Roma people

Roma people è uno dei primi articoli della serie emiliodocTV: una nuova collaborazione tra emiliodoc e il progetto documentando. Si tratta di uno spazio dedicato a chi vuole scoprire di più sull’affascinante mestiere del documentarista, leggendo la nostra rivista, ascoltando le testimonianze di autori e registi, accedendo gratuitamente alla visione dei loro film e di molti altri disponibili su documentando.
Nelson Bova
Come nasce l’idea di questo film? La sua genesi?

Il documentario nasce da un progetto del Consiglio d’Europa che finanziò, dal 2008 al 2014, l’idea di un francese, Reynald Blion, che intendeva favorire la creazione di una rete di giornalisti europei sensibili ai temi delle diversità e per l’attenzione alle categorie svantaggiate e discriminate. Circa 650 giornalisti parteciparono ai 3 bienni del progetto ed entrarono nella rete chiamata European Journalists for Diversity. Il progetto si concluse con la creazione di linee guida suggerite da giornalisti a altri giornalisti che si occuperanno, anche in futuro, di temi legati alle minoranze.

Il progetto prevedeva, tra l’altro, la realizzazione di prodotti giornalistici o documentaristici da costruire in coppia con un collega di un altro paese europeo. Roma people l’ho realizzato con il giornalista rumeno Marius Daea.

Qual è la tua relazione personale /affettiva con il tema del film?

Il film rappresenta una estensione oltre confine della mia attività di giornalista che, in particolare in quel periodo, nel primo decennio degli anni 2000, si è concentrata sui Rom e sui Sinti, tema che io ho ripetutamente affrontato con l’azienda per la quale lavoro, la RAI, ed in particolare per la redazione giornalistica regionale. Era il periodo delle ruspe di Cofferati, delle operazioni di “pulizia del territorio” attraverso azioni spettacolari davanti alle telecamere dei media locali che ogni bolognese ricorda bene. Parte delle immagini girate a Bologna presenti nel documentario sono tratte dai servizi andati in onda in quegli anni. Una estensione del mio lavoro quotidiano che mi ha dato l’opportunità entrare più in intimità con i Rom che soggiornavano nella boscaglia dei Prati di Caprara e di raccontare i loro territori di origine presenti a Bologna attraverso la collaborazione di un collega che quei territori li conosce e ci vive. 

La mia relazione affettiva per questo documentario è principalmente legata al progetto complessivo del quale faceva parte. Ho avuto per sei anni la splendida opportunità di lavorare e confrontarmi con colleghi da tutta Europa, di conoscere altri punti vista e altri modi di lavorare. Inoltre il progetto prevedeva la visita a tanti luoghi in Europa dove le discriminazioni sono pratiche quotidiane. Credo sia stato il percorso migliore per eliminare all’origine ogni forma di pregiudizi.

Qual è stato il tuo approccio al tema? Quali scelte narrative e tecniche hai fatto?

L’idea era di raccontare la realtà per quello che è, con le modalità giornalistiche più oneste e trasparenti. Senza prese di posizione, sensazionalismi, interpretazioni, ammiccamenti verso modalità comunicative che ne aumentassero l’attrattività. Non dovevamo rispondere a nessuno perché non c’era budget, produttore, distributore, vendita. Si è trattato di un “saggio” tra colleghi senza pretese, che abbiamo provato a realizzare al meglio.

Quali difficoltà produttive e distributive avete affrontato?

Per la produzione le difficoltà maggiori le ho incontrate nel confronto con il partner. Per questo documentario, come per gli altri film con colleghi e colleghe di altri stati europei. Sensibilità diverse, sia personali sia legate al paese di provenienza, che sono un arricchimento perché obbligano al confronto ma che spesso costringono a scelte mediate al ribasso quando non si riusciva a trovare un accordo, un punto di vista comune.

Perché secondo te questo film è attuale ancora oggi?

La sensibilità verso le minoranze è cambiata: dopo quasi 20 anni alcune minoranze sono uscite dall’emarginazione, altre ci sono rimaste e sono dimenticate più di prima. Non è un film che parla di attualità, è un prodotto che esprime un preciso periodo storico. Il suo valore credo però sia proprio questo.

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Giornalista Rai, documentarista e già presidente dell'associazione culturale Sequence per la produzione di film sociali per la formazione e l'avvicinamento dei giovani al cinema in tutti i suoi reparti.

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