AI e documentario: ai confini della realtà

Chi come noi lavora nella creazione e produzione di documentari da molti anni non può oggi non interrogarsi sul futuro del nostro lavoro, così come su quello di molti lavoratori del cinema, del giornalismo, e di tanti altri settori creativi. Perché? Beh è presto detto: l’avvento dell’intelligenza artificiale sta scuotendo il nostro settore dalle fondamenta.

Possiamo ancora pensare di fare a meno dell’AI? Possiamo ancora pensare che domani si continuerà a produrre film o documentari come se l’AI non esista, abbarbicandosi su posizioni “elevate”, come se l’uragano non ci possa toccare? Siamo franchi: l’uragano sta già bussando alla porta, o forse possiamo dire che è già entrato abbondantemente in casa.

La domanda quindi non è SE dovremo usare l’AI, quanto piuttosto: saremo in grado di non esserne sopraffatti? Sapremo usarla con misura, in modo etico? Riusciremo a mantenere il controllo creativo sulle nostre produzioni? Riusciremo a governare uno strumento che sta già rivoluzionando il nostro settore?

Troppe domande si affollano alla mente. Meglio partire dall’analisi di alcuni casi concreti.

Ci sono documentari prodotti negli ultimi anni in cui l’uso dell’AI ha avuto una funzione positiva. Parliamo ad esempio di Welcome to Chechnya, il documentario del 2020 sulla realtà delle persone LGBTQ+ in Cecenia.

Il film segue un gruppo di attivisti che rischiano la vita per salvare persone LGBTQ+ minacciate, detenute, torturate e giustiziate. Storie vere, storie vissute in prima persona, drammi che hanno bisogno di volti, di protagonisti in carne e ossa. Solo che mostrare i volti dei protagonisti significa anche esporli al pericolo di essere riconosciuti e perseguitati. Ed ecco allora l’idea geniale del regista David France: usare l’intelligenza artificiale e tecniche avanzate di sostituzione facciale non tanto per mascherare i volti, quanto per dare volti nuovi ai veri protagonisti, renderli irriconoscibili, pur mantenendo la percezione di avere davanti una persona reale. In molti si sono offerti volontari per prestare le proprie sembianze, per “metterci la faccia”, e nascondere così l’identità degli attivisti e delle persone LGBTQ+ di cui si racconta nel film.

In questo modo lo spettatore vede volti reali che mostrano emozioni reali, pur proteggendo l’identità di chi parla. E allora che dire, in questo caso? Santa tecnologia…

Siamo voluti partire da un documentario in cui l’AI ha giocato un ruolo positivo. Ma il quadro è quanto mai variegato, non ci sono certezze, ed è giusto provare a osservare il fenomeno da più punti di vista.

Certo che quando ci si imbatte in corsi online che ci propongono di studiare “l’uso dell’AI nel documentario” all’inizio si resta un po’ spiazzati. Come può il “cinema del reale” avvalersi di uno strumento che per sua natura (e per sua denominazione) è totalmente “artificiale”? Non siamo di fronte a una contraddizione in termini? E se si usa l’AI in un documentario, come possiamo tracciare la linea di confine tra il vero e il falso? Saremo in grado, nel giro di qualche anno (o di qualche mese, chissà), di distinguere una ripresa reale, fatta con una videocamera qualunque, da una sequenza generata dall’AI? Questa forse è la domanda più difficile, così come è difficile immaginare in che modo la mente umana si adatterà a un mondo in cui la realtà sarà sempre più stratificata, più sfuocata, più contaminata. E non è solo una questione di fake news, di separare le informazioni vere da quelle false (impresa sempre più ardua ahimé), quanto di riuscire a interpretare, a leggere questa realtà così complessa e così “artifi/reale”. O forse ci stiamo ponendo dei falsi problemi? Sarebbe bello avviare un dibattito tra colleghi…

Uno degli aspetti più controversi dell’irruzione dell’AI nel documentario è certamente quello che riguarda il trattamento degli archivi, delle voci e delle immagini di chi non può più dare il proprio consenso. Il caso più discusso è probabilmente Roadrunner, il documentario del 2021 sullo chef Anthony Bourdain, già scomparso nel 2018: per creare l’illusione che stesse leggendo alcune frasi che aveva scritto ma mai detto ad alta voce, il regista Morgan Neville ha fatto ricorso a un software capace di clonarne la voce. Quando la notizia è trapelata, la polemica è stata immediata: molti spettatori si sono sentiti traditi, perché nessuno li aveva avvisati che quelle frasi — seppure scritte da Bourdain — erano state lette da una voce creata con l’AI.

