I vent’anni del Reggio Film Festival

Il Reggio Film Festival giunge quest’anno alla ventesima edizione. Il direttore, Alessandro Scillitani, ci racconta la sua storia.

Ricordo bene quando tutto iniziò. Eravamo un piccolo gruppo di amici, videomaker in erba.

Realizzavamo cortometraggi così, per gioco. A Reggio Emilia c’era un cineclub. Una volta al mese organizzavano incontri in cui portare le proprie opere amatoriali, poi si commentavano, si aprivano lunghi dibattiti più legati al piacere di parlare che a quanto realmente era stato mostrato. Noi avevamo cominciato a frequentare questi incontri, a portare di tanto in tanto le nostre realizzazioni, e questa cosa del dibattito finale fuori tema ci divertiva molto. Il cineclub organizzava anche un concorso locale per cortometraggi, e noi decidemmo di partecipare. Non si vinceva nulla, ma i premi simbolici erano tanti: la giuria degli esperti, quella dei giovani, quella delle scuole…

Beh, vincemmo ovunque. Il presidente del cineclub, al termine della serata di presentazione dei corti, ci chiese di andare a parlare con lui di persona, in privato. Prendemmo appuntamento, ed andammo in due, io e Luca Pignatti, mio fedelissimo compagno di viaggio. Ricordo bene quel momento un po’ assurdo. Il Presidente ci ricevette in un piccolo studio, ci fece sedere di fronte a lui e da dietro una scrivania ci disse: “Ragazzi, siete stati bravissimi! Vi regalo il cineclub!” E si congedò molto rapidamente. Fu pazzesco.

Scoprii poi che le ragioni che lo avevano spinto a quel gesto erano personali. Fatto sta che, in un attimo, mi ritrovai presidente del cineclub. E Luca segretario. Non avevo alcuna idea di come comportarmi, era avvenuto tutto in modo così rapido…

Tio Tomas, a contabilidade dos dias di Regina Pessoa (Portogallo, Canada, Francia, 2019) in concorso al Reggio Film Festival

Una grande responsabilità

Sentii addosso una grande responsabilità, anche perché l’associazione faceva parte della Federazione Italiana dei Cineclub, una delle nove realtà di cultura cinematografica riconosciute a livello nazionale. Insieme al cineclub, il presidente mi diede in eredità anche i rapporti con la FEDIC, per cui mi trovai a girare per l’Italia, a frequentare altre città, altri festival, a far parte del consiglio nazionale della Federazione. Però non tutti approvarono la scelta del vecchio presidente. Anzi, direi che nessuno la accettò. Tanto è vero che, prima ancora che potessimo prendere effettivamente le redini del cineclub, i vecchi soci si erano dileguati, strappando la loro tessera.

Così rimanemmo in tre: Luca, Enzo Campi ed io. Ma non ci perdemmo d’animo. Decidemmo di partire rispettando quanto impostato fino ad allora: serate di presentazione, e concorso locale per cortometraggi. La nuova edizione del piccolo concorso andò bene. Ad un tratto mi resi conto che, a parte gli amici e i parenti di chi aveva realizzato i cortometraggi amatoriali, c’era un pubblico diverso. Mi fu chiaro. Ebbi l’impressione che molti fossero lì come fruitori, per la curiosità di vedere qualcosa che non veniva offerto altrove.

In pratica capii che a Reggio Emilia i tempi erano maturi per fare un salto. Mi recai dall’allora Assessora alla Cultura, Sandra Piccinini, e le proposi di trasformare il piccolo concorso locale di cortometraggi in un festival a tema: il Reggio Film Festival. La proposta fu accettata con entusiasmo. Organizzammo la prima edizione, esattamente venti anni fa.

