Margaret Bourke-White e il coraggio dello sguardo
Reggio Emilia, con la mostra Margaret Bourke-White: L’opera 1930–1960, allestita ai Chiostri di San Pietro, si conferma ancora una volta la capitale italiana della fotografia. Patria del celebre fotografo Luigi Ghirri e sede dell’importante festival internazionale annuale Fotografia Europea, con questa ultima prestigiosa iniziativa dedicata alla grande fotografa statunitense la città del Tricolore sembra voler sottolineare una volta di più la sua mission di luogo di eccellenza per la valorizzazione della cultura fotografica a livello internazionale.
Margaret Bourke-White (1904–1971) è stata molte cose insieme: una delle prime fotoreporter della storia, la prima donna a lavorare come fotografa di guerra per l’esercito statunitense, la prima fotografa occidentale ammessa nell’Unione Sovietica staliniana, una sperimentatrice instancabile capace di portare la macchina fotografica dove nessuno l’aveva mai portata prima, anche fisicamente, arrampicandosi su grattacieli, volando su aerei militari, entrando nei campi di concentramento all’indomani della loro liberazione. Ma soprattutto è stata una testimone lucida e coraggiosa del suo tempo, e le sue immagini hanno cambiato il modo in cui la storia viene vista, e raccontata.
Il grattacielo e la vertigine
C’è un’immagine che comunica lo spirito di Margaret Bourke-White meglio di qualsiasi biografia: la fotografia del 1935 che la ritrae accovacciata su uno dei gargoyle del Chrysler Building, a centinaia di metri da terra, senza alcuna protezione, mentre fotografa New York dall’alto. Non è solo un’immagine audace – è la metafora di un’esistenza vissuta sempre in equilibrio precario tra il bisogno di vedere e quello di testimoniare, tra la ricerca della verità e il rischio di perdersi nell’orrore che si è chiamati a documentare.
Immagini dal secolo breve
La mostra ci invita a guardare il Novecento attraverso gli occhi di una donna che ha saputo trasformare la macchina fotografica in uno strumento di emancipazione personale e di denuncia sociale. Oltre 120 fotografie, curate da Monica Poggi in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, ricostruiscono non solo una carriera straordinaria, ma il percorso psicologico ed esistenziale di chi ha dovuto conquistarsi, scatto dopo scatto, il diritto di esistere in uno spazio dominato dagli uomini.
Come dice la curatrice, Monica Poggi:
“Il lavoro di Margaret Bourke-White può essere approcciato con diverse chiavi di lettura, in particolare questa mostra ne evidenzia due. La prima è un’ottica storica o testimoniale, guardando a eventi del passato attraverso il racconto lucido di un’autrice che conosce il potere del linguaggio fotografico. La seconda mira a riconoscere la contemporaneità non solo delle sue immagini, ma anche e soprattutto del modo in cui Bourke-White ha vissuto la sua carriera, superando i limiti e i confini a cui le donne sono da sempre vincolate, evidenziando le disparità razziali dentro e fuori dagli Stati Uniti, promuovendo un’incrollabile fiducia nella scienza, nella tecnologia e un esuberante ottimismo verso il futuro. La biografia di Bourke-White è ancora oggi un catalogo di possibilità da esplorare.”
Pioniera in un mondo di uomini
Quando Margaret Bourke-White iniziò la sua carriera negli anni Venti, la fotografia professionale era un territorio quasi esclusivamente maschile. Le donne erano relegate ai margini, accettate forse nei ritratti da studio, certo non sui ponti delle dighe o nelle fabbriche. Ma Margaret aveva qualcosa che andava oltre la tecnica: una determinazione innata che le permetteva di fronteggiare le necessità della vita. Studentessa di biologia alla Columbia University, vendeva le sue fotografie ai compagni per mantenersi agli studi. In quella pratica apparentemente banale c’era già tutto della sua futura carriera, del suo approccio libero e indipendente, a volte persino sfrontato, al mestiere della fotografia di reportage.
La svolta arrivò nel 1929, quando l’editore Henry Luce la invitò a contribuire alla nascita della rivista Fortune. Da quel momento, Bourke-White divenne non solo una fotografa, ma un simbolo: la donna che poteva stare alla pari con gli uomini, anzi, che spesso li superava in audacia. Quando Life, nel 1936, scelse per la copertina del primo numero la fotografia della diga di Fort Peck scattata da lei, fu una dichiarazione politica quanto estetica. È un’immagine che racchiude molte delle tensioni che attraversano l’opera di Bourke-White: la monumentalità dell’industria, l’estetica della modernità, la fiducia – allora ancora possibile – nel progresso come strumento di emancipazione collettiva. Ma il suo sarà uno sguardo affascinato anche dai contrasti tra i simboli della potenza e la quotidianità dei derelitti, tra l’utopia del futuro e la realtà della segregazione razziale.
