Nelle memorie dell’infanzia, forse alimentate da tanti racconti fantastici e di avventura, esistono storie legate a misteriose grotte nascoste sotto a delle cascate. Non lontano da Bologna è possibile incontrare qualcosa del genere!

A pochi chilometri da Vergato, verso Castel d’Aiano, si risale la valle del Torrente Aneva, un affluente del Fiume Reno. Ben presto si inizia ad entrare in un paesaggio dove il tempo non sembra essere trascorso: Labante e la sua scintillante cascata.

Nel 1782, l’Abate Serafino Calindri, ingegnere ed architetto, nella sua imponente opera storica e geografica dal titolo “Dizionario corografico…” così descrive questa località: “…Un’acqua oltremodo copiosa e spatosa sorge nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale, la quale forma altresì un monte di spato…” Col termine “spato, a quel tempo, s’intendeva definire i minerali di vario tipo che si presentavano in grossi cristalli per lo più sfaldabili. Nel nostro caso si tratta di travertino, ovvero di una roccia sedimentaria calcarea semi compatta formata da resti vegetali, che si sono concrezionati tra loro, per la presenza di un’acqua ricca di Carbonato di Calcio, lasciando dei vuoti. La località era già nota, nel XVI secolo, al naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi che ne parla nel suo considerevole lavoro Museum metallicum, mostrando un’immagine di questo travertino. Giovanni Cinelli Calvoli, medico e letterato della metà del ’600, cita Labante nel suo libro “Biblioteca volante” affascinato dalla particolarità del luogo. Meritano di essere ricordati, a tal riguardo, anche il geologo Domenico Santagata del 1836 ed il famoso archeologo Giovanni Gozzadini, che visitò Labante durante la sua importante campagna di scavo nell’etrusca Marzabotto. Nel 1868, il paleontologo Giovanni Capellini studiò questo sito, come pure Luigi Bombicci, creatore del museo di mineralogia che porta il suo nome.

La cascata di Labante - Foto G. Rivalta
Le origini geologiche

Questo curioso rilievo, su cui si erge San Cristoforo di Labante, tipica chiesetta settecentesca, con i milioni di anni si è ingigantito per la presenza di una vena d’acqua ricca di Carbonato di Calcio. Infatti questa sorgente scaturisce da rocce sedimentarie depositatesi circa diciassette milioni di anni fa in un antico mare caldo e ricco di organismi in cui vivevano numerosissime specie di molluschi. Le loro conchiglie, fossilizzandosi, hanno liberato la calcite la quale, dopo i ripetuti sollevamenti dell’Appennino, ha arricchito le acque sorgive di questo minerale. Inoltre la presenza di materiali vegetali ha fornito una certa quantità di Anidride Carbonica che, insieme ad una sensibile differenza di temperatura alla sorgente, ha creato questo fenomeno concrezionale (travertino). La roccia, apparentemente compatta, in realtà assomiglia più ad una spugna (da cui il termine locale di “sponga”), nella quale si riconoscono foglie, piccoli rami, muschi e sfagni che sono rimasti ricoperti dalla bianca calcite. La cascata, perenne, mantiene attivo questo fenomeno della Natura.

Suolo della grotta con concrezioni di pisoliti - Foto G. Rivalta
Le grotte del piccolo massiccio roccioso

Per la sua origine, questo dosso di travertino racchiude al suo interno diverse cavità più o meno grandi. La caratteristica di questi vacui è classificata dai geologi di origine “primaria”, un caso piuttosto raro quando si parla di carsismo. Infatti qui le cavità si sono create contemporaneamente alla roccia in cui si sviluppano (come anche avviene nelle gallerie di lava), mentre le così dette grotte “secondarie”, la maggior parte, si sono prodotte per l’alterazione (corrosione ed erosione) dei materiali in cui si sono formate.

La Grotta di Labante è quella di maggiori dimensioni, con oltre 54 metri di sviluppo e 15 metri di dislivello, ed è accessibile attraverso alcuni ingressi. Passando su una passerella di legno, che scavalca un piccolo laghetto, si entra in un basso passaggio concrezionato costantemente bagnato dallo stillicidio. Sul pavimento si trovano delle piccole pisoliti. Queste concrezioni libere dalla forma rotondeggiante si creano proprio dove le gocce d’acqua, cadendo sul suolo, depositano il carbonato di calcio attorno a frustoli vegetali o pezzetti di roccia, ricoprendoli. Tali sferule sono anche definite “perle di grotta”. Dopo poco la volta si alza e ci si trova in una camera con un’apertura che dà all’esterno. Subito in basso vi è un altro piccolo ambiente, mentre, verso l’alto, s’innalza un camino che esce sulla cima del monticello. Diverse nicchie sono state scavate sulle pareti in epoca antica, come vedremo.

Il dosso di travertino fotografato nel 1868 dal Prof. Capellini
Particolare della cascata - Foto G. Rivalta

La cascata nei secoli ha subito un’evoluzione evidente. Confrontando una fotografia che scattò il Prof. Capellini nel 1868 con un’immagine odierna, si nota quanto questa collina di travertino, in poco più di centocinquant’anni, si sia evoluta, accrescendosi. Nel 1933 il ricercatore bolognese Luigi Fantini realizzò altre foto dove si notava un avanzamento della cascata in cui, già a quel tempo, alcuni ingressi di cavità erano stati ormai nascosti da nuovi strati di travertino. Normalmente dove esiste una cascata la caduta d’acqua causa una erosione del bordo roccioso, facendolo arretrare (come nel caso del Niagara). Qui avviene esattamente il contrario.

