Nuovo Cinema Nosadella

A distanza di molti anni il rischio di confondersi rimane alto, soprattutto per chi frequenta la città di Bologna e i suoi cinematografi solo saltuariamente. Il Nuovo Cinema Nosadella porta ancora il nome della piccola e stretta via di dentro porta, ma non è più lì che bisogna cercarlo. Oggi si colloca a non molta distanza, fuori le mura, nell’ampio quadrilatero che un tempo conteneva il vecchio mercato bestiami dismesso agli inizi degli anni settanta. Le strutture in mattone a vista, realizzate in stile fine ottocento, sono ancora in gran parte quelle originali, e si trovano ora immerse nella piacevole atmosfera del parco cittadino intitolato allo studente Pierfrancesco Lorusso, ucciso dai carabinieri l’11 marzo del ’77. Negli anni ottanta l’area venne riconvertita in Centro Civico del Quartiere Saffi, ma non ebbe vita facile. Conosciuto col famigerato nome di Bestial Market, divenne presto un’area degradata, luogo di spaccio e di risse.

Il giardino "Pierfrancesco Lorusso", Bologna
Enrico Moffa, originario della Puglia, che con suo fratello Mauro gestisce il Nuovo Cinema Nosadella dal 2007, si ricorda bene quel periodo.

Quando arrivammo, questa struttura di proprietà del Comune di Bologna versava in condizioni disastrose. Non veniva utilizzata ormai da diverso tempo, aveva subito atti vandalici e molti degli arredi interni erano in gran parte da buttare e sostituire. La grande sala interna doveva essere modificata per essere trasformata in un vero e proprio cinema. Originariamente era lunghissima, esattamente cento metri da un capo all’altro, con due ali digradanti al centro dove si trovava un palco adibito per lo più a concerti. 

Per trasformare il tutto di quell’unica sala se ne realizzarono due, convergenti e contrapposte. Era un progetto davvero grande, di difficile realizzazione, che in parallelo ha comportato uno sforzo considerevole anche dal punto di vista della riqualificazione sociale di questo angolo di città. Oggi si può dire che buona parte degli sforzi sono andati a buon fine, le famiglie sono tornate a frequentare il parco, e buona parte delle attività per le quali era nato il Centro Civico sono ora in funzione.

La storia di Enrico ricalca quella di molti appassionati gestori di “vecchia data”, e sono testimonianza dell’evoluzione continua del mondo dei cinematografi.

Tutto nasce da una passione, e non può essere altrimenti. Gestire realtà come le nostre non è solo una questione di imprenditoria. Sacrificare gran parte del proprio tempo e della propria vita personale per amore del cinema richiede una vera e propria vocazione.

Mi innamorai di questo mestiere fin da bambino, quando cominciai a frequentare l’unica sala nel mio paese, Torremaggiore in provincia di Foggia. Cominciai ad interessarmi ad ogni suo aspetto e funzionamento. Il modo migliore per entrare in quella realtà era imparare ad usare la macchina di proiezione. Così, già da ragazzino, mi ritrovai ad andare a scuola la mattina, per conseguire il diploma superiore, mentre i pomeriggi li passavo chiuso nel rumoroso sgabuzzino di proiezione a studiare e a fare i compiti fra un cambio di pellicola e l’altro. Quando mi trasferii a Bologna, nel 1981, pur continuando a studiare, cercai subito un lavoro in quest’ambito. Le opportunità non mancavano in tempi in cui la frequentazione delle sale era altissima. Non considerando le più piccole realtà parrocchiali in città si potevano contare più di cinquanta proiettori attivi. Io potevo permettermi il doppio lavoro, tant’è che per un certo periodo ho fatto anche il proiezionista di film a luci rosse. 

Nei primi giorni della settimana ero impegnato all’Astor Panigale, mi pagavano dalle quattro del pomeriggio fino a mezzanotte; mi portavo dietro il mio libro di diritto civile, studiavo Il fine settimana, invece, ero proiezionista all’Adriano d’Essai, un cinema splendido dove proiettavo, e mi godevo, le pellicole di Fassbinder, di Wim Wenders, di Marco Tullio Giordana e Woody Allen. Per questa doppia vita mi sentivo un po’ come come il Dottor Jekyll e Mister Hyde. Poi dall’Adriano mi chiesero di passare come operatore al Nosadella, molto più impegnativo, enorme, da mille posti, faceva persino paura. Ma questo non impedì a me e a mio fratello di compiere il grande passo e diventare imprenditori, e a prendere nel 1999 in gestione l’intera struttura.

Enrico Moffa intervistato da Claudio Tamburini

Purtroppo il veloce declino della realtà dei cinematografi si profilava già agli orizzonti. I primi segnali si ebbero con l’avvento dei VHS prima e dei DVD poi.

