IN RIGA: la passione per l’editoria
La casa editrice In riga di Bologna ha recentemente pubblicato CARAMELLE FRIZZANTI – Piccole storie di sale cinematografiche in Emilia-Romagna, il primo dei Quaderni di emiliodoc. Abbiamo preso spunto da questa interessante collaborazione tra la nostra rivista e una casa editrice con una spiccata vocazione territoriale per farci raccontare da Enrico Lanfranchi la storia di una realtà in continua evoluzione.
Puoi raccontarci qualcosa del percorso di In riga? Come nasce la vostra casa editrice?
In riga nasce a Bologna nel 2016 da un’idea molto concreta: pubblicare libri utili. Manuali e testi scritti o adattati da chi insegna all’Università e da chi lavora ogni giorno sul campo, pensati per studenti e professionisti: informatica, ingegneria, matematica, perfino il latino e i dizionari.
Fin da subito abbiamo scelto un modello agile. Siamo nati come casa editrice digitale, e la stampa su richiesta ci ha permesso di tenere in catalogo anche titoli di nicchia, che un editore tradizionale avrebbe mandato al macero dopo due anni: un libro non deve per forza vendere tanto e subito, deve trovare i suoi lettori, anche nel tempo.
Poi il catalogo è cresciuto seguendo le persone più che i generi. Un docente ci ha portato un collega, uno psicoterapeuta un’intera scuola, uno storico della città un archivio. Così sono arrivate la psicologia clinica e sistemica, la divulgazione scientifica, la letteratura sperimentale con l’Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale), la fantascienza italiana, e soprattutto Bologna, oggi una delle anime più riconoscibili della casa editrice.
Siamo rimasti una realtà piccola e familiare, con sede in via Nosadella, nel cuore del centro storico. Essere piccoli ci permette di cambiare strada quando un progetto lo merita, e di seguire ogni libro da vicino, dalla prima bozza alla presentazione in libreria.
Quali sono i temi che più vi interessano, ai quali dedicate maggiormente il vostro lavoro di editori?
In una frase, pubblichiamo libri che spiegano qualcosa: come funziona la mente di un paziente traumatizzato, come si costruisce un amplificatore, perché un asteroide può minacciare la Terra o come vivevano i bolognesi nelle osterie di fine Ottocento.
I temi che più ci interessano sono la psicologia, la mediazione e la coordinazione genitoriale di indirizzo sistemico-relazionale, la scienza, la tecnica e la divulgazione, la letteratura di ricerca, Bologna con la sua storia e la sua cultura. Può sembrare un catalogo eterogeneo, ma il filo c’è: sono tutti libri che nascono da una competenza vera, da qualcuno che conosce a fondo il proprio campo e vuole trasmetterlo. Che si tratti di un terapeuta, di un fisico o di uno storico della città, il nostro lavoro è aiutarli a trasformare quello che sanno in un libro chiaro, ben fatto, che duri nel tempo.
Perché la scelta di lavorare molto sulle tematiche locali? Cosa vi spinge a privilegiare questi argomenti?
Negli ultimi anni il filone Bologna con la sua storia e la sua cultura è cresciuto molto. Pubblichiamo testi di storia urbana, toponomastica, guide, libri sui portici, sulle statue, sulle acque e sui canali, sulla danza e sul teatro, sulla cucina.
Il primo motivo per noi è che Bologna ha un patrimonio di storie enorme, e in buona parte dimenticato. Molti testi fondamentali sulla città sono usciti decenni fa, in piccole tirature, e oggi si trovano solo in biblioteca o sulle bancarelle. Per il grande mercato editoriale i numeri sono troppo piccoli; per un editore come noi sono sostenibili, e il valore culturale è altissimo.
La seconda ragione riguarda il presente. Bologna sta cambiando velocemente: il turismo di massa, gli affitti brevi, la trasformazione del centro storico. In questo scenario conoscere la storia della città non è nostalgia, è uno strumento per capire cosa si sta perdendo e cosa vale la pena difendere. Un libro sulle vecchie osterie o sui canali scomparsi aiuta a guardare con occhi diversi strade che percorriamo ogni giorno. E ci piace pensare che i nostri libri possano servire anche a chi a Bologna è appena arrivato, per sentirla un po’ più sua.
La terza ragione è il legame con la comunità. Il libro locale crea relazioni come pochi altri: con le biblioteche, gli archivi, le associazioni culturali, il Comune, le librerie del centro. Abbiamo collaborato con istituzioni cittadine, per esempio sui portici patrimonio UNESCO, e con associazioni che lavorano sulla memoria dei quartieri. Questo radicamento per noi è una ricchezza, anche umana.
Qualche titolo, o serie di titoli, a cui tenete particolarmente?
Se dobbiamo sceglierne uno, è senza dubbio il progetto dedicato ad Alessandro Cervellati, curato da Carlo Pelagalli.