Lo sguardo dall’alto: sperimentazione e vertigine
La fotografia aerea fu per Bourke-White molto più di una tecnica: fu una scelta esistenziale. Fotografare dall’alto significa assumere una prospettiva in qualche modo distaccata, un punto di vista “superiore”, dominare il caos della realtà riducendolo a forme geometriche, a giochi di luci e ombre. Ma significa anche accettare la vertigine, il rischio della caduta – fisica e metaforica. L’immagine scattata sul Chrysler Building non è solo un colpo di scena pubblicitario: è l’autoritratto di una persona che aveva scelto di vivere sempre in bilico, di guardare il mondo da un punto di vista impossibile per gli altri.
Testimone dell’orrore
Quando Bourke-White divenne una delle prime fotoreporter di guerra, lo sguardo dall’alto dovette calarsi nella realtà terrena, immergersi nel fango, nella crudeltà, nell’orrore della guerra. Prima fotografa straniera ammessa in Unione Sovietica, documentò i piani quinquennali di Stalin con immagini che oscillavano tra propaganda e denuncia, usando la fotografia come strumento di celebrazione, ma anche come dispositivo che può essere usato – e talvolta manipolato – dal potere. Poi fu inviata sui fronti della Seconda guerra mondiale, in Europa, Unione Sovietica, Nord Africa, Italia. Entrò anche al campo di concentramento di Buchenwald, il giorno dopo la liberazione dei prigionieri.
Le fotografie di Buchenwald sono tra le più strazianti del Novecento. Bourke-White non distolse lo sguardo, non si risparmiò nulla. Ma quale fu il costo psicologico di quella scelta? Testimoniare l’orrore assoluto significa portarselo dentro per sempre, significa che ogni clic dell’otturatore è anche un clic nella memoria, un’immagine che non potrà essere cancellata. La sezione della mostra dedicata a “Cielo e fango, le fotografie della guerra” ci restituisce questa doppia dimensione: la potenza documentale delle immagini e il dolore profondo, la vertigine interiore, di chi le ha scattate.
Particolarmente significativo è l’inserimento, pensato appositamente per Reggio Emilia, delle fotografie realizzate sull’Appennino tosco-emiliano, dove i soldati americani si muovono sulla neve con tute improvvisate. Qui la grande storia incrocia la geografia locale, e la guerra appare nella sua dimensione concreta, fatta di corpi, fatica, freddo.
Lo sguardo sociale
A differenza di altri colleghi fotogiornalisti come Robert Capa, che privilegiavano la presa diretta, Bourke-White lavorava sulla posa, sulla costruzione dell’immagine. Questa scelta le permetteva di trasformare anche le persone più umili in attori universali, di dare dignità monumentale agli invisibili della società. I suoi ritratti di Gandhi, dei minatori sudafricani, delle comunità segregate nella Carolina del Sud, hanno questa qualità: elevano il particolare a simbolo, l’individuo a rappresentante dell’umanità intera.
La sezione finale della mostra, “Oro, diamanti e Coca-Cola”, dove si passa dal bianco e nero al colore, è forse la più politicamente esplicita. Le immagini delle diseguaglianze e del razzismo – dagli Stati Uniti al Sudafrica – sono accostamenti forti, contrastanti: da un lato i minatori sfruttati nelle miniere di diamanti, dall’altro le tavole imbandite della società consumistica americana. Il colore, qui, non è celebrazione ma denuncia: rende ancora più stridente la distanza abissale tra chi ha tutto e chi non ha nulla.
Uno sguardo silenzioso
Costretta ad abbandonare la fotografia nel 1957 a causa del Parkinson, Bourke-White affiderà alla scrittura il compito di rielaborare la propria esperienza, con la sua autobiografia “Portrait of Myself” (Ritratto di me stessa), pubblicata nel 1963. Ma il suo lascito è soprattutto visivo: un archivio di immagini che continua a interrogarci sul ruolo della fotografia come strumento di conoscenza, potere e responsabilità.
Questa mostra non è solo un omaggio a una grande fotografa, ma un invito a riflettere su cosa significhi guardare il mondo con coraggio, rigore e consapevolezza. In un’epoca in cui le immagini sono ovunque, avere la possibilità di osservare le sue fotografie è un esercizio di cittadinanza, un apprendistato dello sguardo che ci ricorda quanto sia necessario, oggi ancora più di ieri, non distogliere gli occhi.
In copertina: Margaret Bourke-White, Due minatori tedeschi dal volto truce in posa risoluta all’esterno della miniera di carbone dove lavorano con la speranza che la gestione postbellica non cancelli i loro posti di lavoro, Regione della Ruhr, Germania, 1945 circa. Margaret Bourke-White/The LIFE Picture Collection/Shutterstock
Riferimenti
La mostra ai Chiostri di San Pietro rimarrà aperta fino all’8 febbraio 2026
Altri articoli correlati:
About Author / Elisa Mereghetti
Regista documentarista, è tra i fondatori di Ethnos.