Il confronto tra i due esempi è significativo. In un caso l’AI protegge un’identità che deve restare nascosta, e lo spettatore lo sa fin dall’inizio, ne è consapevole e può vedere il film apprezzando questo ulteriore livello di attenzione verso i protagonisti (sappiamo che la responsabilità dei documentaristi verso i soggetti dei loro film è un altro tema molto discusso in questi tempi). Nell’altro l’AI ricostruisce qualcosa che sembra decisamente reale, senza che nessuno ne sia consapevole. La stessa tecnologia, usata con la stessa competenza tecnica, produce effetti diversi a partire da una fondamentale assunzione di responsabilità: cioè la decisione di dichiarare l’uso dell’AI in maniera trasparente.

E qui arriviamo al cuore del problema, quello che su cui tutti noi che lavoriamo nel “cinema del reale” dovremmo interrogarci: in che modo il documentarista può essere onesto verso i suoi spettatori, creando un patto di fiducia? Quanto si può manipolare un’immagine, una voce, un archivio, senza tradire il nostro impegno a raccontare la realtà, innanzitutto? Il confine è labile, e ho l’impressione che andando avanti tutto andrà a ibridarsi sempre più. Staremo a vedere.

Per accennare anche alla parte più tecnica del nostro mestiere, possiamo citare all’uso dell’AI nella trascrizione automatica e nella sincronizzazione delle interviste, operazioni che un tempo richiedevano ore di ascolto e battitura e oggi vengono restituite in pochi minuti, permettendoci di concentrarci sul montaggio invece che sulla trascrizione. Possiamo pensare al color grading e all’upscaling di footage d’archivio deteriorato, che ridà vita a materiali che sembravano irrimediabilmente compromessi. O al restauro e alla “colorizzazione” di materiale storico, un terreno su cui pure si aprono tante domande: colorare un filmato in bianco e nero della Prima Guerra Mondiale lo rende più vicino a noi, più empatico? È ancora un documento storico o è già una sua interpretazione?

Un discorso a parte merita l’AI generativa applicata alla ricostruzione narrativa vera e propria: non più il ritocco di ciò che esiste, ma la creazione di nuovi mondi, di nuove immagini. È qui forse che si colloca l’opportunità di espandere i confini del “documentario di creazione”. Ricostruire scene storiche con immagini o video generati, quando non ci sono materiali d’archivio a disposizione, offre effettivamente delle possibilità molto interessanti, anche se viene inevitabilmente da chiedersi dove finisce la ricostruzione (pratica antica quanto il documentario stesso) e dove comincia la finzione. Anche qui il dichiarare di aver usato l’AI nella produzione diviene di primaria importanza. Gira e rigira si torna sempre là: al patto di fiducia con il pubblico, alla trasparenza.

L’AI, però, non interviene solo nella produzione: sta cambiando anche il modo in cui i documentari vengono distribuiti e promossi. Alcuni strumenti offrono la possibilità di analizzare automaticamente il pubblico e ottimizzare i trailer, testando rapidamente decine di varianti di un montaggio promozionale. Poi chiaramente c’è la traduzione e sottotitolazione automatica, che indubbiamente rende la veicolazione internazionale del film molto più veloce ed economica.

Misurarsi con la rivoluzione dell’AI richiede competenze nuove, che fino a pochi anni fa non facevano parte del bagaglio di un documentarista. Il prompt engineering, la competenza nel “dialogare” con gli strumenti generativi per ottenere esattamente ciò che stiamo immaginando, la capacità critica di valutare i risultati che l’AI propone, tanto per fare un paio di esempi, sono skills che oggi vanno apprese, insieme al montaggio, alla fotografia, e alla scrittura. Ma in questo enorme calderone di opportunità e di grandi rischi, è importante a mio parere mantenere la propria identità, la propria storia, il proprio vissuto, tutto ciò che ci rende esseri umani veri, in carne e ossa, con le nostre fragilità, le nostre emozioni, la nostra capacità di sentire, di entrare in empatia con gli altri… Staremo a vedere.

Post Scriptum

Per l’impostazione dell’articolo e per la creazione delle immagini, a cura di Marco Mensa, sono stati usati diversi strumenti di AI, in maniera misurata, critica e consapevole. Le riflessioni e le opinioni espresse nel testo sono interamente dell’autrice, persona fisica e pensante, fino a prova contraria.

In copertina: Giuseppe Garibaldi e Maria Callas a Times Square, in una rara istantanea. 

About Author /

Regista documentarista, è tra i fondatori di Ethnos.

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