Lavoro ad arte
Lavoro ad arte è uno dei primi articoli della serie emiliodocTV: una nuova collaborazione tra emiliodoc e il progetto documentando. Si tratta di uno spazio dedicato a chi vuole scoprire di più sull’affascinante mestiere del documentarista, leggendo la nostra rivista, ascoltando le testimonianze di autori e registi, accedendo gratuitamente alla visione dei loro film e di molti altri disponibili su documentando.
Come nasce l’idea di questo film? La sua genesi?
Lavoro ad arte nasce dall’incontro con Marco Mensa ed Elisa Mereghetti di Ethnos, che avevano già accompagnato e ripreso, sin dal 2010, il precedente progetto di arte pubblica Cuore di pietra, da me curati a Pianoro, un paese sulle colline bolognesi. Un progetto molto partecipato dalla comunità pianorese, che nel corso del tempo ha lavorato con artisti nazionali e internazionali dai linguaggi più diversi. Un progetto corale che ha coinvolto attivamente gli abitanti e i bambini delle scuole del paese, intervendendo attraverso l’arte prima su una “emergenza urbanistica” legata al piano di riqualificazione urbana che rinnovava ma “sconvolgeva” il vecchio centro del paese, poi sull’emergenza originata dalla crisi economica di quegli anni e poi, dal 2016 al 2020, all’emergenza sociale legata all’accoglienza di un gruppo di migranti. Lavoro ad arte documenta l’intervento di numerosi giovani artisti, perlopiù legati all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in ben 32 fabbriche e attività artigiane dell’area pianorese.
Qual è stata la vostra metodologia di lavoro come gruppo? E la relazione con il paese?
La collaborazione tra l’Associazione Cuore di Pietra e Ethnos per la realizzazione del film documentario Lavoro ad Arte è stata improntata da subito ad un forte coinvolgimento creativo e produttivo, che rispecchiava il metodo partecipato del progetto artistico. Questa metodologia di partecipazione prevede tempi lunghi dedicati alle relazioni e agli sviluppi dei progetti dei singoli artisti. Da subito abbiamo percepito l’entusiasmo con cui anziani, giovani, bambini e studenti delle scuole locali collaboravano con gli artisti. E la stessa cosa è avvenuta sui luoghi di lavoro (spesso distanti dalla vita quotidiana di un paese)quando gli artisti entravano nelle fabbriche in orari di lavoro, anche in spazi normalmente off limits, coinvolgendo con l’arte lavoratori e imprenditori. Uno degli imprenditori, aprendoci le porte della sua azienda, ha più volte ripetuto che era felice che chi lavorava con lui avesse la possibilità di fare quell’esperienza di pausa e di comunicazione “altra” e che sicuramente si sarebbe portato dentro il ricordo di questo momento di leggerezza e di felicità. E, cosa curiosa ma quanto mai importante come suggerimento, diceva che l’arte dovrebbe di diritto essere considerata una voce dell’ISU / Indice di Sviluppo Umano.
Come avete affrontato il tema? Quali scelte narrative e tecniche avete fatto?
Non abbiamo naturalmente potuto raccontare gli interventi di tutti gli artisti. Ne abbiamo scelti alcuni, che abbiamo accompagnato nel tempo: le performance in camminata, fra la zona industriale e il paese, di Mona Lisa Tina; di un gruppo di giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti che avevano raccolto oggetti e materiali della produzione giocando in modo surreale sulle loro definizioni e quel linguaggio tecnico; di Thierry Weyd che ha raccolto, sempre con gli studenti dell’Accademia, suoni, rumori, voci e racconti dal mondo del lavoro rielaborandoli in una sorta di sinfonia sonoro-rumoristica. Dai racconti degli operai e degli abitanti sono nate le “Note ai margini”, frammenti di storie personali sui marciapiedi di Laura Bisotti e Simona Paladino. E poi Andreco, con un omaggio ai 70 anni dalla Resistenza e dal momento in cui Pianoro e la sua area artigianale e industriale sono nate; Emilio Fantin che, insieme ad un gruppo di abitanti e di studenti, ha collaborato con l’Orto-giardino condiviso, riflettendo su biodiversità, destino della terra e natura che si fa strada, e rinasce nei luoghi cementificati delle aree industriali. E Rita Correddu, che ha realizzato una sinfonia di battiti cardiaci di operai ed imprenditori che si sono uniti a quelli degli abitanti del paese e ai rumori dei macchinari, risuonando, attraverso degli altoparlanti nelle strade dell’area industriale e nel centro del paese per un giorno intero. E gli oggetti e scarti di produzione trasfigurati fiabescamente attraverso un taumascopio da Anna Rossi. Un cammeo finale è la presenza musicale dei Fratelli Mancuso con un brano dedicato al nostro film, che rimanda all’origine della loro musica, in anni ormai lontani, mescolando le litanie e i canti sacri siciliani agli stridii e i rumori dei macchinari della fabbrica inglese nella quale lavoravano. La colonna sonora del film è stata realizzata dal gruppo Materelettrica, con la supervisione del maestro Fabrizio Festa.
Quali difficoltà produttive e distributive avete affrontato?
Lavoro ad arte ha ottenuto il sostegno dell’Emilia-Romagna Film Commission e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Noi come Associazione Cuore di Pietra e Ethnos in prima persona abbiamo investito in questo progetto, perché ci tenevamo a valorizzare un percorso artistico assolutamente originale. Il film è stato distribuito in DVD e ha partecipato a numerosi festival in Italia e all’estero. Pensiamo che la possibilità di visionarlo su Documentando possa contribuire a valorizzarlo ulteriormente e cogliamo molto volentieri questa opportunità.
Perché questo film è attuale ancora oggi?
Innanzitutto perché il tema stesso è sempre attuale: crisi economica, cassa integrazione, disoccupazione e condizioni di lavoro precarie ritornano con gravità ciclicamente attuali. In questo momento peraltro si sente fortemente la minaccia di un uso della tecnologia che rischia di sostituire massicciamente il lavoro umano con le macchine. E poi perché il film testimonia un utilizzo assolutamente originale ed efficace di costruire con l’arte la memoria del territorio produttivo, non erigendo sculture che spesso retoricamente omaggiano l’azienda, ma tessendo in maniera corale un lavoro collettivo che, attraverso le voci e la partecipazione attiva di chi in quelle aziende ci passa la vita, ha lasciato segni grandi e piccoli, effimeri e permanenti, sul territorio. In fondo il messaggio del film è che l’arte, linguaggio universale, può contribuire a creare relazioni, a costruire memoria, a rendere la nostra vita più ricca, anche nei momenti di crisi.
Vedi il film e il commento dell’autore:
About Author / Mili Romano
Artista e curatrice, si occupa di antropologia urbana, antropologia visuale e di arte negli spazi pubblici.








