Ascoltando il canto delle cicale

Il canto delle cicale è il nuovo documentario di Marcella Piccinini, autoritratto di madre con figlia, scritto insieme a Marianna Cappi. Diretto, montato e prodotto dalla stessa Piccinini, è stato presentato nella sezione Concorso Biografilm Italia del Biografilm Festival 2022, dove ha vinto una Menzione Speciale della Giuria.

La Giuria Biografilm Italia, formata dalla montatrice Francesca Sofia Allegra, dalla curatrice e produttrice Antonella Di Nocera e dalla sceneggiatrice e regista Anita Rivaroli, ha assegnato la Menzione Speciale della giuria di Biografilm Italia a Il canto delle cicale di Marcella Piccinini, “per la libertà con cui ha sperimentato e unito il lirismo delle immagini e delle parole a una grande ricerca sul suono e le musiche; tanto che il film, pur trattando una tematica tanto intima e dolorosa, si rivela un delicato atto poetico che riappacifica.”

Il film racconta la storia di Anna Maria, che in seguito ad una malattia, è accudita dalla figlia Marcella. “Non sanno le cicale perché all’improvviso smettono il loro canto” è uno dei versi che attraversano questo film sospeso tra frammenti di poesia e le parole degli amici Franco Piavoli e Gianni Sofri, mixati alle sonorità emotive delle musiche scritte da Marco Biscarini, dimostratesi tra gli stimoli più efficaci durante il coma della madre. Alcune di queste musiche sono le stesse del film La mia casa, i miei coinquilini, il lungo viaggio di Joyce Lussu, la storia della partigiana, scrittrice, attivista per i diritti delle donne raccontata dalla voce di Maya Sansa, che nel 2016 rivela Marcella Piccinini come regista esordiente.

Nel tuo film la poesia è la trama del tuo lessico famigliare. Ci puoi spiegare perché, da cosa nasce questa relazione e come questo elemento poetico ha influito sul montaggio?

La poesia mi è stata insegnata fin da piccola.

Mio nonno scriveva poesie utili, semplici, voleva che arrivassero nella profondità, senza intellettualismo.

Era umile, regalava i suoi versi a chi li amava.

Il nonno mi insegnava ad osservare la natura.

Insieme quando ero piccola, sotto l’albero di castagno di Borello, osservavamo la bellezza.

La bellezza delle immense code che fanno le formiche quando trovano un ostacolo, si spostano, contornano la foglia lungo il perimetro e passano oltre.

La bellezza del profumo di lavanda che diventa più intenso nei giorni più caldi.

Nonno Luciano mi faceva toccare le foglie della salvia perché rimanesse il profumo sulle dita, prima di addormentarmi.

Mi sono resa conto solo dopo, quando mia mamma è stata male, dell’enorme eredità delle sue poesie, perché ho capito che bastava aprire un suo libro per ritrovarlo ancora vicino…

Le poesie non muoiono.

Quando poi mia mamma è morta, ho avuto tanto bisogno di ritrovarli entrambi in quello che loro avevano seminato. Unire le poesie del nonno alle immagini della natura che ho girato è stato un po’ il nostro incontro strano e stupendo.

Andavo nell’orto, osservavo la micro-natura, leggevo le poesie del nonno e montavo il film. Mi sono così permessa di vivere il mio lutto, e di perdermi nella bellezza del mondo, per sopravvivere a una tragedia silenziosa, vissuta da tanti.

La ricerca musicale e dei suoni è anche un percorso terapeutico nel quotidiano della malattia di tua madre. Come è iniziata questa sperimentazione e quanto ha influito sulla costruzione della colonna sonora del film?

La musica è stato l’unico modo di comunicare con mia mamma fin dall’inizio della sua malattia. Anna Maria è stata in coma per un mese, ferma e immobile. L’unico segno era il battito del suo cuore che aumentava se le facevo sentire la voce della nonna francese, la musica di De André e di Guccini, la musica di Marco Biscarini che aveva composto per l’altro documentario su Joyce Lussu.

Mia madre aveva collaborato con me alla sua realizzazione, le musiche le aveva amate profondamente. Così tramite la musica, la voce della nonna francese, comunicavo con Anna, un vero miracolo.

In seguito alla malattia mia mamma era diventata afasica, la logopedista e la musicoterapia di Mauro l’hanno aiutata a comunicare. Anna Maria quando cantava riusciva a pronunciare molte parole.

Era una bellezza cantare in macchina con lei.

Così nel documentario ho inserito molte delle musiche di Marco composte per il film di Joyce Lussu, perché quelle musiche oltre a essere stupende, sono state importantissime per me e Anna, perché ci facevano comunicare in una dimensione per me impossibile da capire e raggiungere in altro modo..

Un regalo bellissimo che mi è stato concesso è stato poter inserire il brano “Le nuvole” di Fabrizio De André, che mia madre amava tanto e che cantavamo in macchina, a squarciagola.

I suoni del film invece sono un lavoro importantissimo fatto da Diego Schiavo. I suoni diventano sentimento, espressione, poesia, rabbia.

Che influenza stilistica ha avuto l’accesso agli Home Movies Archives di Bologna, che sono stati anche partner della tua produzione?

I video d’archivio sono importanti nel film, mi hanno aiutato a ricostruire i miei ricordi, a concretizzarli. Nella parte del film dove parlo dei ragazzini Rom che mia madre ospitava a casa, tramite le immagini che Michele Manzolini mi ha aiutato a cercare pazientemente, mi sono ri-emozionata montandole, così come con le immagini in super otto dei bambini a scuola. Il bimbo che salta con la rana è una poesia visiva.

Con la menzione speciale del Biografilm Festival si aprono adesso possibilità di distribuzione per il tuo film super indipendente?

Bella domanda! Questa è una grande sfida.

Io mi batterò perché questo lavoro sia distribuito il più possibile, visto l’argomento trattato. Parte da una storia personale, ma per raccontarne tante altre.

L’ isolamento delle RSA, le modalità affrontate durante la pandemia nelle strutture, le morti avvenute, la disumanità di molti luoghi. Non si può non parlarne, non si può continuare la propria vita come prima.

Spero che i festival accolgano il film con coraggio come ha fatto il Biografilm, spero nelle sale che hanno ospitato il mio lavoro in passato e nel passaparola delle persone. E poi chissà….

Il documentario su Joyce Lussu è arrivato al Senato e alla Camera dei Deputati. Io spero che anche questo lavoro arrivi dove possa servire a capire e a cambiare lo stato delle cose.

Quali sono i progetti futuri su cui stai lavorando?

Lavoravo da sette anni, prima che mia mamma morisse, a un progetto che ho molto a cuore, Maminka. Si concentra sull’evolversi della malattia di mia mamma. Non perché voglia parlare continuamente di mia mamma, ma perché nell’accudirla per sette anni ho documentato com’è importante la presenza del famigliare nella ripresa del malato.

I caregiver molte volte vivono in solitudine, non appoggiati da uno stato che li supporta. Dopo anni, spesso crollano, com’è successo anche a me.

Non sono fissata con l’autobiografico, anzi in passato ero contrarissima. Ho però capito che alcuni temi sono molto delicati, alcune sfumature possono essere colte molto bene solo da chi le ha vissute sulla propria pelle.

Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da Il canto delle cicale di Marcella Piccinini  

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Operatore culturale e brain stormer per natura, lavora da sempre alle pratiche creative con grande attenzione alle intersezioni disciplinari, con l’obiettivo di divulgare e praticare forme innovative di creatività.

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