Cervellati è stato una figura unica nella cultura bolognese del Novecento: illustratore e caricaturista, storico dello spettacolo e soprattutto narratore instancabile di Bologna. Ha raccolto testimonianze, immagini, aneddoti, e li ha trasformati in libri pieni di vita, sempre accompagnati dai suoi disegni. Morto nel 1974, ha lasciato una produzione vastissima, in gran parte conservata nel fondo a lui dedicato all’Archiginnasio. Eppure i suoi libri erano quasi introvabili.
Abbiamo deciso di riportarli in libreria uno dopo l’altro. “Bologna popolare” racconta la vita quotidiana della città tra fine Ottocento e inizio Novecento; “Bologna divertita” è un viaggio nei luoghi dello spettacolo, dai teatri scomparsi ai primi cinematografi; “Bologna grassa”, uscito nel 1960 e forse il suo capolavoro, racconta la città attraverso la tavola. Poi ci sono “Il tortellino di Bologna”, la “Storia della mortadella”, “Certosa bianca e verde”.
Accanto ai libri sulla città abbiamo avviato l’edizione critica delle sue grandi opere sullo spettacolo popolare. La “Storia del circo”, del 1956, è stata la prima grande monografia italiana dedicata al mondo della pista e resta un riferimento imprescindibile; seguono la “Storia delle maschere” e la “Storia dei burattini e dei burattinai”.
Naturalmente ci stanno a cuore anche altri titoli: i volumi di Carlo Pelagalli sull’origine delle vie e sulle acque della città, i libri sui portici, la guida per esplorare Bologna con i bambini. In psicologia, “Luoghi dismessi” di Tullia Toscani, per la profondità del modello clinico che propone. E in un campo completamente diverso, la traduzione di Queneau che stiamo preparando con Maria Sebregondi: una sfida che ci diverte moltissimo.
Cosa significa essere editori indipendenti oggi? Gioie e dolori…
La gioia più grande è la libertà. Scegliamo i libri perché ci crediamo, non perché li impone un piano commerciale. Possiamo pubblicare l’edizione critica di una Storia del circo del 1956, una raccolta di tecniche per la terapia con gli anziani o un libro di poesia combinatoria. E possiamo permetterci di aspettare: un libro che vende poco il primo anno può trovare i suoi lettori nel decimo.
L’altra gioia è il rapporto con gli autori, che seguiamo dalla prima idea alla presentazione, discutendo insieme copertina, titolo, impaginazione. Molti sono diventati compagni di strada per anni, e spesso sono loro a portarci nuovi progetti.
I dolori sono quelli di tutti gli editori indipendenti. La distribuzione prima di tutto: arrivare sugli scaffali delle librerie, e restarci, è difficilissimo senza la forza contrattuale dei grandi gruppi. Poi la visibilità, sempre più concentrata su pochi nomi. E infine i margini ridotti e il tempo, che non basta mai, perché in una struttura piccola le stesse persone fanno l’editor, il grafico, l’amministratore e il commerciale.
Abbiamo cercato di rispondere a queste sfide con l’ingegno più che con le risorse: la stampa su richiesta, che ci evita magazzini pieni; un gestionale editoriale costruito in casa; i bandi pubblici per la cultura e le traduzioni, che per un piccolo editore fanno spesso la differenza; il lavoro in rete con associazioni, istituti di formazione, enti pubblici.
Di recente abbiamo cominciato a sperimentare anche con l’intelligenza artificiale, non per scrivere i libri al posto degli autori, ma per renderli più utili ai lettori. È nata così la collana LibrIntelligenti, libri con cui si può dialogare: il primo progetto è un assistente didattico che aiuta gli studenti di psicologia ad allenarsi nel ragionamento clinico, fondato esclusivamente sui contenuti di un nostro volume. Essere piccoli ci obbliga a inventarci soluzioni nuove, e alla fine questo è anche il nostro vantaggio.
Infine, una nota su “Caramelle frizzanti”: cosa rappresenta per voi questa esperienza editoriale?
“Caramelle frizzanti. Piccole storie di sale cinematografiche in Emilia-Romagna”, con la prefazione di Roy Menarini, è il primo dei Quaderni di emiliodoc. Raccoglie in edizione cartacea gli articoli che la vostra rivista ha dedicato negli anni alle sale indipendenti della regione. Per noi rappresenta esattamente il tipo di libro che amiamo fare. È un racconto del territorio, ma non chiuso nei confini di una città: abbraccia tutta l’Emilia-Romagna, una terra che ha dato al cinema Fellini, Antonioni, Pasolini, Bellocchio, Avati. È un libro collettivo, nato da una redazione appassionata, con interviste, mappe, ritratti di persone che hanno dedicato la vita a una sala. Ed è un libro che parla di presente, non solo di memoria. In questa storia ci riconosciamo molto. Le piccole sale e i piccoli editori fanno, in fondo, lo stesso nostro mestiere: tengono aperti presidi culturali che il mercato da solo non sosterrebbe, e lo fanno perché credono che certe esperienze siano insostituibili. Il buio condiviso di una sala, come il tempo lento della lettura, è qualcosa che nessuno schermo personale può davvero sostituire.
Nota: tutte le immagini di questo articolo sono tratte dal testo “Caramelle frizzanti – piccole storie di sale cinematografiche in Emilia-Romagna”








