La scrittura della vita: intervista a Ornella Mastrobuoni

Emiliodoc ha chiesto a Ornella Mastrobuoni di parlarci dei suoi laboratori di scrittura autobiografica, una pratica che negli ultimi anni sta interessando un pubblico sempre più vasto.
In che cosa consiste concretamente la pratica autobiografica?

La pratica autobiografica si realizza in mille modi diversi, perché è autobiografico sedersi ad una scrivania in perfetta autonomia e scrivere di sé, raccontare della propria vita, come hanno fatto decine e decine di scrittori, filosofi, artisti e “uomini illustri” nel corso della storia. L’autobiografia è quindi a tutti gli effetti un genere letterario, ma è diventata una pratica diversa grazie a due scuole di ricerca, quella francese nata intorno agli anni Settanta del secolo scorso, e in Italia, dove nel 1998 Duccio Demetrio, allora ordinario di Filosofia dell’Educazione all’Università Bicocca di Milano, e Saverio Tutino, giornalista e creatore dell’Archivio Nazionale dei Diari di Pieve Santo Stefano, danno vita alla LUA, la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (AR). Qui nel corso degli anni si fa ricerca, si elaborano metodologie e si crea una comunità di persone che praticano e diffondono la cultura della memoria in tutte le sue forme. L’autobiografia non è più quell’attività solitaria e persino narcisistica del narrare la propria vita straordinaria, ma un’occasione per attingere alla propria memoria, fare ordine tra i frammenti del proprio passato e risignificarli con l’obiettivo di costruire il futuro. È una scrittura autoterapeutica. Non a caso parliamo di laboratori, e non corsi, di scrittura autobiografica: non si scrive per pubblicare, per produrre qualcosa di esteticamente rilevante, si scrive per crescere, per imparare riflettendo sulla propria storia.

C’è un obiettivo finale, concreto, in questi laboratori?

Per ogni laboratorio propongo un tema specifico intorno al quale scrivere e riflettere, e i temi possono essere tanti quanti sono i temi della vita. Qualche titolo esemplificativo di laboratori che ho condotto: Paesaggi apparenti, Oggetti emozionali, Sensi (e non sensi) della memoria, Radici… Gli obiettivi si definiscono sulla base di una ricerca, di uno studio che sta a monte della realizzazione del laboratorio. Ogni laboratorio ha, da una parte, degli obiettivi generali, che sono quelli dell’indagine su di sé, del conoscersi meglio, della riattivazione della memoria e della sua riformulazione in vista di un futuro migliore. Dall’altra ci sono però di volta in volta obiettivi specifici, per esempio quando lavoro con un gruppo di donne, gli obiettivi che mi pongo sono relativi alla possibilità per le donne di riconoscersi maggiore autorevolezza e autonomia, di autorizzarsi e di darsi valore, di riconoscere una propria identità che non sia solo l’identità che la società ci attribuisce in quanto donne – figlie, madri e compagne di vita –, una identità che vada al di là e più a fondo di questi aspetti limitanti.

Come scegli i temi dei tuoi laboratori?

Naturalmente sono sollecitata da temi che mi riguardano in qualche modo, che mi interessano e mi interrogano. Negli anni i temi sono stati i più diversi, forse c’è stata una mia evoluzione personale perché all’inizio del mio percorso di conduttrice di laboratori sceglievo temi più generici, mentre adesso cerco temi più specifici che mi vengono sollecitati dalle letture che faccio o dalla visione di un film, un documentario, una mostra, da una conversazione… Uno degli ultimi laboratori che ho proposto, per esempio, era dedicato al nostro rapporto intenso e ambivalente con gli animali, gli animali come altro da sé, come altro dall’umano: questo tema mi è stato sollecitato dalle conversazioni con un gruppo di persone con le quali ho condiviso un percorso di analisi junghiana dei sogni, sogni nei quali comparivano spessissimo animali…

C’è un autore a cui sei particolarmente legata?

No, ci sono veramente tanti autori… Diciamo che in genere le mie letture si orientano verso il mondo della filosofia contemporanea, della psicoanalisi, e più recentemente del femminismo, ma davvero gli stimoli possono arrivare dai territori più disparati.

Cosa si mette in moto quando si fa pratica autobiografica? Cosa succede a livello interiore?

Intanto c’è un contesto che è importantissimo perché si sviluppino certi meccanismi interiori: il clima che si crea nei laboratori, che è pensato, voluto, non è niente affatto casuale. È un clima innanzitutto accogliente e non giudicante.

Al giudizio sugli altri e su noi stessi siamo educati e abituati fin da piccoli, per questo raccomando fin da subito di provare a… lasciarlo fuori dall’aula. La sospensione del giudizio diventa determinante per poter aprirsi, per poter condividere con altri il proprio sentire, le proprie emozioni. Quello che allora succede in chi scrive è che può permettersi una libertà ed una esposizione di sé che nei contesti quotidiani della vita non si danno. Mi sono sentita dire da alcuni partecipanti che quello che avevano raccontato durante un laboratorio non veniva raccontato neanche al proprio analista, né confidato al proprio compagno o alla propria compagna di vita. Si apre veramente uno spazio speciale.

