Appunti sull’animazione nel documentario

Immagine tratta da "Anna Piaggi - una visionaria nella moda" di Alina Marazzi
Può sembrare naif, ma io faccio parte di una generazione cresciuta coi cartoni animati. 

Negli anni ’80, nella provincia lombarda, se non venivi da una famiglia di finissimi intellettuali quello era il consumo culturale più diffuso. Io ho preso le distanze abbastanza in fretta, ma forse qualcosa mi è rimasto appiccicato. Sono arrivato a Bologna pensando di voler fare il pittore e non so perché sono carambolato dentro una strana congrega di animi curiosi dal nome Ipotesi Cinema. Ermanno Olmi aveva spostato la sede della sua “non scuola” da Bassano del Grappa a Bologna, sotto l’ala di Gianluca Farinelli, e lì non si faceva che parlare di “cinema del reale”. Così la mia formazione primaria in ambito audiovisivo l’ho fatta attraverso il documentario.

Dico “attraverso” perché non mi ci sono trovato mai veramente a mio agio. La realtà, diciamolo, fa un po’ paura. Ma ho continuato molti anni a lavorare con il documentario, anche in Francia, come montatore.

Nonostante questo imprinting, quando ho avuto l’occasione di fare un cortometraggio grazie a Ipotesi Cinema, ho scelto di farlo in animazione. Avevo trovato una cassa di cartoline vecchie in un mercato dell’usato e, spulciandole, mi sono accorto che si trattava della corrispondenza di una famiglia, la famiglia Piergentili. Così, volendo raccontare questa storia, ho messo in fila le cartoline in cut out animation, una specie di collage animato, con le voci di alcuni amici che leggevano quello che c’era scritto dietro. È così che ho cominciato.

Immagini tratte da "Anna Piaggi - una visionaria nella moda" di Alina Marazzi
Saper fare animazione è un lungo percorso, il perfezionamento non finisce mai, e bisogna autoimporsi dei limiti personali. 

La cosa bella è che anche con poche competenze, qui in Italia, dieci anni fa ero una bestia rara. Da subito ho iniziato a lavorare molto, soprattutto con i documentaristi, non solo per via della mia affiliazione, ma anche e soprattutto perché il documentario in questi anni è stato il più grande campo di sperimentazione della produzione cinematografica, dove ci si è concesso il lusso di accogliere e far interagire il filmico con altri medium e linguaggi.

Tra le mie prime esperienze serie c’è stata la collaborazione con Alina Marazzi. La MIR cinematografica, per cui avevo realizzato la sigla animata, mi ha presentato ad Alina che aveva bisogno di contenuti animati per un film tv dal titolo Anna Piaggi, dedicato a un’eccentrica redattrice di Vogue, amica personale di Karl Lagerfeld. Curiosare nel vastissimo archivio di Vogue e di altre riviste, e tra le foto personali della Piaggi, è stato soprattutto divertente. Ho lavorato sulle immagini delle riviste in cut out e ho elaborato l’animazione in motion graphic, una tecnica molto sfruttata nella pubblicità, molto veloce ed elegante. Il risultato non è stato solo quello di inframezzare le interviste e alleggerire la narrazione del film, ma quello di evocare la pratica editoriale della Piaggi, fatta di libere associazioni, di ritagli e calembour visivi. Spesso è così: l’animatore ha un approccio più scanzonato con l’archivio, più ludico, e felicemente evoca i fantasmi che popolano le soffitte dove giacciono gli archivi.

Immagini tratte da "Vivere, che rischio" di Michele Mellara, Alessandro Rossi
Una delle esperienze più costruttive…

è stata con Rossi e Mellara per Mammut Film, sul film I’m in love with my car. I due registi mi hanno lasciato ampissima libertà di azione; il film in sé era già un film di montaggio molto ardito che metteva insieme footage davvero diversi, una specie di ready made, che aveva come fil rouge il modo in cui l’automobile influenza i cinque sensi. Così mi sono permesso di spaziare tra tecniche diverse, dal cut out, alla motion graphic, al disegno animato. L’animazione funzionava bene nel caos apparente degli altri footage, e non era un semplice riempitivo, come spesso invece accade a chi velleitariamente vuole inserirla come guarnizione sopra un film che ha già la sua struttura. Essa definiva un po’ il mood di ogni capitolo del film, aveva un po’ la funzione retorica della sinestesia, rendeva visivi gli altri sensi. Ho imparato molto e facendo felice la produzione, che è un po’ come fare tombola. Infatti con Mammut Film ho fatto anche Vivere, che rischio, un documentario sull’oncologo Cesare Maltoni.

In Diario Blu(e), con Titta Cosetta Raccagni, giovane artista visiva e performer, ho lavorato su un racconto autobiografico composto solo da voce, suono e disegni, senza footage, quando ancora credevo che non fosse possibile un trattamento del genere nel documentario. E invece…

Immagini trate da "Diario blu(e)" di Titta Cosetta Raccagni
Oggi non ho ancora finito di imparare. 

Qualche anno fa, con la mia sparring partner Lucia Malerba, abbiamo creato il progetto Mangoosta, con cui portiamo avanti una ricerca sull’ immaginario e la sua rappresentazione attraverso il disegno, animato e non, come pratica demistificante nei confronti della tecnologia. Abbiamo appena finito un cortometraggio in animazione 2d, realizzato a matita su carta, sullo scrittore francese Raymond Roussel, coprodotto da Serena Gramizzi di Bo Film, che guarda caso si occupa di documentario.

Il film, pur essendo realizzato interamente in animazione, è un reportage sull’ultima notte di vita dello scrittore e un’immersione nella sua labirintica testa, con una solida base documentale alimentata da foto, testi, disegni, e materiali cartacei, accompagnato inoltre dalla voce di Michel Foucault che abbiamo scovato in un archivio radiofonico dell’INA. Perché se è vero che l’animazione può prestarsi al documentario, ugualmente un’animazione può essere un documentario, slacciando un po’ la cinta dei generi.

