Da territorio a paesaggio affettivo

Chi passa o si ferma a Pianoro, paese della prima collina dell’area metropolitana di Bologna sulla statale 65 della Futa, forse s’interrogherà scorgendo in qua e in là installazioni e segni d’arte, alcuni grandi altri visibili soltanto ad occhio attento: una segnaletica stradale surreale con Via del passaggio che non c’è, Via del passatempo, Area innamoramenti o Area chiacchiere; strisce orizzontali di ceramiche sulle quali i bambini delle scuole elementari hanno dipinto il loro immaginario sui cantieri di ristrutturazione del paese; mappe che parlano di paure e desideri, una tessuta pazientemente in feltro unendo il territorio industriale al centro del paese con i nomi di chi a quell’opera aveva partecipato; un tombino dal quale esce una balena rossa che, ingigantendosi lungo il percorso, nuota in un sottopasso riscrivendo fantasiosamente le origini del paese; un grande tavolo-panca a forma di punto interrogativo; un padiglione in vetro colorato e trasparente che un bimbo un giorno ha definito “ lo spirito” della Pianoro futura.

Sono alcuni dei segni che si possono incontrare in una passeggiata a Pianoro, molti all’esterno molti all’interno di istituzioni come la Biblioteca, il Comune, Il Museo di arti e mestieri, le due Scuole elementari e medie, il Centro diurno e multiculturale, in un percorso che dal centro porta alle aree verdi e si estende alle zone artigianali e industriali.

MP5, "City_look_at_city", cortile interno di viale Esperanto, 2010 (foto Sonia Piedad)

Alcuni di questi segni d’arte nel 2020 sono stati selezionati e inseriti all’interno della mappatura del Ministero dei beni e delle attività culturali per i “Luoghi del contemporaneo”Queste opere sono nate nel corso di molti anni, nel divenire del progetto di arte pubblica Cuore di pietra da me ideato e curato dal 2005, che ha accompagnato la trasformazione di Pianoro alle prese con un importante cambiamento.

La prima idea di Cuore di pietra è nata dalle mie passeggiate con videocamera e macchina fotografica, come gesto poetico-politico assistendo alla demolizione di una delle palazzine dell’ex-IACP che erano state, dopo la seconda guerra mondiale, con la scuola la chiesa e il municipio, fra i primi edifici del centro della nuova Pianoro: con quella demolizione aveva inizio il PRU, un vasto progetto di riqualificazione urbana destinato a mutare profondamente la forma e la vita del paese. L’esigenza di documentare, seguendo la mia poetica artistica di allora, ciò che si cancella e che scompare nel territorio nella struttura urbanistica e di conseguenza anche nelle abitudini e nei comportamenti della vita quotidiana mi ha portato ai primi contatti con gli abitanti di quelle case, allora per lo più anziani e per molta parte donne, che vivevano con angoscia l’irrompere dell’obbligato trasferimento, molto traumatico per le loro esistenze, e all’elaborazione in forma fotografica di un manifesto che rappresentasse una sorta di “resistenza” del cuore di pietra degli edifici, fatto dell’avvicendarsi delle generazioni e delle tante storie che le loro pareti custodiscono e ci tramandano. Stravolgendo un po’ la memoria “nostalgica” del luogo che inevitabilmente ogni demolizione porta con sé, ho pensato di far sì che quel manifesto circolasse fra la gente come potenziale catalizzatore di storie e narrazioni, memoria proiettata verso il futuro.

L’intervento artistico è diventato così una sollecitazione e quasi una miccia verso un’indagine antropologico-sociale per una conoscenza più profonda del territorio e dei suoi problemi, una pratica quasi quotidiana, direi condivisa, passo verso una possibile ridefinizione dell’identità del luogo e del rafforzamento del senso di “appartenenza” attraverso progetti artistici “riconosciuti” e frutto della partecipazione collettiva degli abitanti di quelle case, dei bambini delle scuole e, a poco a poco, di grande parte degli abitanti di Pianoro.

Keita Nakasone, via Nazionale, 2013 (foto Marco Mensa)

Dal punto di vista metodologico si voleva che l’arte pubblica, spesso memento o strumento di abbellimento e décor, spesso “invisibile” come lo sono tanti monumenti, producesse interventi artistici, effimeri o permanenti, nati dalle relazioni, che la gente potesse raccontare e tramandare dando loro un senso sempre rinnovato. L’arte contemporanea si è insinuata così fra le tante generazioni come pratica familiare, ludica e critica, sorprendente, propositiva, soprattutto vicina, tessuto nel cui intreccio molti avendo contribuito si riconoscevano.