Con un’accelerazione costante cominciarono a chiudere principalmente quelle sale legate alle seconde e terze visioni. In pochi sanno che, un tempo, la disponibilità di pellicole era piuttosto limitata, sia a livello regionale che nazionale. Quando nel ’76 uscì la nuova versione di King Kong, quella di John Guillermin, con Jessica Lange e Jeff Bridges, per tutta la Puglia vennero distribuite solo sei copie, praticamente una per ogni capoluogo di provincia, e un centinaio in tutta Italia. In paesini come Torremaggiore, queste pellicole arrivavano dopo un anno, eppure si riusciva ancora a fare il pieno di spettatori. 

Passando ad un esempio più recente, come Independence Day, il numero di copie era già salito a ottocento in tutta Italia, ma erano ancora poche. Tant’è che spesso un film veniva “accaparrato” da un unico cinema che lo tratteneva fino all’esaurimento del pubblico. Così film come Il mostro di Benigni, uscito nel ’97, rimase per più di due mesi al Metropolitan. Lo stesso avvenne al Capitol con il primo film di Indiana Jones, ed in tempi ancora più recenti con Titanic all’Imperiale, e si parla del 2010. I prodotti puramente stagionali, come i cine-panettoni, venivano prodotti in 5-600 copie e pochi mesi dopo finivano quasi tutti al macero; ne venivano salvati solo alcuni esemplari per gli archivi.

Presentazione del film "Italicus, la verità negata" di Enza Negroni

Il processo di chiusura delle sale continuò inarrestabile anche negli anni novanta e in quelli successivi e purtroppo, quasi inaspettatamente, cominciò a colpire anche alcuni grandi nomi: chiusero il Metropolitan, il Fulgor, L’Arcobaleno e molti altri importanti, fra i quali il nostro “vecchio” Nosadella. Con la contrazione del numero degli spettatori la proprietà aveva deciso che una struttura così grande non era più economicamente sostenibile. Lo stabile venne trasformato in un complesso di appartamenti. Oggi un parcheggio sotterraneo ha trovato posto dove un tempo si estendeva la grande platea.

Ma quale è stato l’elemento che più ha stravolto le modalità di distribuzione e di offerta dei prodotti cinematografici?

Indubbiamente l’avvento del digitale. Che fu anche l’ultimo colpo di grazia per quei cinematografi, soprattutto di periferia e di provincia, che già languivano e che non sono stati in grado di compiere questo inevitabile passo. L’elemento rivoluzionario per noi fu l’improvvisa disponibilità sul mercato di un maggiore numero di copie. Prima produrre pellicole richiedeva tempo e costi elevati; con il digitale questi problemi sono scomparsi, tant’è che lo stesso filmato lo si può trovare contemporaneamente in molte sale, sia in città che in provincia. 

Questo fenomeno ha influenzato le scelte dello spettatore, che ora si interessa non solo di decidere cosa andare a vedere, ma anche dove. In ambito cittadino, ovviamente, le sale maggiormente favorite sono quelle più belle del centro, dove ci sono la “movida” e il cuore universitario.

Enrico Moffa, gestore del Nuovo Cinema Nosadella
Tuttavia, il passaggio al digitale ha portato anche dei notevoli vantaggi dal punto di vista qualitativo e pratico.

Indubbiamente, e da questo punto di vista c’è poco da fare i nostalgici. C’era molto più lavoro fisico con la pellicola, mentre ora è sufficiente inserire in macchina uno o più dischi e tramite computer si possono comandare più sale a distanza. Con il digitale la qualità delle immagini rimane costante nel tempo, mentre le pellicole si usuravano e spesso si sporcavano. Non ci sono più quei problemi ricorrenti legati ai fuori quadro, e quelli ancora più frequenti della messa a fuoco. Ve lo ricordate quante volte si sentiva gridare “Fuoco! Fuoco!” dalla platea? Manco fosse scoppiato un incendio! Per cui ogni cinema “vecchio stile” si caratterizzava anche per la bravura di chi operava in cabina, e la proiezione di uno stesso film poteva cambiare in maniera sostanziale da un cinema all’altro. 

Anche la qualità dello schermo giocava un ruolo importante, e ancor più quella dell’obiettivo montato in macchina. A volte si proiettava con dei veri e propri fondi di bottiglia, rigati, o fioriti, come si dice in gergo, con le bolle. Anche il sonoro peggiorava con l’andare del tempo. Se la macchina leggeva male la traccia bisognava cambiare la modalità analogica di lettura con notevoli perdite di qualità. Ecco, oggi si può dire che i cinema di prima, di seconda e forse anche di terza, non si distinguono più dai tempi di uscita in calendario, ma dalla loro capacità di mantenersi ad un passo tecnologico e strutturale adeguato e in continua evoluzione coi tempi.