God's Daughter Dances di Sungbin Byun (Corea del Sud, 2020) in concorso al Reggio Film Festival

Una giungla di formati

Ricordo ancora il fermento. Fummo supportati dall’Ufficio Cinema del Comune, che provvide a spedire per lettera i bandi, utilizzando un indirizzario embrionale. E i corti, ben presto, cominciarono ad arrivare. Di fatto, era una giungla di formati. Arrivarono nastri mini Dv, Betacam, tanti VHS, e qualche film girato in 35mm. Anche proiettare i corti era complesso, si trattava di attivare dispositivi diversi, costringendo il pubblico ad un inevitabile tempo di attesa. In quel ginepraio di formati, che restituivano qualità di impressione dell’immagine assai diverse, era difficile scegliere. Si cercava senza dubbio di privilegiare l’idea rispetto alla tecnica. La capacità di raccontare era difficile da riconoscere.

Arrivò il momento della manifestazione. Tre giorni in tutto. In giuria, Marcello Fois e Maurizio Nichetti. Fu un successo pazzesco, inaspettato. La sala del Cinema Rosebud, che ospitava la manifestazione, era stracolma. Quella prima edizione fu fatta nel mese di maggio. Ricordo che c’era molto caldo, e dalle uscite di sicurezza lasciate aperte, il pubblico che non era riuscito ad accedere si affacciava. Così, per l’anno dopo, ci fu l’occasione per un rilancio. Seconda edizione, ospiti Marco Bellocchio, Bruno Bozzetto. Anteprime sul linguaggio di comunicazione breve, serate sul corto di animazione. Terza edizione, ricca di incontri, di intrecci di linguaggi, concerti, presentazioni di libri, aperitivi e storie.

Il festival cresceva di anno in anno, e la svolta ulteriore arrivò presto. La quarta edizione, dedicata a Fabrizio De André, fu leggendaria. Vennero tutti, a omaggiare il grande Faber: Dori Ghezzi, Mauro Pagani, Don Gallo, Morgan… Sorprendentemente, pur con un tema così “locale”, ci ritrovammo a ricevere opere da fuori dall’Italia. Complice indiscutibile la diffusione di internet, la possibilità di raggiungere le persone attraverso la presenza in siti specializzati. Fatto sta che a questo punto, doveva essere compiuto un ulteriore salto. “Non sarà troppo presto?” qualcuno disse.

Ma ci provammo

Popcorngutten di Line Klungseth Johansen, Christian Lo (Norvegia, 2020) in concorso al Reggio Film Festival

Incontri indimenticabili

Cercammo la complicità e il supporto di Reggio Children, nel mondo del celebre Reggio Emilia Approach, vale a dire l’impostazione straordinaria, ideata dal pedagogista Loris Malaguzzi, dei nidi e delle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia, nota in tutto il mondo.

Grazie a questa connessione fummo in grado di veicolare l’informazione ovunque. Children, naturalmente, fu il tema della quinta edizione. Le opere arrivarono davvero da ogni parte del mondo, e il festival divenne a tutti gli effetti una manifestazione internazionale. Un’altra svolta importante ha avuto luogo dieci anni fa, quando l’aumento della velocità del web ha fatto sì che le opere potessero essere inviate dai filmmaker e dalle case di produzione in forma digitale.

Venti anni di festival significano un archivio straordinario, un percorso sociale e umano che tiene conto delle trasformazioni, delle diverse sensibilità. Inutile sottolineare che io stesso, che ho poi deciso di trasformare quella che era una semplice passione nel mio mestiere, per la crescita del mio lavoro di documentarista, devo veramente tantissimo al Reggio Film Festival. La necessità di vedere opere diverse, di dover operare delle selezioni, mi ha portato a imparare dagli errori degli altri, oltre che naturalmente dalla maestria con la quale tanti filmmaker sono in grado di narrare una storia.

