Il Museo dei Botroidi, situato a Tazzola, nella Val di Zena, è una raccolta unica di sassi molto particolari, dalle forme insolite, che suggeriscono alla fantasia dell’osservatore le figure più disparate. Abbiamo fatto una chiacchierata con il fondatore del Museo, Lamberto Monti, di formazione archeologo.

Lamberto, ci puoi spiegare cosa è esattamente un botroide?

La parola deriva dal greco antico e significa “a grappolo”. In geologia viene usato in tutto il mondo, all’infuori che in un paese, in Romania, dove vengono chiamati “trovanzi”. Oltretutto i botroidi della Romania sono anche patrimonio dell’UNESCO…

E i botroidi della Val di Zena che storia hanno?

I nostri hanno una storia molto particolare, perché risalgono al periodo in cui qui c’era il mare. Questi sassi all’interno hanno delle concrezioni, cioè delle conchiglie che fungono da nucleo, e il fango del mare si è cementificato intorno a questo nucleo. Quando la terra è riemersa, i fiumi hanno lavorato questi sassi, arrotondandoli e creando tante strane forme. L’archeologo Luigi Fantini ne raccolse tantissimi nel secolo scorso. Ne era molto attratto e li trovava proprio buffi. Diceva che li raccoglieva perché non poteva proprio resistere, quando li vedeva doveva prenderseli a casa. Li chiamava “pupazzi di pietra”.

Prima di lui, nel 1500, anche il naturalista e botanico Ulisse Aldrovandi ne raccolse molti nella zona di Monte San Pietro e Crespellano, sempre intorno al Contrafforte Pliocenico. Secondo Aldrovandi assomigliavano a qualcosa di esistente: la zucca, il melone, la tartaruga… Ma forse all’epoca Aldrovandi non aveva compreso bene la loro formazione, perché l’idea di una conchiglia a 300 metri d’altezza era un po’ strana. Fantini invece lo capì immediatamente. La loro storia è proprio quella del mare, tutte le arenarie della nostra zona raccontano di quel mare, così come il Monte delle Formiche, chiamato “pesciaia” perché è pieno di pesci fossili e conchiglie di ogni tipo. Stessa cosa a Livergnano e a Sasso Marconi, che anche sono chiamati “pesciaie”.

Quindi i botroidi esistono in tante parti del mondo?

Sì, in tantissimi luoghi. Me ne arriveranno alcuni persino dalla Nuova Zelanda. Se ne trovano in Cile, ma anche in Algeria, dove sono chiamate “bambole del deserto”… Poi se ne trovano in Libia, in Francia. Pensa che a Parigi esiste addirittura un monumento al botroide. In Italia ce ne sono di bellissimi in Puglia, e anche a Pesaro, proprio sulla spiaggia tra Pesaro e Gabicce, ce ne sono tantissimi. Un’altra cosa fantastica è che sta nascendo un museo dei botroidi in Basilicata, dentro una grotta vicino a Matera….

Raccontaci invece la storia del vostro museo.

Il museo è nato un po’ per caso. Io sono un archeologo, ma nel 2006 avevo detto basta con l’archeologia. Prima di smettere però volevo fare qualcosa per la zona dove sono cresciuto, a cui sono molto legato. Allora mi son chiesto: “cosa posso fare?”, Beh, c’era questo mito del Castello di Zena, dove da ragazzino andavo quasi tutti i giorni in bicicletta. È un castello abbandonato, diciamo che dal dopoguerra in poi non ha più avuto fortuna, per rimetterlo a posto ci volevano troppi soldi. Allora io ci andavo dentro, facevo i miei giri, mi ero proprio innamorato di quel posto, e pensai di farne il rilievo.

Così ho chiesto aiuto al Gruppo Speleologico Bolognese, e con loro abbiamo mappato tutto il castello. Mentre facevamo il rilievo, in un sottoscala nascosto, abbiamo trovato dei vecchi fustini di detersivi degli anni ’60 e ’70, pieni di sassi, con dentro dei fogli di giornale che datavano al 1977. E c’erano anche gli appunti di Fantini, in cui lui (che aveva un carattere molto giocoso e scherzoso) aveva dato dei nomi a questi sassi. In alcuni ci vedeva un gufo, in un altro il fico, e così via. Poi indicava anche dove li aveva trovati, fondamentalmente tutti sullo Zena, sull’Idice e un po’ sul Savena. E anche la data del ritrovamento. C’erano più di 20 fustini, tutti pieni di sassi, ed erano stati lasciati lì da Fantini proprio poco prima della sua morte. Poi mi sono informato e ho scoperto che Fantini frequentava quel castello perché il custode era un suo vecchio amico. Allora mi sono detto: “Cosa faccio? Sono 30 anni che questi sassi sono qui sotto, proviamo a inventare qualcosa”.