Il secondo elemento determinante è la possibilità, nel momento in cui ciascuno ascolta compagni e compagne leggere a voce alta i propri scritti, di specchiarsi nella storia dell’altro: questa condivisione fa sì che non ci si senta più soli né gli unici ad aver vissuto certe esperienze, certe emozioni. E quando invece le esperienze dell’altro sono anche molto diverse dalle proprie, comunque si aprono nuove possibilità di lettura, nuovi modi di affrontare le difficoltà, la fatica del vivere.

È qualcosa che possono fare tutti?

L’unica abilità richiesta è saper tenere una penna in mano, saper leggere e scrivere. Chi frequenta i miei laboratori è in larghissima maggioranza donna: su una media di 15-16 partecipanti, 14 sono donne, 1 o 2 uomini.

Tu fai molti laboratori a contatto con la natura, perché?

La LUA ha attivato da anni una pratica autobiografica, l’econarrazione, che permette di ricostruire in ogni memoria personale il legame con quella “casa comune” che è la terra. Da qualche anno al suo interno è stato costituito un gruppo, il Circolo Thoreau, che si dedica per l’appunto – attraverso scritture in cammino – alla riscoperta e rivalutazione di un rapporto con l’ambiente che non sia né di sfruttamento né solamente estetico.

Da tempo io stessa ho scoperto quanto sia importante per me camminare in ambienti naturali. E ho desiderato condividere con altri questo interesse e il benessere che se ne ricava. Ed è la relazione tra i due elementi del camminare e della natura che fa star bene: è così che ci accorgiamo di avere un corpo, un corpo che si muove, respira, sente. Tutti i sensi vengono attivati, siamo più attenti e nello stesso tempo più svagati.

Quindi nel camminare c’è proprio l’attivazione di un sentire diverso?

Sì, lo hanno sperimentato e ne hanno scritto in tanti – mi viene in mente, tra gli altri, la Storia del camminare di Rebecca Solnit, un testo che io trovo fondamentale: camminare aiuta a pensare. Camminando si attivano riflessioni che non sorgono quando ci si trova nel chiuso di una stanza.

Il gesto di camminare, di mettere un piede avanti all’altro, permette alla mente di vagare. Si lasciano in qualche modo andare le preoccupazioni, le ossessioni nelle quali siamo immersi quando siamo seduti ad una scrivania o in conversazione con qualcuno, o intenti ad attività che non impegnano altrimenti la mente.

Nello stesso tempo, se opportunamente sollecitati da chi conduce la camminata a osservare e osservarsi, stupirsi, sentire, si produce un pensiero riflessivo particolare, più profondo.

Uno dei tuoi ultimi laboratori si è svolto sull’Appennino reggiano: cosa hai trovato in questo territorio?

Ho scoperto una varietà di panorami e di sollecitazioni dei sensi, perché la Valle del Secchia è una valle dove scorrono torrenti un tempo più impetuosi e acque più placide; montagne con rilevanze geologiche diverse l’una dall’altra; boschi, radure, sentieri; e poi c’è stato anche l’incontro con una parte del territorio abitato dall’uomo: capanne, chiesette, cimiteri e piccoli villaggi in pietra.

Ho scoperto anche alcuni temi che mi hanno affascinato. Il tema del magico è qui molto vivo: “In tel fade” (lì dove sono le fate) è il nome del Monte Ventasso, nome che racconta della presenza di streghe che si dice abitassero questi luoghi; il tema della resistenza in epoca fascista: storie di donne che con grande coraggio si sono opposte a politiche inique; e ancora, le storie di chi lo ha vissuto e di chi lo abita ancora.

Tutto questo è stato molto stimolante per me nella costruzione del progetto.

Ornella Mastrobuoni (foto Marco Mensa)

Nota:

  • Per informazioni sui prossimi laboratori di autobiografia condotti da Ornella Mastrobuoni potete scrivere a autobiografica@gmail.com
  • Tutte le immagini di questo articolo sono state scattate nel corso del laboratorio di scrittura autobiografica “Camminare: il ritmo che ci riconnette”, tenuto da Ornella Mastrobuoni presso la Corte della Madalena – Busana -Ventasso (RE) nel mese di ottobre 2025.

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Esperta in metodologie autobiografiche, formatrice accreditata  LUA-Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (AR) e counsellor sistemico-relazionale (Centro Bolognese di Terapia della Famiglia). Ha condotto laboratori di scrittura autobiografica per gli studenti dell’Università di Bologna (Corso di laurea in Infermieristica), in istituti scolastici, centri di formazione, biblioteche e associazioni culturali in varie città italiane. 

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