Per Cuore di pietra la relazione con gli abitanti è stata fondamentale, non solo per il successo del progetto e delle manifestazioni annuali ma anche e soprattutto per sviluppare dinamiche collaborative e partecipative, nell’interazione con gli artisti, con la città, col contesto sociale, e così ha trasformato il pubblico da spettatore passivo a soggetto attivo di creazione.

Il progetto si è concentrato dal 2005 al 2011 sui cambiamenti urbanistici; nel 2011, a fronte della grave crisi economica che ha rischiato di bloccarlo, adoperando strategie di resistenza resilienti ai forti tagli che alla cultura e all’istruzione venivano inflitti, ha ripreso vigore lavorando proprio sulla crisi economica e sul mondo del lavoro; nel 2019 si è concentrato sul problema dell’ospitalità ai migranti e sulla loro integrazione.

Mili Romano, Manifesto Cuore di pietra, 2005 (foto Mili Romano)
Valeria Talamonti, Ricordati di me - momenti della performance, 2013
Michele Arena, case a schiera di via Carducci, stampa fotografica su PVC, 2013 (foto Marco Mensa)

Nei primi anni, all’inizio con pochissimi mezzi frutto per lo più di sponsorizzazioni private, e poi con il coinvolgimento sempre più convinto dell’Amministrazione comunale e dei suoi assessorati principali, scuola, cultura e urbanistica, i lavori visibili all’esterno sono stati per la maggior parte temporanei ed ha prevalso la dimensione del cantiere: la proiezione, la sera prima di una demolizione, sulla facciata di due di quelle palazzine, di una parte del materiale visivo già raccolto per cui gli edifici ora deserti, quelle stanze private degli infissi, spettrali, improvvisamente presero a brulicare delle presenze vitali di coloro che le avevano abitate; il writing realizzato da Cuoghi Corsello sulle palizzate, accompagnato da una sorta di diario di Cuore di pietra, giornale murale/spazio libero di comunicazione fra i bambini e il paese, fatto di disegni, fogli di diario, progetti, trascrizioni e resoconti delle interviste agli abitanti; su altre palizzate i fumetti metropolitani ingigantiti realizzati da MP5 con i bambini delle scuole; le 15 cartoline con gli sguardi “altri”, inconsueti e sorprendenti degli artisti Alessandra Andrini, Paola Binante, Annalisa Cattani, o i progetti di installazioni permanenti di Cuoghi Corsello, Sandrine Nicoletta e Michela Ravaglia.

Uno dei presupposti metodologici fondamentali di Cuore di pietra è stata proprio l’idea di un lavoro, quello dell’arte nelle città, che dovrebbe crescere gradualmente con la collaborazione, l’impegno e la responsabilità di tutti. Un lavoro che si sedimenta, focalizzandosi sulla formazione e l’educazione permanente verso un cambiamento culturale, che è da seguire nel prima (la fase progettuale per l’artista, il curatore, il pubblico attivo), nel durante (il presente della realizzazione) e nel dopo (ancora attenzione da parte dell’artista, del curatore, cura e manutenzione del lavoro anche da parte del committente pubblico o privato). Un lavoro dove “alto” e “basso” si fondono, si confrontano e collaborano senza false retoriche. Un lavoro in progress in cui tutti devono essere pronti a interagire elasticamente, a “lasciarsi formare” dallo spazio e dai suoi imprevisti.

Daniela Spagna Musso, 6.390.230.008#, proiezione degli home video degli abitanti per le strade del paese, 2010 (frame da video)
Mili Romano, Manifesto Cuore di pietra, Lina Argiolas alla finestra, 2005 (foto Mili Romano)

Il progetto ha visto l’arte impegnata in un processo di trasformazione antropologica e sociale inevitabilmente complesso, molte volte doloroso. Si è andato via via disegnando come una sorta di opera totale, un intreccio di fili e di trame, di memorie passate e di presente, una tessitura complessa di storie individuali e collettive, un’“opera mondo”, una “grande narrazione”, bacino di resistenza e zoccolo duro contro l’oblio che contraddistingue la nostra epoca. Un’azione a più voci e a moltissimi sguardi, che ha visto negli anni molti artisti intervenire con i linguaggi più diversi sempre molto rispettosi della specificità del luogo che, coinvolgendo la popolazione, hanno accompagnato la trasformazione del paese. Le città contemporanee cambiano continuamente e hanno bisogno di nuovi pensieri e nuove azioni capaci di accompagnare le mutazioni del paesaggio urbano, umano e naturale risultato di scelte dalle quali si è quasi sempre, come cittadini, esclusi. Ciò che bisognerebbe dunque chiedersi è se e quanto le azioni artistiche nella città siano sentite e vissute come uno strumento di riconoscimento identitario e quindi se sono capaci di acquisire un “senso” che vada oltre l’estetica per diventare memoria effusiva e affettiva per la comunità che le accoglie.

