidissima di Marco Tullio Cicerone. Francesco aveva letto qualsiasi libro sull’argomento e tuttora domandava in giro, si informava, chiedeva a quelli più vecchi di lui, anche se questi diventavano sempre meno. Era talmente desideroso di non mostrare lacune nella conoscenza del centro storico da essere divenuto quasi maniacale, forse perché c’era sempre quella idea di dover rimediare al suo essere un poco a mezzo, sospeso tra le origini marchigiane di suo padre e quelle geminiane della madre, dunque mai del tutto accettato dalla sua stessa città.

Ricordava bene la particolare sensazione provata alle prime festicciole, interrogato con garbo da certe nonne delle famiglie più blasonate di Modena, quelle dal doppio cognome. <<Ah, il bel ragazzino, sei il nipote della Bice Nocellini che ha il negozio di mode, ma la tua mamma ha sposato uno di Pesaro, vero?>>. E altre cose del genere.

II Duomo di Modena nella nebbia

Gli piaceva intrufolarsi tra quei gruppi di stranieri anche per osservare senza parere le turiste, almeno quelle alla sua portata, tra i cinquantacinque, (lui era ancora in forma e si presentava bene), e i sessant’anni al massimo. Magari la vita gli riservava ancora un giro di giostra. Con una straniera. Ricordava come il periodo più felice della sua esistenza quello della relazione a distanza con Hilde, la norvegese conosciuta a un congresso, il loro rivedersi ogni mese o anche due, un rapporto umano perfetto, non troppo assillante. Lei arrivava all’aeroporto di Bologna e subito di corsa a casa, e si sarebbero fermati a fare l’amore nella prima piazzola d’emergenza dell’autostrada per quanto si desideravano, passavano i primi due giorni di assoluta passione quasi senza nemmeno mangiare, poi il terzo e il quarto in divorante tenerezza e al quinto si riaffacciava la voglia assoluta che lei ripartisse subito per ricominciare la vita tranquilla, dedicata tutta ai suoi pazienti. Era dolce, ad ogni modo, la telefonata serale con Hilde e appagante il riconoscimento degli amici e la loro evidente invidia, perché Hilde era simpatica e, soprattutto, strepitosamente bella. Ma lei avrebbe voluto venire a vivere in Italia, insieme a lui nella stessa casa, gomito a gomito, oddio, studiava l’italiano, aveva fatto i suoi progetti e così alla fine Francesco era stato lasciato. Fine dei giochi. Perché non si decideva mai al passo definitivo, alla convivenza. E come darle torto.

Riflesso della facciata del Duomo di Modena
Leone stiloforo della facciata del Duomo di Modena

Le narrazioni fatte ai turisti. Ascoltava quelle in spagnolo e in inglese, le comprendeva abbastanza bene, si accertava che i loro ospiti venissero informati a dovere sulle mille bellezze di Mòdna.

A cominciare del Duomo, Patrimonio dell’Umanità assieme alla Torre Ghirlandina e alla Piazza Grande. Il Duomo era, senza dubbio alcuno, la chiesa in stile romanico più bella al mondo. Vecchia più di mille anni, ricca di marmi residuati da quando si chiamava ancora Mutina, e così pure le statue dei leoni che reggevano certe colonne, bianca o rosa a seconda della luce del giorno, la loro Grande Bellezza. Il Duomo rappresentava anche il Libro di Dio per la gente, istoriato con le scene della Bibbia. Sulla facciata stavano i pannelli scolpiti da Wiligelmo con le Storie della Genesi, per narrare ai tanti analfabeti dell’epoca la Creazione dell’Uomo e della Donna, il Peccato Originale, la Cacciata dal Paradiso Terrestre, Caino e Abele, l’Arca del Diluvio.