Ripenso alle tante opere che sono arrivate, quelle che mi hanno divertito, e che spesso mi trovo a evocare. Penso agli incontri indimenticabili, Dario Fo, la sua semplicità, la sua generosità e grandezza. O la meraviglia di un fragile Flavio Bucci, che venne a Gualtieri a presentare Ligabue, nell’edizione che dedicammo alla follia. E poi Pupi Avati, sempre pronto a rievocare divertito le sue diatribe musicali con Lucio Dalla.

The Box di Daniel Maculan (Italia, 2020) in concorso al Reggio Film Festival

Riflettere sul presente

Il tema scelto ogni anno è stato via via sempre più legato ad argomenti che potessero permettere di riflettere sul presente. Nel 2019, quando ancora in pochi si sentivano veramente responsabilizzati sul tema, abbiamo sentito l’urgenza di trattare la questione dei cambiamenti climatici. Poi certo, quello stesso anno tutto si è svegliato, grazie a Greta Thunberg e ai Fridays for Future. Questo modo di intervenire fa sì che il festival sia ricco di incontri ed eventi legati alla tematica centrale, ma diventa di stimolo anche per i registi che ci inviano le loro opere. Facciamo archivio e bagaglio di una serie di temi che sono rilevanti per le nostre comunità.

Ci sono anche questioni che, in modo trasversale, vengono affrontate ogni anno, come il dialogo interculturale, la laicità. Sono argomenti ai quali i filmmaker sono particolarmente legati: le discriminazioni, gli sbarchi, le difficoltà, i margini. Qualunque sia lo stile adottato dall’autore, c’è una predisposizione forte alla denuncia, al racconto profondo. Pochi in effetti scelgono di trattare con leggerezza gli argomenti. Forse anche perché, qui in Italia come altrove, il cortometraggio è spesso considerato arte minore, il biglietto da visita per fare il salto verso il lungometraggio. E allora si pensa che, per colpire, occorra stupire. Il comico, ciò che diverte, difficilmente convince le giurie. Ed è vero, è tanto più difficile riuscire a far ridere in modo sapiente. Per questo gli autori preferiscono commuovere, spingersi su binari più semplici, per tentare di sedurre giurie e pubblico.

In realtà, personalmente, da sempre ho una grande considerazione del cortometraggio, fin da quando, da adolescente, mi capitava di andare al cinema e prima del film, talvolta, si assisteva alla proiezione di un cortometraggio in apertura. Il corto è un lancio, un messaggio potente, che dà spazio a riflessioni profonde. Per questo il Reggio Film Festival è stato ed è opportunità di scambio, di confronto, nell’ambito cinematografico, ma anche per misurarsi con il mondo e con la Storia. Non sono certo mancati, in questi vent’anni, i conflitti. Ma il festival, pur di fronte alle difficoltà, si è sempre saputo risollevare, a testa alta, complice indubbiamente la costituzione di uno staff numeroso, fatto tutto di volontari. E con l’energia positiva che è sprigionata dall’entusiasmo di essere un piccolo, grande tassello per la diffusione del cinema e per la sua conservazione.

In questi ultimi due anni, come tutti, ci siamo dovuti anche confrontare con la pandemia. Si sono fatti tanti discorsi relativi al senso del nostro fare. L’unico lato positivo è stata la possibilità, con l’abitudine più diffusa al collegamento in remoto, di mettere in contatto tra loro autori che vivono molto lontano.

Tante le reti, le relazioni positive avviate e proseguite in tutti questi anni, anche per il fatto che il festival si è da sempre aperto a ogni forma di espressione artistica, ben conscio del fatto che il cinema, in fondo, le racchiude tutte.

Il cinema è sintesi perfetta.

Sa Yie di Anthony Nti (Ghana, Belgio 2020) in concorso al Reggio Film Festival

In copertina: locandina del Reggio Film Festival 2021

About Author /

Regista e documentarista, dirige il Reggio Film Festival sin dalla prima edizione. Collabora continuativamente con lo scrittore Paolo Rumiz alla produzione di documentari.

Start typing and press Enter to search

You cannot copy content of this page