E a proposito di tempi, un cinema indipendente come il vostro come gestisce la propria programmazione?

Oggi come oggi la vita in sala dei film si può esaurire in una quindicina di giorni. Un ritmo consumistico che spesso va a discapito del concetto stesso di cinema come veicolo di cultura e di prodotto destinato a durare. Fino a non molti anni fa le opere arrivavano su quello che veniva chiamato il piccolo schermo, cioè la televisione, come minimo dopo cinque o sei anni. Adesso, e ancor più in seguito alla pandemia e all’affermarsi delle piattaforme, nelle case super attrezzate a mini cinema si possono ottenere i film a prezzi relativamente contenuti quasi in contemporanea alla loro uscita. Il cinema avrebbe ancora il grande pregio di “distrarre dalle distrazioni” come internet, i social, e la tentazione di prendere in mano il telecomando, ma in pochi colgono una tale sottigliezza. Le persone si sono impigrite, e l’andare al cinema si è trasformato da un momento di svago in un’attività faticosa, scomoda, che richiede anche quella capacità di concentrazione critica sulle opere che si sta via via perdendo, soprattutto nelle nuove generazioni.

Come si inserisce la vostra sala cinematografica nel complesso multifunzionale?

Il Nuovo Nosadella è di fatto uno spazio che accoglie diverse attività in accordo con Comune e Università di Bologna; al mattino, e spesso anche al pomeriggio, si svolgono le lezioni universitarie, in particolare quelle delle facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze Motorie e il DAMS. Si svolgono anche assemblee scolastiche, convegni o manifestazioni politiche. Quando venne qui l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, per fare solo un esempio, facemmo il pienone fin dentro al parco. Sono tutte attività per così dire collaterali, che però aiutano a far sì che la struttura mantenga una sua ragione di esistere, e a noi di svolgere quella che rimane la nostra vera vocazione, vale a dire quella di promotori di prodotti culturali validi e importanti.

La nostra attività di cinematografo si svolge soprattutto la sera e nei fine settimana. Le difficoltà di oggi sono spesso legate all’uscita di film che abbiano un certo appeal sul pubblico, oltre che un certo livello di qualità, e di questi ce n’è sempre meno. Parecchi cinema fanno rete legandosi alla distribuzione, e molti titoli che a noi indipendenti “puri” potrebbero interessare spesso non vengono forniti. Questo ci spinge a puntare anche su altri prodotti, quali i documentari. Cerchiamo il più possibile, a cadenza settimanale, di portare sui nostri schermi tutte le proposte di Doc in Tour. Seguiamo questa rassegna fin dai suoi primi anni di vita. 

Abbiamo instaurato buoni rapporti con diversi autori. Fra questi Filippo Vendemmiati, del quale proiettammo Meno male è lunedì ed altri titoli. Lo stesso vale per Enza Negroni, della quale promuoviamo tutte le opere. Questa sera proietteremo Italicus, la strage dimenticata, realizzato con gli studenti del Liceo Laura Bassi. Seguirà nei prossimi giorni Amati fantasmi di Riccardo Marchesini. La settimana prossima sarà la volta di Tintoretto di Erminio Perocco. Insomma, in questo settore titoli ed estimatori certo non mancano.

Diversificare è diventato indispensabile per la sopravvivenza di realtà come la nostra, che spesso hanno maggiori difficoltà ad affrontare difficoltà contingenti rispetto alle grandi “potenze economiche” dei multisala. Basti pensare all’aumento esorbitante dei costi di riscaldamento dovuto alla guerra in Ucraina; per ridurre le spese abbiamo deciso di restare temporaneamente chiusi il martedì e il mercoledì.

Speriamo che l’aumento dei costi non si aggravi nella prossima stagione, e che non vi siano più le limitazioni dovute al Covid. L’obbligo delle mascherine, del green pass, e il divieto di consumazione in sala sono dei forti disincentivi al ritorno degli spettatori. Speriamo che col tempo anche loro riprendano fiducia, passione, che ritornino nelle sale con la voglia di muoversi e socializzare, e che alla fine di tutto passi anche questo “inverno cinematografico.”

Note:

Il racconto sulle piccole grandi storie di sale resilienti in Emilia-Romagna è iniziato con l’articolo Gli amici del Vittoria / emiliodoc n.1.

In copertina: Via Ludovico Berti, Bologna.

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Scrittore, disegnatore, amante delle buone compagnie. Collabora con l'Associazione Amici del Vittoria.

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