Ma sulle fiancate della cattedrale c’erano anche le storie del ciclo di Re Artù e gli episodi della vita di San Geminiano. E poi si poteva andare nei Musei del Duomo, a fianco della chiesa, ad ammirare le metope originali situate sino a poco tempo prima sulle parti più alte delle fiancate, sostituite ora da copie. Straordinarie sculture in alto rilievo, raffiguravano personaggi incredibili, l’Ermafrodito, l’Uomo dai Lunghi Capelli (uno yogi?), la Ragazza e il Terzo Braccio, la Sirena a Due Code, l’Ittiofago. Francesco non si stancava mai di osservarle. E poi ad ammirare la Ghirlandina, la torre campanaria un poco pendente, il Palazzo del Comune con l’acetaia, e davanti a questo la Preda Ringadora, la grande Pietra Arringatrice di marmo rosso dove in passato venivano esposti al pubblico ludibrio i falliti e pure i cadaveri ancora da riconoscere. E su una colonna della piazza la piccola preziosa statua della Bonissima, forse il ricordo di una dama benefattrice. E ancora il Palazzo Ducale, la Galleria Estense ricca di quadri splendidi, la Chiesa di Santa Barnaba, un gioiello, la Sinagoga. Il Mercato Coperto. I presepi in terracotta. Così tante cose da vedere a Modena.

Ma.

Forse era lui che non sentiva bene proprio tutto, in effetti un poco sordastro lo era diventato, però era quasi sicuro che di quella cosa ai turisti non parlassero mai. Anche se era molto interessante, speciale. Una particolarità tutta loro, aveva cercato a lungo nel suo girovagare, senza trovarne traccia in altre città emiliane.

Lungo tutto il centro di Modena si vedevano infatti come dei minuscoli contrafforti, situati là dove i palazzi formavano degli angoli, e spesso erano arrotondati, ma con evidenza troppo piccoli per avere una funzione strutturale. Alla fine, aveva scoperto a che cosa servissero quei manufatti. Erano i pispiò, contrazione della frase dialettale “T’en pés piò! – non fai più la pipì”. Perché chi avesse tentato di urinare in quegli angoli avrebbe visto la propria pipì rimbalzargli contro, per quella forma così caratteristica, studiata ad arte. “La Firenze dei Pispiò”, così infatti aveva definito Mutina il dottor Alessandro Vesce, nel suo libro rivelatore.

Un Pispiò

Sembrava allora qualcosa di divertente da inserire nella narrazione fatta ai turisti e lui era sempre tentato, alla fine della visita guidata, di andare dall’accompagnatore per tirargli la giacchetta e dire “perché non ne parlate mai, forza, è una cosa talmente nostra, tipica, modenese”, ma poi non ne trovava il coraggio. La fine della carriera lavorativa gli aveva portato in dono una sorta di timidezza, ora che non aveva più uno status definito di individuo utile alla comunità, e c’era sempre quella sensazione di sentirsi modenese sì, ma a mezzo, non riconosciuto ufficialmente, e allora che diritto aveva lui di dare consigli a una guida professionista. Francesco Cresenzani non era un emiliano doc, andava in fondo ammesso, nonostante tutto il suo sapere. No.

Però si poteva fare una prova. Ecco. Ad esempio, accennare ai pispiò a quella bella donna di mezza età che vedeva ora di fianco a lui, nel gruppo dei turisti spagnoli, osservarne la reazione. O forse no. Cominciare una reciproca conoscenza parlandole di pisciatori ubriachi e delle misure prese per dissuaderli? No, non sembrava il caso. Meglio raccontare a una possibile seconda Hilde gli straordinari Miracoli di San Geminiano, capace di avvolgere Modena nella nebbia per nasconderla agli Unni o di salvare afferrandolo al volo un bimbo caduto dalla Ghirlandina. Perché non si poteva dire sempre proprio tutto subito, di sé stessi, della propria famiglia e della propria città, metterlo in piazza senza pudore.

Questo racconto è dedicato alla memoria di Alessandro Vesce che con il libro “Le meraviglie di Modena” per Artestampa Edizioni ha raccontato Mòdna con sapienza e ironia, rivelando i pispiò e non solo questi. Tra l’altro (e ci costa un po’ l’ammetterlo) di pispiò ne ha scovati anche a Venezia.

Le immagini

Roberto Cattini, fotografo modenese e viaggiatore, è l’autore di queste immagini.

In copertina: Calle dei Campionesi all’alba