Meet the Docs! all’insegna del dialogo

Sguardo sulla realtà del nostro tempo, contenitore di eventi, rassegna di documentari, proposta per la città di Forlì, e non solo. Meet the Docs! Film Fest è tutto questo. Giunto alla sesta edizione si rinnova, nutrito dalla stessa voglia di sperimentare, di stare sempre un passo avanti. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Matteo Lolletti e con la direttrice organizzativa Michela Corradossi.

Matteo, raccontaci cos’è Meet the Docs!…

In questi anni ci siamo costruiti un’identità precisa, che esce un po’ fuori dagli schemi consueti. Lo chiamiamo “Film Fest” ma in realtà non facciamo una call, un concorso, ma selezioniamo alcune opere che nell’arco degli ultimi due anni ci sono sembrate più interessanti. Il criterio è sia contenutistico, cioè nel dialogo che queste opere intrattengono con il reale, ma anche formale, cioè rispetto al linguaggio utilizzato nel documentario. Individuiamo questi documentari, di solito di recente produzione, e li mettiamo in relazione tra loro attraverso la schematizzazione dei giorni del festival in tematiche. Ogni giorno ha una sua tematica, in base alla quale selezioniamo i film.

Proiezioni, mostre, masterclass, panel tematici, workshop, presentazioni di riviste, musica, degustazioni e food. Qual è il vostro filo conduttore?

“Echi dal margine” è il titolo generale di questa edizione, ed è il nostro filo conduttore: i margini come confine, come soglia, come orlo, come bordo, come estremità, come fine di qualcosa e inizio di altro, come perimetro, come limite. All’interno di questo tema generale ci sono le articolazioni delle singole giornate. La prima è dedicata alla contaminazione tra le arti, la seconda alle migrazioni, la terza alle questioni di genere, la quarta ai conflitti, la quinta all’ambiente. In questi cinque giorni di festival componiamo un discorso, un viaggio. Cerchiamo di articolarlo con le proiezioni ma anche con appuntamenti diversi.

Michela, ci puoi raccontare un po’ dell’impronta “green”di Meet the Docs! ?

Per noi è molto importante. Abbiamo iniziato già dallo scorso anno con l’utilizzo di stoviglie compostabili e di prodotti locali per quello che riguarda la parte enogastronomica. Valutiamo l’attenzione alla sostenibilità dei fornitori seguendo criteri etico-ambientali e abbiamo eliminato la plastica monouso. Per quanto riguarda i consumi energetici l’area della rassegna viene gestita con un sistema di spegnimento manuale che permette di ridurre il consumo nel momento in cui gli spazi non sono utilizzati. Quest’anno abbiamo abolito completamente la plastica, e useremo gli erogatori d’acqua, per cui l’acqua sarà totalmente gratuita. Incoraggiamo le persone a portarsi la propria borraccia da riempire. Anche quest’anno abbiamo il bar e utilizzeremo prodotti a chilometro 0, prodotti locali. Abbiamo cercato di avere hotel il più vicino possibile alla location del festival in modo che le persone possano raggiungere a piedi gli spazi e quindi evitare il più possibile l’uso dei mezzi. Durante le giornate della rassegna sarà possibile, tramite l’utilizzo di un QR code, compilare un questionario utile all’organizzazione per valutare ulteriori misure, consigliate dal pubblico stesso, volte a favorire la sostenibilità ambientale.

Spazio EXATR, Forlì

E per quanto riguarda gli eventi paralleli al festival?

C’è la degustazione “Vini dal margine”, c’è un laboratorio di arte didattica per i bambini con l’associazione MarbreBlond, e molti altri eventi. Il senso è quello di avvicinare le diverse generazioni, e di coinvolgere sempre più i cittadini e le famiglie forlivesi.

Torno a te Matteo. Come si svolgono le proiezioni?

Una cosa che in questi anni ha contribuito a creare la nostra identità è che al termine di ogni proiezione noi apriamo quello che negli anni ’70 veniva chiamato “il dibattito”. Si, proprio il famigerato dibattito da cineforum, che Moretti tanto disdegnava, ma che negli ultimi tempi raccoglie sempre più interesse, direi anche entusiasmo, da parte del pubblico. Partendo dal tema del singolo documentario invitiamo i registi o persone esperte in grado di fornire un punto di vista particolare sul tema centrale del film. Abbiamo scelto in maniera consapevole di proporre questa tipologia di interazione con il pubblico, questo dialogo con la città, con i prodotti, con l’attualità, con il reale e con tutto quello che il reale porta con sé.

Perché è tanto importante l’idea del dialogo?

