The land you belong: ritorno alle origini

THE LAND YOU BELONG è un road movie esistenziale che indaga il tema dell’identità tramite la ricerca e il punto di vista personale della regista: Elena, una ragazza italiana, adottata a sei mesi dalla Romania nel 1990. Dopo 30 anni, Elena compie un viaggio alla ricerca delle sue origini con un compagno inaspettato: Gerard, fratello ritrovato, di sangue, e al tempo stesso perfetto sconosciuto. I due viaggeranno in auto dall’Italia fino in Romania, per incontrare i genitori biologici, cercando di rispondere a una domanda: “Cosa determina chi sei? Il paese in cui nasci? La famiglia che ti cresce?”

Sono nata l’8 Ottobre 1990 a Bucarest, in Romania, e sono stata adottata dalla mia famiglia italiana, piacentina, quando avevo 6 mesi. I miei genitori mi dissero dell’adozione quando avevo 8 anni e, per quel che ricordo, presi bene la notizia. Sono cresciuta in un buon ambiente, ho studiato e ho sempre avuto propensione per l’arte. Inizialmente disegnavo, mi sono laureata in Arti Visive a Brera a Milano e poi sono passata alla fotografia e al video perché cercavo sempre di raccontare storie. Una volta presa la videocamera in mano non l’ho più lasciata e ho deciso che il cinema sarebbe stata la mia strada.

Questo film documentario è cresciuto con me. Sui documenti io sono italiana tra gli italiani. Biologicamente sono rumena. Ad un certo punto ho iniziato a chiedermi: e se fossi cresciuta a Bucarest? Se fossi stata adottata da genitori americani o se fossi cresciuta in orfanotrofio, sarei quella che sono oggi? L’idea del film nasce quindi dall’urgenza personale di scoprire chi sono, da dove vengo: “Conosci te stesso e conoscerai il mondo”. Ho capito, con il tempo, che il tema che mi interessava e che potevo esplorare era quello dell’Identità. Ma son dovuti passare diversi anni prima di potermi sentire pronta – umanamente e professionalmente – per questo viaggio.

Legalmente dovevo aspettare i 27 anni per poter visionare i documenti d’adozione, così nell’attesa iniziai a scrivere e a riscrivere bozze di concept, di dossier. Leggevo libri e guardavo film o servizi video che potessero avvicinarmi, seppur con l’immaginazione, al contesto dal quale i miei genitori adottivi italiani mi avevano portato via, e salvato, si può dire. Mi colpì molto leggere delle leggi pro-vita che fece Ceausescu per accrescere la forza demografica del paese, dando incentivi a “madri eroine” e alle famiglie, che perciò facevano tanti figli senza considerarne l’effettiva sostenibilità. E lessi anche delle conseguenze sociali ed economiche del crollo del regime comunista, della caduta del paese nella povertà assoluta, e del forte fenomeno degli abbandoni di bambini negli orfanotrofi. Tutto il resto è storia.

Il film è rimasto fermo in un cassetto fino al 2020, quando il concept venne selezionato al “Pitch2Script” di AGICI (Associazione Generale Industrie Cine-Audiovisive Indipendenti). Lì ho potuto incontrare diverse produzioni nazionali, tra cui la Small Boss di Parma, con la quale ci siamo scelti. Abbiamo così intrapreso tutti gli step di finanziamenti, scritture, riscritture, fino a vincere i primi fondi tra cui il contributo dell’Emilia-Romagna Film Commission, poi l’Eurimage, fino ad oggi, con il film pronto da distribuire.