Basta pensare al più grande e conosciuto maestro di questa regione, Gianluigi Toccafondo, che ha realizzato un film come Dreamland che è quasi un viaggio alla Joris Ivens nella cultura italiana e in cui il documento emerge sotto la pittura. Oppure a qualcosa che si allontana ancora di più dall’utilizzo del footage come il cortometraggio Malumore di Loris Giuseppe Nese, giovane documentarista, salernitano ma di stanza a Bologna, che racconta la sua storia seguendo la voce di una badante, e che sta vincendo premi sia in festival dedicati all’animazione che in quelli dedicati al documentario.

Immagini tratte da "I'm in love with my car" di Michele Mellara, Alessandro Rossi
Il documentario d’animazione è un genere non nuovo ma che vive in questo momento una splendida stagione. 

Il potere dell’animazione di evocare fantasmi (Fantasmagoria è il titolo della prima animazione della storia realizzata da Emil Cohl nel 1908) aiuta il racconto là dove il documento non arriva o non basta e diventa un grandissimo e versatile strumento narrativo. Un esempio liminale ma interessante si trova nel documentario di Rithy Panh, L’immagine mancante, in cui il regista coreano si serve di statuette in terracotta per raccontare il potere dei Khmer Rossi, perché nessuna fotografia sarebbe bastata a restituirne l’orrore.

Ancora mi ricordo come sembrò strano a tutti che un film come Waltz with Bashir nel 2008 potesse mescolare i due generi, attraverso la tecnica del rotoscopio, diventando così un film universale. Oggi ne vediamo moltissimi di esempi simili, pensiamo al recente Flee, prodotto da uno studio d’animazione danese, Sun Creature, e distribuito in Italia da I Wonder, oggi candidato all’Oscar insieme ad altri documentari live action e alla pari dei lungometraggi di finzione. Chi lo vedrà vi sentirà risuonare il metodo usato da Ari Folman quindici anni fa.

Ovunque si cerchi si trovano produzioni con specificità artistiche uniche e affascinanti. 

E storie poco conosciute che è importante raccontare: Kaputt di Volker Schlecht, su una prigione femminile della DDR, Tough di Jennifer Zheng sul dialogo intergenerazionale tra una giovane cinese cresciuta a Londra e sua madre, Granny’s Sexual Life di Urska Djukic, una coproduzione franco slovena oggi in lizza per gli European Film Award, o Carne della brasiliana Camila Kater costruito attraverso le testimonianze di cinque donne sulla relazione col proprio corpo e presentato, tra gli altri, all’IDFA, uno dei festival di documentari più importanti in Europa, oppure ancora la serie Modern Love, prodotta dal New York Times, che ha avuto il merito di portare alla ribalta tanti autori e studi di animazione, mettendoli in gioco sul terreno scivoloso di raccontare una storia di cronaca in qualche minuto soltanto.

La lista è lunga, e parte da tanto tanto tempo fa, da quando Windsor McCay nel 1918 ha raccontato l’affondamento del Lusitania, in disegno animato. Ci ha messo due anni.

Nella nostra regione la tradizione del documentario è forte e solida, ma quella dell’animazione è ancora fragile

Nonostante gli anni di divulgazione sostenuti dal Future Film Festival non esiste una cultura dell’animazione al di fuori di quella specificamente dedicata all’infanzia. È difficile spiegare a clienti, produttori e istituzioni cosa e soprattutto quanto tempo ci vuole per realizzare un’animazione. In Italia non esiste ancora un comparto industriale, come per esempio in Francia, e si fatica molto a trovare sia la manodopera qualificata per questo genere di lavori che i produttori interessati a sostenerli. L’unica scuola credibile è il dipartimento di animazione del Centro Sperimentale a Torino, intorno a cui si è generata una scena di studi creativi, animatori e produzioni molto vivace. Esistono moltissimi giovani talenti sparpagliati sul territorio, spesso autodidatti, che non hanno un punto di riferimento. Io e Lucia in questi anni, con la collaborazione di K2, l’agenzia di comunicazione di Kilowatt alle Serre dei Giardini Margherita, ci siamo inventati una rassegna dal titolo Tecnica Mista che porta animatori di tutto il mondo qui in regione.

Perché se è vero che il lavoro dell’animatore è un lavoro solitario, è importante creare il necessario bioma per far crescere questa forma d’arte così delicata, aprire dei canali di comunicazione con l’estero, mettere in comune i saperi, mostrare le buone pratiche. Fare cultura insomma, perché le identità artistiche possano svilupparsi ed essere tutelate. Se dovessi dare un consiglio alle amministrazioni regionali direi che la cosa più utile, e anche più adatta al nostro territorio, per nutrire questo fermento culturale sarebbe creare una residenza artistica, sul modello dell’Open Workshop di Viborg in Danimarca, o di Ciclic in Francia: offrire ospitalità, strutture e mezzi agli animatori di tutto il mondo per sviluppare i loro progetti, tramite una pratica di selezione semplificata, facendoli dialogare direttamente con la nostra Film Commission che resta un esempio virtuoso di come le istituzioni locali possono consolidare il comparto cinematografico. Dalle residenze nascono occasioni e incontri che si trasformano in collaborazioni, e spessissimo in film riusciti che attraggono interessi, premi e investitori. Saremmo i primi in Italia.

Riferimenti:

In copertina: Immagine tratta dal sito Seiperdue

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Nato a Milano, vive e lavora a Bologna da 15 anni prima come montatore e attualmente come animatore e visual designer per cinema e comunicazione.

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