Lo dico molto sinceramente: fare un festival di documentari per noi è un atto politico, inteso proprio nel senso più nobile del termine. È un modo di intendere la realtà. Quindi per noi il festival è un dispositivo dialogico in senso ampio, sia con la città, con le storie che proponiamo, e con le persone che decidono di accoglierle e di raccoglierle. Per me un festival di cinema del reale non può che essere aperto, non può che essere interrogante, incessantemente impegnato in una discussione. Detto con una frase forse un po’ retorica: si devono distruggere i muri per costruire dei ponti, e un festival fa proprio questo.

Qual è il criterio per la scelta dei film?

Il contenuto è estremamente rilevante, sicuramente. Però prestiamo una attenzione particolare anche alle modalità di racconto. Siamo convinti che modalità narrative radicali, nuove, abbiano la medesima funzione del contenuto. È un tentativo per avvicinare linguaggi diversi. Il documentario negli ultimi anni vive una sorta di luna di miele con il pubblico, ma resta ancora una disciplina minoritaria, marginale. Provare a intrattenere il pubblico con forme un po’ meno concilianti di narrazione ci sembra importante. Poi ci sono anche prodotti che riescono a sintetizzare lo spirito del tempo in maniera esemplare, come è per Flee, uno dei film in programma. È un prodotto mainstream, che è stato candidato all’Oscar, però è dirompente, radicale, è fatto solo in animazione. Quindi non dobbiamo necessariamente essere oscuri, o di nicchia, proprio perché la tensione è quella al dialogo, da ogni punto di vista.

Collaborate anche con altre realtà del territorio?

Certo, un elemento di novità sono proprio i rapporti con alcune delle realtà che sul territorio si attivano e cercano di produrre cultura, come la collaborazione stretta con Città di Ebla, il collettivo artistico teatrale che organizza Ipercorpo, Festival di teatro contemporaneo. Tiresia invece è una realtà che si occupa di alfabetizzazione mediatica, composta da persone che non sono di Forlì, ma che hanno deciso di investire sulla città, di rimanere qui e di lavorare culturalmente sul territorio.

E il rapporto con la città di Forlì?

Forlì è una piccola città, ma è percorsa da fermenti incredibili. Qui ci sono Festival di teatro contemporaneo ai quali partecipano artisti internazionali, vengono da tutto il mondo per poter partecipare. Ci sono delle realtà creative e culturali davvero vibranti. La maggioranza del nostro pubblico continua a venire da fuori città, ma per fortuna abbiamo attivato un rapporto e un dialogo forte con l’Università che è un motivo di confronto e di crescita. A noi interessa continuare a lavorare sul territorio, sempre nell’ottica del dialogo. Ad esempio anche gli spazi in cui operiamo sono spazi cittadini, che erano in progressivo disfacimento. Oggi l’EXATR è diventato un centro culturale molto rilevante, anche se è attivo a singhiozzo.

Sembra un luogo molto interessante…

EXATR era un vecchio deposito delle corriere, costruito nel 1935, in epoca fascista. È stato abbandonato per decenni. Oggi ci operano due realtà culturali del territorio, che sono Città di Ebla e i ragazzi di Spazi indecisi. Appoggiati dal Comune di Forlì hanno trovato finanziamenti e stanno progressivamente rimettendo in sicurezza e sistemando gli spazi. Noi ci avevamo fatto le prime due edizioni di Meet the Docs!, poi c’è stata una pausa e siamo tornati l’anno scorso. Per noi è stato come tornare a casa, ci sentiamo parte del lavoro di risignificazione di questo spazio. Perché i luoghi di cultura sono luoghi di pace, sono luoghi di crescita, di confronto. Quindi anche riuscire a restituire alla città uno spazio di confronto, di pace e di dialogo per noi resta fondamentale.

Note:

La rassegna è organizzata da Sunset in collaborazione con Città di Ebla e Tiresia, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì e con il supporto di BCC ravennate, forlivese e imolese.

Nel programma della sesta edizione: l’anteprima nazionale in sala di Purple Sea, il documentario che ha sconvolto la Berlinale del 2020, documentari pluripremiati come The Earth is Blue Like an Orange (vincitore al Sundance), Flee (candidato a tre premi Oscar), e altri film evento come Now, nuovo film di riferimento per il movimento ambientalista.

Molti gli ospiti invitati ad approfondire i temi dei documentari. Tra gli altri: Gideon Levy, scrittore e giornalista israeliano, Maria Grazia Franceschelli, collaboratrice de il Mulino ed esperta di movimenti sociali e società civile nello spazio post-sovietico, Elena Giacomelli, ricercatrice dell’Università di Bologna nell’ambito degli studi sulla migrazione e sul cambiamento climatico, Yuri Ancarani, tra i maggiori video artisti italiani, Giulia Vescia, avvocata della Casa delle donne, aThomics, vignettista e militante Lgbtq, e rappresentanti di Amnesty International.

Tutte le foto nell’articolo sono di Juan Martin Baigorria.

In copertina: La locandina della sesta edizione di Meet the Docs!.

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Regista documentarista, è tra i fondatori di Ethnos.

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