The land you belong, tramite il pretesto della ricerca personale delle origini, mira ad indagare il concetto universale di identità attraverso la forma del viaggio. Spero che sollevi domande e dubbi su ciò che è percepito come “Sé” e che incoraggi l’apertura verso l’”Altro”. Nel film si documenta il percorso di ricerca della mia famiglia biologica e quello emotivo-interiore della ricerca di sé: si inizia dal mio quotidiano, con i miei genitori adottivi, con cui leggiamo insieme per la prima volta i documenti d’adozione, e scopriamo che, da figlia unica in Italia, in realtà ero la sesta di altrettanti fratelli e sorelle. E che ho un fratello con cui condivido lo stesso padre e la stessa madre: Gerard, il quale fu adottato a sua volta (più tardi rispetto a me), che oggi vive a Bruxelles, e fa il musicista. Non perdo tempo e decido di contattarlo per chiedergli se vuole partire all’avventura con me e conoscerci in questo viaggio a ritroso verso Bucarest. Lui, folle quanto me, accetta.

Sapevo che per questo progetto mi sarei dovuta spingere al di fuori dalla mia comfort zone: stare davanti alla videocamera e non solo dietro. Avrei anche dovuto mostrare me stessa senza filtri, al servizio della storia e del film, sia come persona-personaggio sia come regista. Non essendo un’attrice, era importante che non sapessi troppo né di Gerard, né di quello che avrei potuto trovare una volta giunti a destinazione. Ne andava dell’autenticità delle emozioni e della tensione narrativa del film. Così mi sono imposta di non cedere alla curiosità e di entrare nella storia genuinamente.

Le riprese hanno seguito il naturale svolgersi degli eventi e dei diversi stadi della ricerca. Per quanto non sia un’amante della voce fuori campo, è stato necessario usarla per raccontare la mia evoluzione interiore. Abbiamo inserito anche del materiale girato da me e materiale d’archivio personale, utilizzandoli il più possibile in modo emotivo e poetico, come un diario visivo, piccoli momenti alternati alle riprese in terza persona fatte dalla troupe con la quale ho lavorato moltissimo. Con Carmen Tofeni, la direttrice di fotografia che ho scelto per questo progetto, abbiamo preparato e pre-visualizzato molto.

Da quando ho potuto indagare nei miei documenti ho realizzato che la mia storia personale si prestava molto bene per indagare il tema dell’identità e metterlo in discussione.
La forma del viaggio coincideva perfettamente su tre livelli tematici: è uno spostamento fisico che apre a tanti imprevisti e possibilità, ed è il viaggio che i miei genitori adottivi fecero 30 anni fa; è una metafora di viaggio interiore di un personaggio, ed è un viaggio nel tempo, visto che si va verso il passato, a trent’anni di distanza.

Non ho avuto dubbi che Gerard sarebbe dovuto essere il mio compagno di viaggio. Credo davvero che se trascorri un’esperienza di viaggio, h24, con una persona, la si possa conoscere moltissimo. Due persone, nate dagli stessi genitori, cresciuti separatamente in posti diversi del mondo… possono essere davvero simili? Un albero i cui frutti cadano lontano e in terre diverse… e diventino nuovi alberi… daranno gli stessi frutti?

In parte sì. Ed è stato un aspetto che mi ha terrorizzato. Quando ci siamo incontrati per la prima volta, di persona, ammetto che tutto è andato in tilt. C’era la somiglianza, la vedevo… ma non volevo affatto vederla. Era come se il mio cervello rigettasse il fatto che ora ci potesse essere un’altra versione di me, diversa e simile, in giro per il mondo, e che si chiamasse Gerard. In più c’era anche il pensiero che mi ricordava che questo ragazzo, per quanto possa percepirlo ad istinto, in verità non lo conosco affatto. Non sapevo quasi niente di lui. E così, in viaggio, e con tanta voglia di scoprirci e di conoscerci, ci siamo conosciuti veramente.

All’inizio eravamo tesi, in imbarazzo, alternavamo momenti di continue chiacchiere con domande su domande e momenti di silenzio. Prima fai tanti discorsi sul nulla, per scaldare l’atmosfera, poi ti presenti con la tua maschera migliore, l’immagine di te che ti piace di più raccontare… e poi si può andare in profondità. Se l’altro te lo permette.
Con Gerard non è stato facile. Ad un certo punto sentivo che mi rispondeva con grandi filosofie… frasi fatte… un’iper-positività che talvolta mi infastidiva. Per lui era facile chiamarmi “sorella”, mentre a me faceva un effetto strano.