Fra i tanti interventi realizzati ne racconterò qui uno in particolare, di Daniela Spagna Musso che ha lavorato a partire dai ricordi sul vecchio cinema Igea, che dagli anni sessanta fino al 1984 è stato un importante luogo d’incontro del paese. In piazza dei Martiri, con la sua sala interna e la sua arena, l’Igea, da tempo ormai chiuso, ha visto il farsi e il disfarsi di amicizie e amori di diverse generazioni. La sua facciata con un mosaico di piccole tessere dalle varie tonalità di verde e azzurro è stata per noi per molti mesi sfondo e set fotografico e video per scatti e interviste e luogo d’incontro per raccogliere i filmini privati degli abitanti le cui immagini nel corso dell’inaugurazione del 2010 hanno animato le facciate dei nuovi edifici. Il titolo è 6.390.230.008# (popolazione mondiale in quel momento): ogni abitante una stella.

Emanuela Ascari, Da principio, momenti della performance in una delle casette di via Carducci, 2011 (foto Marco Mensa)

Alcuni progetti, nel tempo, da temporanei si sono trasformati, acquisendo nuovo senso, in installazioni permanenti: City_Look_at_City di MP5 o Da principio di Emanuela Ascari con i suoi sette libri di polvere, risultato di una performance in una delle case prossime all’abbattimento, o Passaggio di luce, una mia installazione con lo studio Ciorra , un padiglione in ferro e vetri colorati che lì proprio dove sorgeva un gazebo di legno nel quale gli abitanti nel vecchio quartiere si trovavano le sere d’estate a giocare a carte ne restituisce la memoria proiettandolo verso un utilizzo rinnovato.

Ho sempre lavorato, per scelta, su progetti di arte pubblica di lunga durata, quasi sempre in contesti piuttosto complessi e in cambiamento, impegnandomi in un intenso lavoro di tessitura di relazioni e presupponendo una transdisciplinarità non solo “da tavola rotonda”. Ho sempre lavorato avendo come interlocutori le amministrazioni pubbliche con l’ostinazione di volerle un po’ cambiare, cercando di introdurre semi di cambiamento culturale e di mentalità, che possano far sì che nuove sensibilità e nuovi stili di lavoro si consolidino.

Non posso non riconoscere grandi potenzialità all’arte negli spazi pubblici, ma solo quando l’arte c’è, anima e corpo, e si concede, sin dalla progettazione e nella cura fino alla realizzazione dell’intervento, con generosità, con elasticità e capacità di dialogo.

Altra cosa fondamentale per questo metodo di lavoro è che l’arte, senza alcuna retorica, si trasformi in percorsi aperti, lievi, di conoscenza e di attivazione di una memoria non enfatica ma energetica, che sia stimolo verso nuove funzionalità e soluzioni, più consone ai desideri degli abitanti e al bisogno di creare “nuove prossimità”. Un’arte che, scendendo dunque dal piedistallo, possa contribuire a una nuova “politica della bellezza”, seguendo James Hillman, scossone forte, cambiamento continuo e mai concluso.

Andreco, "Wall painting" nel sottopasso fra piazza dei Martiri e via Gramsci, 2010 (foto Mili Romano)

Riferimenti:

Pubblicazioni:

M. Romano, Cuore di pietra. Un progetto di public art a Pianoro. Quaderno N.1, Bologna, CLUEB 2007

M. Romano, Cuore di pietra. Un progetto di public art a Pianoro. Quaderno N.2, Bologna, Pendragon 2009

Cuore di pietra album di figurine, Rastignano, FOL-BO, 2011

M. Romano, Cuore di pietra/Lavoro. Un progetto di public art a Pianoro. Quaderno N.3, Bologna, Fausto Lupetti, 2016

In copertina: Mili Romano “Passaggio di luce”, in collaborazione con lo Studio Ciorra e con un intervento in sabbiatura di Sabrina Torelli, Parco della Pace, 2010 (foto Marco Mensa)

About Author /

Artista e curatrice, si occupa di antropologia urbana, antropologia visuale e di arte negli spazi pubblici.

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