Inizialmente li avevo messi in una stalla in disuso che avevo alla Tazzola. Li tenevo lì per vederli, e anche un po’ per studiarli. Un giorno capita che un nostro conoscente, non vedente, arriva lì e inizia a toccare questi sassi. Però, toccandoli, lui vedeva quello che vedevo anch’io, quello che aveva visto anche Fantini, cioè dei pupazzi, delle bambole. Allora mi sono detto: forse il metodo giusto per far vedere questi sassi è farli toccare. Allora ho pensato di fare un museo qui alla Tazzola, dedicato proprio a Fantini.

Con l’aiuto di un architetto abbiamo restaurato la stalla con zero spese, usando la terra e le sabbie gialle bolognesi. Abbiamo creato un percorso dove non ci sono vetrine, tutto è tattile, e questo ha reso il museo accessibile veramente a tutti. Poi volevo che fosse sempre aperto, e questo l’abbiamo risolto con mio cugino, che abita lì, e che lo apre tutte le mattine. Anche se si capita in un giorno di pioggia, fuori c’è il suo numero di telefono, lui arriva e te lo apre, e chiunque può visitarlo liberamente. Quando la gente mi chiama non ci crede che siamo sempre aperti…

È stato difficile costruire questo Museo?

Si, ci sono voluti diversi anni. I sassi li ho trovati nel 2006, e il museo è nato solo nel 2014. È stato proprio l’ex sindaco di Pianoro, Gabriele Minghetti, una persona fantastica, che ci ha dato un grosso aiuto. Venne a trovarci e mi disse: voglio che tutte le scuole del territorio vengano a vederlo. Il suo sostegno ci ha dato il coraggio di andare avanti.

Immagino che i ragazzi, i bambini siano affascinati da queste forme.

Sicuramente! Ci siamo anche inventati il presepe dei botroidi, facendoli colorare ai bambini, ma a volte anche agli adulti. Costruiamo dei presepi che portiamo in giro, diventano delle specie di musei circolanti. In più abbiamo anche una vetrina in centro a Bologna, in un’enoteca, dove teniamo i sassi. E funziona benissimo, perché la gente arriva per bere un bicchier di vino, poi alla fine nota questi sassi, e anche la persona più distratta si incuriosisce, e poi viene a vedere il museo.

Questa idea del museo circolante l’abbiamo copiata, con tutto rispetto, da Luigi Bombicci. Fu lui che alla fine dell’800 inventò il museo circolante, pensando proprio che un museo non deve aspettare le persone, ma deve uscire fuori, altrimenti viene sempre la stessa gente. All’inizio, al Museo dei Botroidi, venivano solo dei geologi, qualche archeologo e gli amanti dei sassi. Ma non era quello il pubblico che io volevo, io volevo tutti gli altri. Adesso li abbiamo, e questo è molto positivo.

Quante visite avete?

L’anno scorso abbiamo raggiunto quasi 2000 persone, pur con quattro mesi di chiusura forzata, perché ci sono state le frane.

Un’ultima domanda: questa zona, con il Monte delle Formiche, il Contrafforte Pliocenico, e tanto altro, ha davvero un fascino primordiale, un alone di mistero. Secondo te qual è il suo segreto?

Io so che tutte le persone che porto in giro in questa zona alla fine si innamorano. La frase più bella l’ha detta un mio amico marchigiano che, dopo aver fatto tutto il giro della Val di Zena, arrivato fino al Monte, mi disse: “Questa zona è bellissima, va valorizzata. Il suo fascino è la somma di tutte le cose che contiene”. Cioè, le formiche alate, il monte con questo panorama pazzesco, tutta la valle. Anche il nome Zena, che andrebbe studiato da un punto di vista storico e archeologico, perché significa Genova.

E noi sappiamo che in queste zone c’erano i Liguri, insieme ai Celti e agli Etruschi, a fare un po’ una linea gotica contro i Romani. Sarebbe bello
indagare anche questi aspetti. Mi ricordo i racconti di mia nonna, che mi diceva che le donne, appena sposate, venivano portate al Monte delle Formiche a sedersi sopra ad una pietra di arenaria, perché quella pietra calda dava loro la fertilità per avere tanti figli sani. Insomma, tutte queste storie sono bellissime e, secondo me, creano un insieme unico. Qui c’è veramente di tutto: spiritualità, religione, natura, geologia, archeologia, e paesaggio. Il tutto in pochi chilometri…

Tutte le foto presenti nell’articolo sono di Marco Mensa.