Da ricerche condotte dall’archeologo Fabrizio Finotelli insieme a Danilo De Maria (entrambi del GSB-USB), nell’area si è evidenziata la presenza di tracce di antichi lavori di cava ormai ricoperti da strati di terra. Inoltre è stato effettuato un particolareggiato rilievo in 3D delle diverse grotte, comprese anche quelle che si trovano lungo il sottostante corso dell’Aneva, in cui esistono altri notevoli concrezionamenti in gran parte nascosti dalla vegetazione. Dove s’incontrano ambienti sotterranei, anche lì la vita è penetrata all’interno creando un vero e proprio ecosistema ipogeo. Infatti per la presenza di una elevata umidità, dovuta ai costanti percolamenti dell’acqua che scorre al di sopra, all’interno vivono grilli depigmentati dalle lunghissime antenne (Dolicopode), zanzare e ragni del genere Meta, tipicamente amanti degli ambienti umidi e con scarsa o nulla illuminazione. Anche alcuni pipistrelli trovano riparo in queste cavità.

A pochi metri, a lato della Grotta di Labante, ne esiste un’altra con uno sviluppo di oltre venti metri: la Grotta dei Tedeschi. Anche questa presenta belle colate alabastrine. Il vecchio parroco Don Gaetano Tanaglia, osservando la natura di questo vacuo, iniziò ad allestire all’interno un suggestivo presepio protetto da una cancellata che ogni anno a Natale viene riproposto ai visitatori.

Tipica flora della cascata - Foto G. Rivalta
Labante, un luogo Sacro

Le sorgenti hanno sempre rappresentato, per i popoli antichi, dei siti avvolti da un indiscutibile mistero, poiché si credeva che fossero le zone in cui l’Uomo poteva entrare in contatto con il mondo sotterraneo, dove risiedevano le divinità. Per il popolo etrusco il culto delle acque ha sempre assunto un significato molto importante. L’acqua era considerata una fonte di vita. All’interno della Grotta dei Tedeschi fu trovata, nella parte alta, una ciotola inglobata nel calcare, mentre più in basso, in una nicchia, furono portati alla luce un bicchiere, una moneta ed un bronzetto evidentemente lì posti come dono votivo. Il bronzetto etrusco, realizzato probabilmente in un’officina di Kainua (Marzabotto), risulta del V secolo a. C. Queste statuette in bronzo, in epoca etrusca, ma non solo, furono usate a scopo devozionale per chiedere agli dei delle guarigioni o intercessioni di altro tipo. Casi analoghi si ritrovano in stipi (luoghi sacri con deposizioni di oggetti votivi) a Monte Bibele, a Monteacuto Ragazza e in altri siti come ad esempio la grotta di Re Tiberio nei pressi di Riolo Terme. Il bicchiere è del VI secolo a.C. e ricorda materiali simili a quelli provenienti da Montericco nell’imolese. La moneta con l’effige di Giano Bifronte è di Età Repubblicana, e databile verso la seconda metà del III secolo a.C.

Ancora oggi si possono osservare pezzetti di ceramica, probabilmente medievali, inglobati nella roccia all’interno della Grotta di Labante, a dimostrazione di una continua frequentazione del luogo. Sempre in questa cavità vi sono, sulla parete di fondo, delle nicchie, dei ripiani o anche semplici incavi che testimoniano, ancora una volta, le trasformazioni subite da questa cavità per la continua frequentazione.

Campione di travertino di Labante - Foto G. Rivalta
Labante come luogo di attività estrattiva

L’edilizia dell’Appennino bolognese ha scoperto, fin dalle epoche passate, il travertino di Labante. Ormai è assodato che nella etrusca Kainua (Marzabotto)le necropoli ed i templi della città furono innalzati estraendo questa roccia. Ritrovamenti furono fatti lungo la valle del Reno a Sibano, a Fontana di Sasso Marconi e fino a Felsina (antico nome di Bologna, n.d.r.), come testimoniato dalle tombe all’interno dei Giardini Margherita. Anche al santuario etrusco di Monteacuto Ragazza (comune di Grizzana Morandi) sono presenti elementi di travertino portati da Labante. Lo scavo della parete di cava a cielo aperto che si vede vicino alla Grotta dei Tedeschi (effettuato negli anni ’60 del secolo scorso) per fortuna chiuse dopo appena un anno di attività. La roccia veniva tagliata mediante delle grandi seghe circolari. Oggi la ex cava è stata rinaturalizzata.

Grazie alle lunghe insistenze di Beppe Minarini del GSB-USB) e dell’allora parroco Don Gaetano Tanaglia, la Regione Emilia-Romagna nel 2006 ha legiferato dichiarando le Grotte di Labante un S.I.C. (Sito di Interesse. Comunitario), inserendolo nella Rete 2000 E/R con il codice IT4050028-ZSC-Grotte e Sorgenti Pietrificanti di Labante. Oltre alla sua biodiversità il sito comprende la più grande grotta primaria d’Italia.

Le Grotte di Labante sono diventate un richiamo turistico importante adatto anche ad un turismo lento, grazie a per tutti i percorsi attrezzati che si dipartono da qui, dove si può godere di un ambiente naturale con un’aria pulita e per le “chiare e fresche dolci acque”, per dirla con la famosa lirica del Petrarca…

Tomba di travertino a Kainua - Wikimedia Comons by Martin Ago
Copertina di "Le grotte bolognesi" di Luigi Fantini (1934), illustrazione raffigurante le Grotte di Labante

In copertina: Sala delle Nicchie – Foto G. Rivalta