Gerard è stato molto coraggioso, lo ammiro e gli devo molto. La sua storia d’infanzia è ben diversa dalla mia. Alcune ferite sono ancora aperte. È cresciuto negli orfanotrofi fino agli 8 anni… e poi è stato adottato tramite un programma tv romeno simile a “Domenica In” chiamato “Duminica in Familiie”, che proponeva una modalità d’adozione inversa: il bambino avrebbe scelto i genitori con cui andare a vivere.
Io sono una privilegiata. Ma ho potuto capirlo solo dopo che si è aperto totalmente con me, e questo mi ha portato a riflettere ancora di più sulle molteplici forme che può prendere la nostra identità. Come sarei oggi se fossi cresciuta negli orfanotrofi?

Una volta arrivati a Bucarest la ricerca ha preso un’altra piega. Esistono diverse teorie scientifiche che dimostrano che la nostra memoria genetica contiene informazioni, magari inattive, legate anche al paese in cui si è vissuto e che possono riattivarsi.
Immergermi nel paese in cui sono nata, dove non ho mai vissuto prima, voleva essere una verifica di queste teorie. Mi chiedevo se, una volta a Bucarest, una parte profonda di me mi avrebbe fatto percepire un senso di riconoscimento e di appartenenza. 
Nutrivo grandi aspettative su questa sensazione. Mi aspettavo la stessa cosa dall’incontro con la mia famiglia biologica. Credevo che, ritrovandomi nel paese in cui sono nata, nella famiglia da cui provengo, mi sarei sentita “a casa”. Nel posto giusto.
Ad oggi posso dire che, su di me, non ha funzionato. Ho trovato un universo parallelo, una sorta di “sliding door”. E tante differenze.

Il vero ostacolo è stato quando sono entrata in contatto diretto con la mia famiglia biologica.
È stato molto emozionante ma anche molto strano. Era come essere un’altra me. Quella che sarei potuta essere, se fossi cresciuta là. A fare un barbecue domenicale al sole in famiglia.
Per una volta non stavo facendo un pranzo con la mia famiglia di sempre, ma con un’altra. In Italia mi chiamano Elena, in Romania mi chiamano Rebeca, perché mia madre biologica si chiama Elena. Emotivamente è stato un gran casino. Ma l’avere trent’anni, e un solido “Io”, mi ha permesso di navigare in queste acque tempestose senza perdermi.

Cerco di non spoilerare troppo… ma lì, ad un certo punto, avere la telecamera si è rivelato un problema e un motivo di conflitto, anche comprensibile, visto che la loro storia passata è delicata. Ma, così come Gerard era riuscito ad accettare me e la telecamera così facilmente, credevo che anche il resto della famiglia lo avrebbe fatto.
Invece ho dovuto sudarmela la loro fiducia. Anche rinunciando a riprendere in alcuni momenti. Era più importante prima conoscerli e dimostrare che non avevo cattive intenzioni. Ho dovuto spiegare e ribadire quanto fare film sia il mio lavoro, un lavoro che amo, e che avrebbero dovuto accettarmi così com’ero. E questo ha dimostrato quanto si sopravvalutino i legami di sangue. Sul momento non è stato facile ed è stato importante avere Gerard al mio fianco, e una troupe meravigliosa a supportarmi. Poi, se tutto fosse andato liscio come speravo, non sarebbe stata un’entusiasmante realtà, ma una finzione.

So che tutti – spettatori in primis – si aspettano una conclusione, una risposta chiara alla mia domanda esistenziale. Ma, più che delle risposte, mi sono rimaste tante domande, e spero di stimolarne altrettante in chi vedrà questo film.

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Laureata in Arti Visive e in Cinema, ha lavorato nei reparti di regia e produzione. The land you belong è il suo primo documentario lungometraggio.

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