È una fredda sera di fine novembre. Venezia è immersa nella nebbia. Piazza San Marco pulsa nella sua bellezza sfuocata, ovattata.

Al primo piano del Museo Correr, uno dei più noti e prestigiosi della città, nel sontuoso salone ottocentesco, il Salone da Ballo del Palazzo Reale, si sta consumando un rito collettivo piuttosto insolito. Un evento apparentemente molto lontano dalla cornice prestigiosa, intrisa di cultura “alta”. Eppure, a volte, anche le idee più temerarie, le più strane, le più “fuori luogo”, possono sorprendentemente realizzarsi e in qualche modo reinterpretare il contesto in cui si sviluppano.

La sala è piena, le luci lentamente si abbassano. Un uomo alto e imponente, dietro un leggio, si rivolge con voce rispettosa alla Natura, alla Mamma di tutti noi, le parla, la interroga, si interroga. La sua voce è rispettosa. È come se viaggiasse dolcemente in mezzo alle parole, e le parole viaggiassero in mezzo ai boschi, rincorrendo spiriti leggeri, disperdendosi tra rivoli d’acqua, nascondendosi tra anfratti rocciosi solo immaginati, suggeriti, evocati.

È Davide Sapienza, scrittore e geopoeta, che con il suo testo Quadri dalla natura (Scrivimi Mamma) crea l’ambientazione, propone le coordinate, scompagina il nostro usuale filo dei pensieri, definisce il mood per ciò che sta per accadere.

Su uno schermo al centro della sala ha inizio la proiezione. Accompagnate da suoni naturali, scorrono immagini in bianco e nero girate in un luogo roccioso, impervio. Compare il titolo: Contrafforte Pliocenico di Marco Mensa. È come se l’autore di queste immagini avesse deciso di lasciarsi prendere per mano da una forza misteriosa per intraprendere un viaggio verso un ambiente sconosciuto, dove mille presenze naturali lo attendono. Nel fondo di una grotta ci sembra di intravedere la sagoma di un mostro preistorico. Le ombre di alberi scarni si proiettano sulla parete, come se volessero scrivere qualcosa. Esseri microscopici vagano alla ricerca di un futuro. C’è un che di primordiale, di solenne, come se stessimo osservando la deriva dei continenti, gli albori della vita. O forse solo, semplicemente, lo scioglimento di un ghiacciolo nel periodo del disgelo, l’affaccendarsi di un formicaio, la pioggia che cade. Ascoltando il Contrafforte.

A terra, nella sala, sono disposti tanti fogli bianchi. Una donna è accovacciata sul pavimento. Concentratissima, senza distogliere gli occhi dalle immagini che scorrono sullo schermo, lascia che la sua mano vaghi liberamente sui fogli, lasciando dietro di sé una traccia con un carboncino. Lentamente sul pavimento si compone un groviglio di segni, geometrie fluide, una “scrittura sconfinata”. È così che Monica Dengo, artista-calligrafa, definisce la sua ricerca, fatta di sperimentazione a cavallo tra le scritture del mondo, scritture intellegibili e non, scritture note e sconosciute, alfabeti per noi chiarissimi o caratteri non ancora decifrati. Ma soprattutto ricerca sul segno libero, senza confini, e sulla sua potenza espressiva. Ricerca sul nostro naturale produrre “segni”.

E così infatti è. In risonanza con la performance di Monica, seguendo le suggestioni di Contrafforte Pliocenico, le circa cento persone presenti in sala, a cui sono stati consegnati un blocco di fogli bianchi e una matita, si ritrovano a tracciare segni spontanei, a lasciarsi andare, a seguire istintivamente il messaggio che arriva dalle profondità della terra, ad essere co-protagonisti di un esperimento che si sta consumando nel qui e ora, alla ricerca di un dialogo, di un confronto, con la Natura e con la sua scrittura.

È un esperimento che mette insieme la parola, l’immagine, il suono, il segno, il nostro essere animali pittori, disegnatori, scrittori. Il nostro voler lasciare una firma sulle pareti di antiche grotte, il nostro voler dire “io c’ero”, questo segno è mio, così che quelli dopo di noi potessero interrogarsi sulle nostre intenzioni. Il nostro voler leggere messaggi nelle nuvole, negli astri, nel volo degli uccelli, l’intravedere volti nascosti che fanno capolino tra gli alberi del bosco, per poi scoprire che è l’intero bosco a parlarci.

Il filmato finisce, Monica si rialza. Ha le mani completamente nere di carboncino. Uno spettatore le fa i complimenti per quelle sue mani sporche, le dice che per lui vederla rialzarsi con le mani sporche è stato quasi un momento di illuminazione. Viene rivelato al pubblico che tutta la colonna sonora del film è stata realizzata dal sound designer Diego Schiavo registrando suoni prodotti esclusivamente con la sua bocca. Un esperimento di “sound design organico”, che lascia, ça va sans dire, a bocca aperta.

I blocchi si chiudono, le matite ormai consumate vengono riposte. Ognuno si porta a casa la sua “scrittura sconfinata”, e forse nei prossimi giorni proverà a dare un’interpretazione, a scorgere un messaggio ancestrale tra quei segni sconnessi. Tutti hanno la sensazione di aver fatto parte di un evento speciale, come se in quella mezz’ora fosse successo qualcosa di veramente importante, anche se non si riesce bene a dire cosa sia. Ce ne andiamo con quel senso di pienezza, di comunità, e di stupore.

La creazione pulsa e cammini il sentiero invisibile dell’orogenesi, il poema che la geografia compone ogni giorno: impercettibile e mai terminata. È il segreto della natura, il modo che ha di spiegarci perché ne facciamo parte, perché ne abbiamo bisogno. Noi ci siamo perché lei è. L’Occhio che si apre e ci guarda è il suo. L’acqua che vi scorre è la sua. La vita che viviamo è la sua.

(Davide S. Sapienza, da “Il Geopoeta – Avventure nelle terre della percezione” – Bolis Edizioni)
L'installazione della mostra "East-West Calligraphy", di Monica Dengo e Kazuaki Tanahashi

Note:

  • La performance “Ascolto” a cura di Monica Dengo, si è svolta a margine della rassegna “East West Calligraphy – Opere di Kazuaki Tanahashi e Monica Dengo”, Museo Correr, Venezia, 18 novembre 2023 – 7 gennaio 2024. 
  • Si ringrazia Monica Viero, responsabile della Biblioteca del Museo Correr, per aver reso possible questa iniziativa
  • Tutte le immagini di questo articolo sono di Marco Mensa